Lamia e Baubò. Figure di spauracchi femminili nella Grecia antica

    Ezio Pellizer
    Pubblicato in "Faire peur et éduquer", Grenoble 1998 (Monde Alpin et Rhodanien) dal Centre Alpin et Rhodanien d'Ethnologie
    Si ringrazia il Centre per il permesso di ripubblicazione in questo sito

    1. Tipologia degli spauracchi in Grecia

    Nella Grecia antica vi sono molte figure, per lo piú femminili, che venivano utilizzate a scopo educativo per controllare il comportamento dei bambini.

    In uno studio del 1982 ho cercato di esplorarle nel loro insieme, per vedere se fosse possibile determinare con maggior chiarezza le funzioni e la tipologia di questi inquietanti personaggi (1).

    Gli spauracchi greci portavano nomi espressivi, Lamò, Ghellò, Akkò (o M-akkò), molte volte con raddoppiamento, come Baubò, Mormò, Karkò, e persino Gorgò, la Gorgone, che per alcuni aspetti almeno appariva associata con queste figure piú o meno spaventose.


    (fig. 1)

    Altri nomi comparivano in questo dossier, ed erano Làmia (Fig. 1), Mormolýke (evidente estensione lupesca di Mormò), ed infine, Empoúsa.

    Un primo tratto era condiviso da quasi tutte queste figure, ed era di ordine, per cosí dire, "funzionale". In gran parte, questi esseri, dalla morfologia varia e mutevole (tranne Gorgò, piú specializzata per vittime adulte), avevano in comune di rapire e (-o) divorare i bambini, strappandoli alla protezione delle loro madri. Una Empoúsa poi, come un vampiro, dopo averne succhiato il sangue, infine divorava i giovinetti che si erano innamorati di lei. Non c'è da stupirsi di apprendere che molti di questi nomi erano pronunciati, molte di queste figure erano evocate dalle madri, o dalle balie, dalle nonne, dalle vecchie sorveglianti, per spaventare i bambini, come minacce per farli stare buoni. Un esempio: l'esclamazione mormò! era usata per evitare che i bambini si avvicinassero a qualche cosa di pericoloso, per esempio ad un cavallo mordace.

    Il personaggio chiamato Baubò (straordinariamente simile all'italiano Babàu, che è un croquemitaine maschile, come il friulano Bobo-rosso) era piuttosto caratterizzato da tratti di laidezza, di sconcezza derivata dalla sua età avanzata, ed anche da un particolare gesto che compie, un atto di esibizione genitale (della vulva).

    Su questo personaggio hanno poi scritto Maurice Olender e Georges Devereux, saggi che sono rimasti famosi (2).

    Allora (1982) non conoscevo alcuni studi su figure di demoni del Vicino Oriente, che allargano il nostro orizzonte, e mi sembrano interessanti, per la quantità di tratti morfologici comuni che ci mostrano, nonostante le differenze e le distanze geografiche e cronologiche (3).

    In esse sembrano essere operanti modelli morfogenetici comuni, piuttosto che influenze "storiche" - pur sempre possibili - di un tipo "originario" sugli altri.

    In un libro di Walter Burkert sono presentati magistralmente, da quel grande studioso, numerosi studi su una figura di demone che vale la pena di osservare in un'immagine (Fig. 2); (4).

    Si chiama Lamashtu. Oltre alla testa di leone, con zanne sporgenti e minacciose, si notano altri elementi, che in Grecia sono tipici della rappresentazione della Gorgone (Gorgò): i serpenti, tenuti in mano, e anche alla cintura, l'associazione con equini, come cavalli o asini. Anche è comune la corsa trasversale inginocchiata, la cosiddetta Knielauf 5, che appare non in questa, ma in altre immagini di Lamashtu. In questa vediamo, oltre al tratto non-gorgonico delle zampe (artigli) di uccello rapace, la posizione stante sopra un asino orecchiuto (cfr. le donne "onosceli", con le gambe di asino). Un altro tratto appare singolare e curioso, in questa orribile figura mesopotamica: il fatto che stia allattando (facendo da balia a), con due seni flaccidi, cadenti e avvizziti, due animali ben riconoscibili come un cane (cfr. Empoúsa e il suo seguito di cagne) e un maiale (cfr. Baubò e la sua cavalcata su un porco).


