ENIGMI

    Ezio Pellizer

    Far nascere un libro:

     

    Ezio Pellizer

     

    Gli Enigmi nella Grecia antica

     

    01.  L'enigma della Sfinge

    La nozione di enigma - il vocabolo compare in Grecia intorno al 500 a.e.v. - è legata alle fauci di un mostro femminile, di una vergine ibrida e mostruosa, il cui nome è noto in tutte le lingue dell'occidente. La fantasia popolare immaginò un corpo felino, leone o pantera, che nella metà anteriore si muta in corpo di donna: una vergine alata, che mostra il petto nudo dalla cintola in su. L'indovinello che questa vergine proponeva ai passanti - per lo piú giovani di bell'aspetto - doveva essere risolto, pena la vita.

     

    De Chirico, Edipo e la Sfinge, 1968

     

    Pindaro, in un frammento, allude a questo oscuro quesito, «uscito dalle fauci selvagge della Vergine»:

    Fr. Inc. 177 d: αἴνιγμα παρθένοι' ἐξ ἀγριᾶν γνάθων.

    Con questo verso dal sapore abbastanza enigmatico (come sarà, qualche anno dopo, l'oscura allusione alla «tomba del Biondo Serpente» di Callimaco, Fr. 11 Pf. = 13 Massim.), il poeta Tebano evoca le mascelle feroci di una belva feroce, e al tempo stesso un corpo di giovane donna: la Sfinge.

    Pindaro allude qui al mostro che proponeva ai Tebani l'enigma per eccellenza - o per antonomasía - l'Enigma della Sfinge, il quale, se è forse il piú famoso della letteratura e del folclore mediterraneo, è certamente anche uno dei piú banali. La corrispondenza tra le età dell'uomo e il numero di gambe su cui egli si regge, quattro, due, infine tre, alludendo (ainítto) all'incedere a quattro zampe dell'infante, e infine all'impiego del bastone come gamba supplementare nella vecchiaia, è una trovata decisamente puerile. Essa dimostra in modo evidente quanto siano piú importanti la messa in scena, la preparazione e la formulazione di un enigma, della sua stessa soluzione. Un giovane uomo, tornando dall'Oracolo al quale ha chiesto di chiarire il segreto della sua vita, dopo aver ucciso un uomo per una questione di precedenza, si imbatte lungo la via di Tebe in una vergine ibrida e mostruosa, che parla con voce umana, e gli propone l'indovinello che tutti conoscono:

    «C'è un animale, che ha due e quattro piedi, ma una voce sola,
    e che ha anche tre piedi: lui solo muta natura, di quanti esseri
    si muovono sulla terra, nel cielo o nel mare; ma quanti piú sono
    i piedi che adopera quando si muove,
    tanto minore è la forza nelle sue membra».

    L'enigma rappresenta un esempio tipico di épreuve, una sfida verbale che mette in gioco un valore, la vita, e nel quale l'eroe deve dar prova della sua intelligenza. Nelle fonti antiche, ricche di varianti secondarie, l'indovinello era formulato in esametri, che probabilmente risalgono alla piú antica Edipodia rapsodica. Nella tradizione dei Commenti (Scholia) ai tragici ed a Licofrone, si riporta la risposta di Edipo, il quale (cosa abbastanza curiosa, si ammetterà) risponde non in esametri, ma in forbiti distici elegiaci!

    «κλῦθι καὶ οὐκ ἐθέλουσα, κακόπτερε Μοῦσα θανόντων,
       φωνῆς ἡμετέρης, σῆς τέλος ἀμπλακίης·
    ἄνθρωπον κατέλεξας, ὃς, ἡνίκα γαῖαν ἐφέρπει,
       πρῶτον ἔφυ τετράπους νήπιος ἐκ λαγόνων,
    γηραλέος δὲ πέλων τρίτατον πόδα βάκτρον ἐρείδει
       αὐχένα φορτίζων γήραϊ καμπτόμενος».

    «Ascolta, seppur controvoglia, o Musa dei morti dall'ala funesta
       la mia voce, che porrà fine alle tue ambage:
    hai definito l'uomo, il quale quando si muove sulla terra
       dapprima ha tre piedi, infante uscito dalle fasce,
    mentre divenuto vecchio, si appoggia al bastone, che è il terzo piede,
       piegato dalla vecchiaia, sorreggendo il suo collo».

    La «Musa dei morti», la Vergine dagli artigli di uccello rapace, nelle numerose varianti si uccide, gettandosi da una rupe del monte Phýkion, o viene uccisa dall'eroe, il quale poi, secondo alcuni, carica sul dorso di un asino la carcassa del mostro, e se la porta a Tebe.

    In termini di analisi del racconto, la prova verte su un particolare tipo di Competenza, in cui si decide chi detiene il sapere e chi no. Non a caso, divinazione e indovinare sono strettamente legate dall'etimologia. In altra sede[1], ho esaminato la frequente connessione dell'enigma con la conquista della sposa, prova canonica che si può riassumere come «il tema di Turandot». Osserveremo che la mostruosa Vergine leonina e divoratrice non è certamente oggetto di conquista, anzi viene uccisa, ma la sua sconfitta ha come conseguenza l'acquisizione della città, della dignità regale, e il matrimonio con la regina (Giocasta). I Tebani, infatti, avevano messo in palio (brabèion)[2] la successione al re Laio, e le nozze con la non piú giovanissima regina, per colui che avesse risolto l'indovinello.

