Rec. Fornaro a Parrella

    L'Antigone di Sofocle rappresentata dai ragazzi del carcere minorile Beccaria di Sanremo (7 novembre 2008)
    Valeria Parrella
    Antigone
    Einaudi, Torino 2012 (L’Arcipelago Einaudi, 194)
    Recensione di 
    Sotera Fornaro
    Università di Sassari - GRIMM Trieste

    1. L'Antigone di Valeria Parrella è un testo commissionato dal Teatro Stabile di Napoli e messo in scena con la regia di Lucia de Fusco, protagonista Gaia Aprea.
    La prima dello spettacolo (Napoli, 25.9.2012) ha avuto luogo poco dopo l'uscita in sala di due film che ne condividono, almeno in parte, il tema: Bella addormentata di Marco Bellocchio, presentato a Venezia 2012, e Liebe di Michael Haneke, vincitore del Festival di Cannes 2012.
    I due film hanno per argomento l'eutanasia come atto d'amore, come dovere morale da adempiere nonostante l'opposizione del senso comune, della famiglia, della legge, della religione. Anche l'Antigone di Parrella non seppellisce il fratello, ma stacca la spina al "simulacro di fratello", consegnando alla morte biologica un corpo in coma da tredici anni. Perciò viene condannata all'ergastolo, ma non accetta la degradazione della disumana vita carceraria e si uccide. La morte è dunque intesa, sia nel caso dell'eutanasia che del suicidio, come un atto di liberazione da una vita indegna, un sogno da cui può principiare il futuro: speranza, dunque, e non disperazione, anima l'ultima lettera di Antigone fatta recapitare ad Emone, la cui lettura suggella il dramma.
    A parte il finale, questa Antigone rispetta la divisione in episodi ed intermezzi, recitati dai corifei, ispirandosi alla struttura della tragedia greca. Il testo di Parrella, tuttavia, anche se scritto per la messa in scena, è piuttosto un denso dialogo filosofico, o meglio una successione di dialoghi filosofici. Anche il monologo iniziale di Antigone è infatti un dialogo a distanza con Ismene. Del dialogo filosofico ha l'assoluta atemporalità, perché le questioni poste, pur non essendo fuori dalla Storia umana, concepita in costante cambiamento, non trovano una collocazione in un punto della Storia, e i nomi (Antigone, Creonte, Ismene, Tiresia, Emone) sono svuotati di richiami specifici al mito greco.

    2. Il contenuto filosofico del testo di Parrella è nelle questioni poste dall'etica dell'agire: "Se agisco è solo perché voglio ritrovare il senso perduto, infatti non posso piú senza senso vivere, pure se vorrei, come la foglia, come la civetta sul ramo", afferma nel prologo Antigone (p. 8). Il "senso" è la dignità della vita stessa, che il gesto antigoneo vuole tutelare e consegnare "agli altri", cioè alle generazioni future, come valore e scopo. Il nucleo tragico è cosí lontanissimo da quello dell'Antigone di Sofocle. Qui ci si chiede sino a che punto si possa giustificare l'arroganza della tèchne umana quando viola e ferisce la natura. In Sofocle la capacità umana di piegare la natura si ferma davanti alla morte (vv. 361-362: "solo alla morte [l'uomo] non ha trovato rimedio ..."), nel testo di Parrella al contrario il corifeo dice: "Infine pure per l'Ade [l'uomo] ha trovato armi sufficienti a combatterlo. L'epoca che avanza è dolorosa." (p. 27). Il dolore consiste nel procedere senza scopo finale, senza porsi la questione di cosa accadrà nel futuro, il che equivale a perdere il senso stesso di essere uomini. Come si risolve tale dolore? Richiamandosi al principio della "responsabilità", specifico dell'uomo, che induce alla cura verso se stesso e verso i propri simili. Il dialogo filosofico di Parrella verte fondamentalmente sulla 'responsabilità', sulla 'cura' degli altri, sulla 'libertà' della scelta e sulle sue conseguenze nel 'futuro'. I concetti qui enfatizzati tra apici svelano facilmente l'ipotesto del dialogo filosofico di Parrella: la speculazione di Hans Jonas sulla nuova etica della responsabilità. Jonas, come è noto, rilegge il primo stasimo dell'Antigone ("Molte cose sono terribili, ma nessuna è piú terribile dell'uomo ...") per mostrare come il concetto di 'responsabilità' sia cambiato rispetto a quello antico, nel momento in cui si è scoperta, ad esempio, la vulnerabilità della natura: la responsabilità dell'individuo non riguarda solo l'adesso, la realtà presente, come nell'antichità, ma anche il futuro. La ricerca di questa nuova etica della responsabilità arriva tardi nel percorso intellettuale di Jonas: la precede la ricerca sul confronto col male e con l'orrore della storia, che si possono condensare nella parola 'Auschwitz'. Interrogarsi su come sia stato possibile Auschwitz spalanca la riflessione sulla responsabilità individuale e questa riflessione è sottintesa nel dialogo sul "male" nella storia, nel testo di Parrella (pp. 43-44): non vi è una una spiegazione al male, ma resta la libertà di scegliere l'azione di fronte al male, resta insomma la responsabilità individuale, espressa dal "grido" di Antigone, un richiamo atterrito all'umanità, un'espressione di paura e di angoscia che però rompe il silenzio, compreso quello di Dio, e invita a ricordarsi di chi siamo. La questione dunque è sempre la stessa: difendere l'umanità da ogni attacco, che sia della techne, della tortura legalizzata (il carcere), del totalitarismo (il male della Storia). L'integrità dell'uomo va tutelata ed il paradosso posto dai dialoghi della Parrella, sulla scia di Jonas, è che tale integrità deve essere preservata a scapito della vita stessa, se quest'ultima è una forma degradata di vita, se è ormai una non-vita: come nel caso di un corpo in coma da anni, dunque di una vita artificiale, o di un prigioniero a cui la condizione carceraria fa perdere la propria umanità e che perciò sceglie il sogno liberatorio della morte.