    (fig. 2)

    Ciò mi ha fatto tornare in mente un'immagine etrusca, piuttosto impressionante, studiata da Georges Devereux, che rappresenta una faccia gorgonica su un corpo femminile nudo, accosciato, con le gambe larghe, che esibisce i genitali (la vulva) (6).

    Non possono mancare, in questo contesto, i serpenti, e vi sono due belve (leoni? pantere?) in posizione "araldica", secondo lo schema noto, detto della pòtnia therôn, o "Signora degli animali", che però qui sono tenuti dalla figura principale per la gola, come soffocati (Fig. 3).


    (fig. 3)

    Ebbene, anche questa orribile figura, come Lamashtu, ha i seni flaccidi, pendenti fino al ventre, ed evoca dunque - fra l'altro - l'idea della vecchiaia, di decadenza corporea, l'immagine di una vecchia laida, insieme oscena e spaventosa.

    Come osserva Devereux, questa immagine sembra concentrare in un solo individuo i tratti caratteristici di Gorgò e quelli di Baubò: della vecchia che - come tutti sanno - fece ridere Demetra e Iacchos bambino esibendosi in sconcezze e oscenità. L'esibizione genitale, evocatrice di una sessualità problematica e inquietante, è qui unita alla ferinità, alle zanne che sporgono da una bocca beante, e dunque al timore di essere morsi e (/o) divorati. Ora, confrontando e mettendo insieme i tratti comuni ricorrenti, si riuscirà forse a ricostruire uno schema morfogenetico piú generale, forse capace di render conto di alcune costanti strutturali che entrano in gioco nella costruzione (o "fabbricazione") di queste immagini narrative e iconiche della paura.

    Si tratta di fantasmi prodotti dal terrore di predazione (i denti, le zanne, gli artigli), associato con immagini della sessualità femminile (in genere adulta o perfino senile, ma a volte anche virginale), vista come una cosa sconcia e repellente, persino angosciante.

    Zampe di uccello rapace compaiono, insieme alle ali, in una nota figura femminile a bassorilievo custodita a Boston (Fig. 4), che rappresenta una sorta di incubo a sfondo erotico, e perfino in alcune raffigurazioni moderne delle Tentazioni di S. Antonio, i demoni femminili nascondono zampe con artigli di rapace. Ali e artigli, questa volta di leone, fanno parte dell'iconografia della Sfinge, figura virginale e leonina; artigli e corpo di uccello, con volto e seno femminile, sono i tratti delle seducenti Sirene, divoratrici di carne umana (prima di diventare, piú tardi, donne-pesce). Poco diffusa in Grecia, ma tuttavia presente, è la donna-serpente, da Echidna la vipera a Dràkaina la dragonessa. Altre terribili donne-serpente, per i Greci, stavano in terre lontane, come la Scizia o la Libia. I serpenti che circondano Lamashtu e la Gorgone etrusca, a quanto pare, non hanno finito di essere produttivi, e del resto il serpente è uno degli animali simbolici piú potenti (è cioè molto "bon à penser) (7).


    (fig. 4)

    2. Minacce e promesse

    Ma restiamo ai mostri femminili in Grecia, e in particolare agli spauracchi. Analizzando le figure femminili che venivano chiamate collettivamente Làmie o Empoúse, notiamo che accanto ai tratti morfologici di ordine iconico (ibridismo, deformità, ferinità, rapacità, mordacità), compaiono anche qualificazioni per cosí dire "comportamentali", ricorrono cioè dei modelli performativi costanti, nei racconti che le riguardano. La storia che si ripete (e che tutti i bambini conoscono perfettamente), è in sintesi, la seguente (con le infinite varianti che può presentare): una figura, per lo piú femminile (può essere una giovane morta prematuramente, una madre privata dei suoi figli, o una vecchia cattiva, che dunque figli non può piú avere) suole rapire i bambini alle loro madri, di solito per divorarli con maligna soddisfazione. È il ruolo che poi ricoprirà, nel folclore europeo, la strega cattiva. In Grecia, queste storie (chiamate "racconti" o "favole", mythoi, nel senso piú vero, piú greco della parola) venivano utilizzate nelle relazioni adulti-infanti, per spaventare i destinatarî con un dispositivo di minaccia, e quindi indurli a comportamenti considerati desiderabili e positivi dai destinatori. In genere, si tratta di comportamenti che investono (in modo abbastanza banale) alcune pregnanze elementari: l'alimentazione, il sonno, l'evitare di allontanarsi dal micro-territorio familiare (materno), per non divenire facile preda di rapimenti, seguiti o meno da divoramento; l'astenersi dalla coprofagia (e piú tardi, dalla coprolalia), curando la pulizia personale.