     

    02.  Anfibologíe omeriche

    Se il vocabolo «enigma» compare solo a partire da Pindaro, non è certo lo stesso per la famiglia lessicale (il campo semantico) di ainítto, àinos, etc.; ma soprattutto si trova la pratica di alludere, di nascondere sotto un doppio senso qualcosa, come ad esempio la propria identità. Il caso piú celebre è probabilmente quello in cui un altro eroe, per non rivelare il suo vero nome, dice a un mostro monocolo, selvaggio e divoratore di uomini, di chiamarsi Nessuno, «Oútis», donde uno dei piú noti malintesi, puerili e tipici del folclore (Calame): Oú-tis è il signore della Mè-tis[3], e quando il mostro acciecato urla e chiama in aiuto gli altri Ciclopi, piangendo e gridando che «Nessuno (Oútis) lo uccide con l'inganno», i giganti, stupidi come gli Orchi del folclore di tutti i tempi, gli dicono: «se nessuno (mé - tís) ti fa del male, e sei da solo, sarà un male mandato da Zeus, sopportalo, e invoca aiuto dal padre tuo».

    Il nome proprio, mascherato, torna ad essere nome comune, i Ciclopi cadono vittime della piú banale delle anfibologie. Le parole possono essere enigmatiche, possono avere - almeno - due sensi. Double entendre, doppio-senso. Chiamare con la stessa parola (equivocare, aequi-vocum, che sembra tradurre il greco hom-ònymon) cose diverse, ecco come nasce la «commedia degli errori». Nessuno mi uccide, nessuno ti uccide. I Ciclopi resteranno famosi per questa scena omerica: nessuno può essere cosí imbecille!

    L'eroe Odisseo, che tornerà a casa e dovrà nascondere la sua «identità» sotto gli stracci di un mendíco, celandosi alla sua stessa moglie, non sa resistere alla tentazione di rivelarsi, rischiando di essere colpito dai macigni scagliati alla cieca da Polifemo. Ed è anche colui che, dopo essere giunto avvolto nella nebbia fin dentro la reggia dei Feaci, che non gli chiedono nulla finché non l'hanno accolto e ospitato nella loro casa, si rende protagonista di una delle prime e piú impressionanti «assunzioni di identità», affermazioni del Sé, della letteratura globale. È Odisseo, figlio di Laerte, e viene da Itaca: tutti gli uomini lo conoscono per i suoi inganni (dòloisi!), e la sua fama sale fino al cielo (Hom. Od. 9, 19-21):

    εἴμ' Ὀδυσεὺς Λαερτιάδης, ὃς πᾶσι δόλοισιν
    ἀνθρώποισι μέλω, καί μευ κλέος οὐρανὸν ἵκει.

    sono Odisseo figlio di Laerte, che per i miei inganni
    a tutti gli uomini sto a cuore, e la mia fama raggiunge il cielo.

    L'identità si afferma con orgoglio, ed è l'identità di un maestro di inganni, l'eroe dell'intelligenza furba, il Nessuno che quando occorre sa fare di se stesso un enigma vivente.

     

    03.  L'enigma di Tiresia, l'indovino

    L'Odissea, antico poema europeo la cui lettura è una delle forme della felicità, ci mostra l'Eroe che deve scendere al regno dei Morti, per interrogare un indovino, finalmente morto dopo esser vissuto per diverse generazioni, se era già anziano quando Cadmo andò via da Tebe, e se lo ritoviamo a sputar sentenze con Giocasta e i figli di Edipo. Quando Ulisse va a trovarlo nel regno dei Morti, oltre a prevedere per lui un sacco di disgrazie, gli racconta - cosa quanto mai indiscreta - quali saranno le modalità della sua morte. Si tratta della famosa - ed enigmatica -  profezia del ventilabro, che nella critica omerica è rimasta un problema. Il testo dice che, dopo aver errato per terre lontane con un remo sulle spalle, Odisseo si sarebbe dovuto fermare in un luogo terrestre, dove nessuno avesse visto un simile arnese, dunque un luogo dove la navigazione fosse del tutto sconosciuta. Là avrebbe dovuto fare un sacrificio a Posidone, per poi tornare a casa, a Itaca dunque, un'isola circondata dal mare da ogni lato. Là sarebbe morto (non è specificato precisamente quando), dopo una serena vecchiaia. La morte gli sarebbe venuta «dal mare», ex halòs. L'equivoco, o meglio la doppia interpretazione, verte su questa espressione, che qualcuno vorrebbe intendere «lontano dal mare».

    Un curioso esegeta di età romana, chiamato Tolomeo Chenno («curioso» in entrambi i sensi), arriverà perfino a immaginare un nome proprio, una Vecchia chiamata Hàls («Sale», «Mare»), trasformando un'espressione ambigua in un soggetto umano. Dunque, né «la morte ti verrà dal mare», né «la morte ti verrà lontano dal mare», come vorrebbe qualcuno[4]. Si tratterebbe semplicemente di una vecchia ancella di Circe, di nome Hàls («Mare»), una maga tirrena che avrebbe accolto Ulisse, lo avrebbe trasformato in cavallo (!), e lo avrebbe allevato presso di sé, finché questo misterioso eroe-cavallo non fosse morto di vecchiaia.

    La soluzione escogitata è decisamente peggiore dell'enigma. Hàls significa «sale», e per sineddoche il senso si estende al «Salato», cioè il «mare», ma è certo assai difficile trovare una giustificazione sensata per farne il nome di una vecchia maga tirrena.

     

     


     



    continua...



    [1]  Pellizer 1983 (Gorgò)

    [2]  Scholia in Aeschylum, Sept. Th. (hyp.) 6, 34-52.

    [3]  J.-P. Vernant, già A. J. Podlecki, «Guest-Gifts and Nobodies in Od. IX», Phoenix 15, 1961, pp. 125-133.

    [4]  L'ambiguità dell'interpretazione «dal mare» o «lontano dal mare» è già antica, cfr. Schol. ad Hom. XI 134; Sext. Emp. Adv. math. I 267.