    3. L'Antigone di Parrella agisce in tutela della vita e della sua dignità, affermando l'inviolabilità della natura dell'uomo e la responsabilità che ognuno deve assumersi nel difenderla; apre perciò una distanza forse incommensurabile con l'Antigone sofoclea, che agisce invece per tutelare la dignità della morte. L'Antigone di Sofocle, inoltre, non pretende di decidere della vita e della morte altrui, ma semmai della propria. Parrella libera il mito di qualsiasi riferimento trascendentale, non solo religioso. Dio - se c'è - è silente, né conta il destino (nemmeno quello della stirpe che è essenziale al mito greco). Antigone non è dunque un' eletta, ma nemmeno una condannata per nascita. La Antigone di Parrella, infatti, non si addossa nessun colpa, non redime, non è un esempio di purezza, non aspira ad una Verità trascendente, divina, non intende l'amore come Amore di Dio (e dunque 'terra promessa', per cui la morte viene agognata). Sembra che Parrella abbia presente, seppure polemicamente, un testo che è vicino al suo per suggestione filosofico-poetica, ossia La tomba di Antigone di Maria Zambrano (1967, trad. e cura italiana di C. Ferrucci e R. Prezzo, Milano 2001). Forse Parrella non ignora un'altra linea interpretativa che ha origine con le lezioni di Jacques Lacan (Settimo seminario, 1960) a commentario dell'Antigone di Sofocle. è Lacan infatti a smussare i termini delle contrapposizioni insite nel mito (tra legge e morale, vita e morte, donna e uomo, ad esempio) e ad enfatizzare la liminarità della figura di Antigone, nel suo occupare uno spazio esistenziale 'tra' la vita e la morte, nell'essere dunque un 'cadavre encore animé'. Anche l'Antigone di Parrella è sempre tra la vita e la morte, prima perché simbioticamente vicino ad un corpo amato solo apparentemente in vita, poi nella sua condizione di prigioniera condannata a 'fine pena: mai'.
    "Imprigionata in un corpo, sono, senza speranza di vita" - dice questa Antigone nella cella (p. 81), ridotta alla stessa condizione del fratello, in una "gabbia" che nulla ha a che "vedere con l'uomo" (p. 82). Antigone, colei che - in una possibile etimologia popolare - sembra portare l'antagonismo nel nome, si ribella però a questa imposizione del dover essere in uno 'spazio bianco', del "non essere piú" mentre è ancora in vita (cfr. Sofocle, Antigone, v. 567), e come ha tolto il flebile soffio vitale dal corpo del fratello, cosí soffoca il proprio. Ognuno è responsabile fino in fondo di se stesso. La responsabilità è destino. Nulla resta, in questa Antigone al limite, della figura hegeliana che impersonerebbe il 'diritto della famiglia' e si opporrebbe con ragione eguale al 'diritto dello Stato', che sarebbe nel carattere di Creonte. Invero nell'Antigone riscritta da Parrella scompaiono del tutto le questioni legate alla parentela e al genere, importanti nelle letture femministe e post-femministe del mito (Judith Butler). Per Polinice si chiede una pietà umana che è universale, non legata alla famiglia.

    4. In sintesi: Parrella usa il nome 'Antigone' e il mito che vi è correlato in maniera coerente, per porsi una questione precisa, cioè quella della responsabilità individuale e delle sue conseguenze. Nell'argomentazione segue la falsariga di Hans Jonas, ma non ignora altre letture del mito greco e in particolare quella lacaniana, che ne fa di Antigone un personaggio liminare, sospeso tra la vita e la morte. Di sicuro questa Antigone apporta materiale di riflessione a chi studia le infinite ricezioni di Antigone e del mito greco (con cui Parrella si sta misurando negli ultimi anni). Resta il dubbio su quanto un dialogo filosofico sia davvero adatto ad una performance teatrale.

    Recensione di Sotera Fornaro
    Univ. di Sassari - GRIMM Trieste