    Si sviluppa in questo modo un vasto contratto di minaccia, con una serie di condizioni, del tipo: "Se non mangi ... o non dormi, allora ..., il piú delle volte formulato sotto forma di una protasi all'imperativo negativo (divieto) o positivo (ingiunzione), seguita da un'apodosi di ordine punitivo, spesso iperbolica, atta ad incutere uno stato patemico di paura: "Dormi, se no chiamo il Lupo Mannaro"; "Non allontanarti, se no la Zingara, o il Lupo, o il Bobo-rosso (Friuli), o el Coco (Spagna), o la Strega Cattiva ti porteranno via, e/o ti mangeranno".

    Si noti come queste figure dell'Oppositore (Ant., secondo la semiotica del racconto) oscillino in modo significativo tra la gioventú e la vecchiaia, tra l'umano e il ferino, e soprattutto, tra il maschile e il femminile (il materno e il paterno?) (8).

    Ma un altra pregnanza biologica fondamentale entra in questa relazione, nelle dinamiche che regolano il confronto tra l'adulto (padre e madre) con il bambino (o bambina) (9): il controllo, la regolazione della sfera genitale, che tanta importanza avrà nel futuro comportamento sessuale, nel quale il soggetto, tra l'infanzia e l'adolescenza, dovrà imparare ad assumere un ruolo e una identità ben definiti. Questa preoccupazione, sul piano della morfogenesi (della produzione di figure, di immagini iconiche o verbali), sembra essere estremamente produttiva.

    Una serie limitata di "primitivi" dell'educazione biologica elementare sembra essere soggiacente alla produzione di un'intera mitologia (minore, ma non meno interessante) dei "demoni", dei fantasmi infantili, dei croquemitaines, e di un gran numero di mostri che non a caso - almeno nella Grecia antica - sono soprattutto femminili.

    Un legame molto significativo (anche nella prospettiva di uno studio delle passioni elementari, attrazione // repulsione, piacere // dolore, euforia // disforia, riso // pianto), sembra associare la scoperta infantile della sessualità, con tutte le sanzioni negative, le interdizioni, i divieti, le punizioni che essa comporta da parte degli adulti (con i conseguenti sensi di colpa) con un grande numero di immagini attraenti o repulsive, che hanno popolato nei secoli la cultura greca, ma sembrano rivelatrici di un meccanismo strutturale (psicologico) comune, che agisce sulla lunga durata, e spesso riemerge nell'immaginario moderno. Tanto che sembra quanto mai attivo anche nella mitopoiesi mass-mediatica contemporanea, ed appare in continua espansione.

    Consideriamo per esempio l'esibizione genitale. Atto soggetto a forte inibizione familiare e sociale, essa si trova (mi limito qui alla E. G. femminile) associata sia ad esiti e contesti terrorizzanti, che ad effetti esilaranti (piú o meno euforici) e derisorî. Dalla terribile Gòrgone accosciata che espone la vulva in associazione con le zanne, i denti e la minaccia di un divoramento, si passa alla tipologia di Baubò, dove lo stesso gesto di esibizione produce in un dio bambino una grande ilarità, unita a un impulso di manipolazione (al desiderio, o all'atto, vietatissimo, di toccare i genitali, propri o altrui).

    Nella mitologia - e nell'iconografia - di Lamia, e di Empúsa, questo mostro ibrido con una gamba d'asino (onòscele), divoratore di bambini, può essere a sua volta catturato e torturato, e può emettere in tal caso sconci rumori corporali (10).

    Ma un'altra scena mi sembra eloquente, che conosciamo (quasi per caso) da Orazio (11).

    Nell'antichità greco-romana venivano rappresentate pantomime, in cui Lamía, dopo aver divorato un bambino, veniva catturata, e quindi sventrata in modo da estrarre il bambino, si suppone ancora vivo; vi è qui evidente traccia dell'angoscia, della paura di essere deglutiti, fantasma che dà origini a figure come Giona e la Balena, la nave inghiottita nella Storia Vera di Luciano di Samosata, Pinocchio e suo padre nel ventre di un'altra balena (o il finale di uno dei numerosi film sullo Squalo terribile, della serie Jaws".). Ma c'è qui anche il modello narrativo e culturale del motivo, reso famoso da "Cappuccetto rosso", del ventre aperto del Lupo Cattivo, che non a caso si è travestito da vecchia nonna. Mormolýke è un esemplare di Lamia.

    3. Un mito moderno

    A proposito di mostri della sessualità, che bisogna imparare ad affrontare, sarà forse interessante esaminare ancora una strana associazione (finzionale): quella che lega l'eroe greco Eracle (Ercole, Hercules) con alcune figure della sessualità femminile, a volte mostruose, spesso inquietanti, piú raramente esilaranti. È un eroe serio-comico, "esagerato", che appare quanto mai adatto a incarnare modelli di identificazione "eroica" di tipo infantile. Non a caso, è stato scelto dalla Disney Corporation per il lancio planetario di quest'anno (1997), sul mercato miliardario della fiction (che gestisce l'organizzazione odierna del consumo di immaginario), come modello esemplare destinato a un pubblico infantile-adolescenziale.

    Personaggio avido e ingordo, da bambino, oltre a strozzare serpenti, succhiava al seno con tanta voracità da suscitare repulsione da parte di una nutrice ostile (che tra l'altro, era la sua matrigna), Hera - Giunone (12).

    È cosí che ebbe origine, come tutti sanno, la Via Lattea, la Galassia. Tra le sue fatiche, una ha a che vedere con gli escrementi, che riempivano le stalle di Augias in enorme quantità. Eroe un po' tonto (non a caso il modello maschile scelto dalla Disney Co. per raffigurarlo è vagamente simile al Ridge di una nota Soap-opera televisiva), è dedito alla crapula, e gli importa soprattutto di soddisfare il suoi piaceri, in particolare quelli sessuali (con entrambi i sessi).

    Un primo episodio, delle sue peripezie, mi sembra particolarmente significativo: la sua permanenza presso la polposa regina Omphàle (forse interpretabile come la Donna-Ombelico, che sta al centro di tutto), nelle mollezze e nei piaceri della Lidia, come schiavo, sottomesso al potere di una donna dominante e sessualmente esigente.

    Ebbene, non solo questo grande eroe viene battuto di santa ragione dalla sua maîtresse con una pantofola, una pianella d'oro, ma viene perfino costretto ad assumere un ruolo femminile, a filare la lana, vestito da donna, mentre la regina Omphàle, invertendo i ruoli, assume la clava e si pavoneggia nella famosa pelle di leone.

    Due sono i tratti (figurativi) che mi sembrano interessanti: in primo luogo, lo strano effetto che doveva fare su Omphàle la pelle di leone, che andava indossata in modo che la testa uscisse dalle fauci spalancate, in un rictus che esibiva le zanne del predatore (Fig. 5). Ciò doveva rendere la donna, seducente e lussuriosa, abbastanza simile al fantasma di Lamashtu, orribile figura predatrice di "Sfinge all'incontrario" o "Sfinge reciproca", simmetrica: una testa di leone su un corpo di donna.

    Poi vi è una strana positura gestuale, nell'iconografia di Eracle, un atto, un gesto che fa pensare (e sul quale voglio ancora interrogare gli archeologi): l'eroe, mentre in abiti femminili sembra esprimere il massimo della crisi d'identità (13), si produce in un gesto che gli storici della religione greca chiamano anàsyrma (ed è poi il famoso gesto di Baubò!), cioè "sollevamento delle vesti": un chiaro atto di esibizione genitale, quasi che l'eroe volesse rassicurarsi della sua identità sessuale (Fig. 6).

    Abbiamo cosí una donna leonina, e un eroe effeminato: i fantasmi del mito greco sembrano una volta di piú riprodurre i timori, le incertezze di ruolo che caratterizzano sia l'infanzia che (mutatis mutandis) l'adolescenza. E queste paure, queste preoccupazioni producono, evocano figure mordaci, repellenti, predatrici, ma al tempo stesso seducenti e piene di attrattive, o repellenti, oscene e minacciose.


    (fig. 5)

    (fig. 6)

    Il secondo incontro significativo, è il seguente: una enigmatica (ma espressiva...) immagine di Eracle, mostra riuniti in uno i tratti della ferinità, della mostruosità ibrida che unisce la donna e l'animale predatore, e i tratti della seduzione repellente (mi si conceda l'ossimoro), che emergono dalla figura che si può vedere: (Fig. 7). L'eroe ha finalmente vinto, e catturato, un animale mostruoso (una Làmia? Una Sfinge? Un Cerbero-donna?) che ha i tratti precisi, come Carla Mainoldi ha molto bene indicato (14), della prostituta, della donna imbellettata, laida ed esigente, ridicola e mostruosa. Anche se con qualche giustificata perplessità, gli archeologi sono propensi a identificare anche questo ibrido femminile con il dàimon chiamato Lamia. Qui Eracle si presenta vittorioso, nei confronti di questo aspetto grottesco della sessualità.


    (fig. 7)

    Eracle e Omphàle ebbero dei figli. Uno di essi portava un nome che ho letto con qualche sorpresa: si chiamava Làmos (15), e non occorre dire che fondò, e diede il nome alla città di Làmia (la "città delle Làmie?), che ancora oggi esiste, nella Grecia continentale. In qualche modo, abbastanza misterioso, il cerchio onomastico si chiude. Ma quello che mi sembra significativo, è l'insieme delle figure dell'identità e della paura che convergono in questo immaginario, in questa mitologia degli spauracchi.

    4. Brevi conclusioni

    Se Mormò, una di queste Lamie, oltre che un Babàu era il grido di interdizione che le madri usavano per impedire ai bambini di mettersi in condizioni di pericolo ("attenzione, è pericoloso!"), il nome di Baubò, che esibisce oscenamente una sessualità senile, e suscita insieme ribrezzo e ilarità, entra in formazioni verbali interessanti, a significare "cullare", "addormentare" cantando nenie, o ninne-nanne, come usano fare le balie: baukalào, ma soprattutto baubalízo (16).

    E un altro modo di calmare i bambini, e farli dormire, è quello che si è sempre usato: "raccontare miti", "raccontare una favola", come le vecchie nutrici hanno usato fare da tempo immemorabile , "incantandoli (i bambini) come con il suono del flauto" (17).

    Vediamone un esempio (Dio Chrysost., V 5-8):

    C'era una volta una razza di fanciulle, belle e seducenti, che vivevano nel deserto della Sirti libica (che è anche la patria di Lamía, com'è noto). Queste femmine giacevano nella sabbia fino all'addome, ed erano cosí carine da ispirare un intenso desiderio amoroso. Ma sotto la sabbia, l'altra metà del corpo era un grosso serpente velenoso: questo ibrido spaventoso terminava infatti con una grossa testa di serpente dalle fauci dentate. Quando qualcuno si avvicinava, queste femmine mostruose lo attiravano con tutti i vezzi di cui sono capaci le fanciulle, facendo apparire i seni, lanciando sguardi fintamente riottosi; ma quando riuscivano ad attirarlo nelle loro braccia, la parte serpentesca azzannava il malcapitato uccidendolo con il veleno, e alla fine le due parti del mostro, la fanciulla e il serpente, ne divoravano le membra lacerate con il piú grande appetito.

    Con racconti, con favole (mýthoi...) di questo genere le nutrici calmavano (ammaliavano, placavano, ninnavano, coccolavano) i loro pargoletti, dopo averli percossi, picchiati, bastonati o frustati. Il composto verbale e nominale, para-mythèomai, significa infatti "consolare" "tranquillizzare", e paramýthion "consolazione" e "sollievo".

    Se penso al mythos libico delle donne serpente, devo dire, sono contento di non aver avuto nutrici come queste.

    Ezio Pellizer
    Villa Verde di Fagagna, ottobre 1997

     

    Note

    1 È il cap. 5., "Baubò: ou le temps sans retour" di mio Favole d'identità - Favole di paura, Roma: Ist. Encicl. Italiana 1982, pp. 147-62.

    2 G. Devereux, Baubo. Die mythische Vulva, Frankfurt am Main 1981, trad. française Paris, ed. Godefroy, 1983; M. Olender, "Aspects de Baubô. Textes et contextes antiques", Rev. Hist. Rel. 102, 1985, pp. 3-55, con ulteriore e vasta bibliografia.

    3 Cfr. W. Burkert, The Orientalizing Revolution. Near Eastern Influence on Greek Culture in the Early Archaic Age, Cambridge (Mass.) & London, 1992, pp. 82-86, D. R. West, "Gello and Lamia. Two Hellenic Daemons of Semitic Origin", Ugarit - Forschungen 23, 1991, pp. 361-68; ma è chiaro che non ha molto senso cercare nel mondo semitico o altrove le "origini" di questo genere di demoni.

    4 Da Burkert, cit., p. 84.

    5 Che potrebbe essere interpretata come un tentativo di rappresentazione del volo, o forse solo di una corsa trasversale di inseguimento predatorio.

    6 Si tratta dell'anta di un cocchio etrusco (serviva dunque per incutere paura al nemico), custodito nella Alte Pinacothek, München, ca. 540-530 a.e.v.

    7 Cfr. Dan Sperber, "Pourquoi les animaux parfaits, les hybrides et les monstres sont-ils bons à penser symboliquement?" L'Homme 15, 1975, pp. 15-34, tradotto in italiano in Culture 3, 1978, pp. 137-48 e nel volumetto: Animali perfetti, ibridi e mostri, Roma - Napoli: Ed. Theoria, 1986.

    8 Un caso curioso mi è stato narrato: in una valle sperduta del Nord-Est italiano (Friuli, media Val del Torre), per far mangiare la minestra ai bambini riottosi veniva evocato l'intervento minaccioso di una vecchia (vivente, all'infanzia della mia informatrice), che portava un nome maschile, "il Cío" (Informatore: Maria Giovanna Trevisan Panella; località: Ciseriis, Val del Torre, Udine, IT). Si ritrovano cosí anche sul piano onomastico alcune oscillazioni morfologiche, relative all'identità sessuale (maschile - femminile), che l'analisi tipologica e lo studio delle strutture di morfogenesi delle figure del racconto avevano già evidenziato, sia pure in modo cumulativo e non sempre sistematico.

    9 Ma è noto che storicamente il materiale greco privilegia fortemente il maschio, fin dall'infanzia.

    10 Cfr. il demone a. ind. Pútana, "The Stinking", per alcuni forse interpretabile come "La puzzolente", che evocherebbe la tipologia di Lamashtu e Gallu, per esempio secondo D. R. West, art. cit.

    11 Cfr. Horat., Epist. II 3 (Ars poet.) 340: "... neu pransae Lamiae vivum puerum extrahat alvo," ... cioè: "né si estragga vivo il bambino, dopo che Lamia se l'è divorato, dalla sua pancia".

    12 Si pensi al fantasma - molto interessante - del "latte velenoso" evocato nella mitologia dall'antica india per il citato demone chiamato Pútana, che viene però orribilmente ucciso dal dio Krishna bambino; cfr. West, cit., p. 356-66.

    13 Sappiamo bene che il travestismo in abiti femminili (e viceversa), cosí come l'inversione maschio / femmina e come i casi di confusione o di mescolanza sessuale manifestati nelle figure dell'androgino e dell'ermafrodito, studiati da Marie Delcourt e Mircea Eliade, si riferiscono proprio a esplorazioni finzionali della "paura del ruolo".

    14 Cfr. Carla Mainoldi, "Mostri al femminile", in R. Raffaelli, (cur.) Vicende e figure femminili in Grecia, Roma - Ancona 1995, pp.69-92. Diod. Sic. IV 31 e Steph. Byz. sub voce.

    15 Diod. Sic. IV 31 e Steph. Byz. sub voce.

    16 Cosí, la culla si chiama baukàle, e baukàlema è la ninna-nanna.

    17 Dove per "miti" devono intendersi favolette assurde, racconti di balie, cfr. Marcel Detienne, L'invention de la mythologie, Paris: Gallimard 1981, pp. 161-62.