Rec. di N. Serafini a Faraone e Obbink

    Immagine: John William Waterhouse, Circe Offering the Cup to Ulysses (1891), Gallery Old-ham.
    Christopher A. Faraone, Dirk Obbink (eds.)
    The Getty Hexameters. Poetry, Magic, and Mystery in Ancient Selinous
    The Getty Hexameters. Poetry, Magic, and Mystery in Ancient Selinous, Oxford (University Press) 2013, pp. xv + 216, ISBN 978-0-19-966410-8.
    Recensione di 
    Nicola Serafini
    Università di Urbino Carlo Bo

    Nel 1981 Max Gerchik ha donato al J. Paul Getty Museum di Los Angeles sei frammenti di una lamella plumbea iscritta in greco, per la maggior parte in esametri (n° inv. 81.AI.140.2). La pubblicazione fu affidata a Roy Kotansky e David Jordan, i quali ne hanno offerto una editio princeps preliminare solo nel 2011, mentre attualmente (maggio 2014) sono tuttora in corso di preparazione delle specifiche monografie da parte dei due studiosi (1). Il reperto è datato dagli editores principes a cavallo fra la fine del V sec. e l’inizio del IV a.C., e la provenienza selinuntina del manufatto è sostenuta con un buon margine di sicurezza, non solo per mezzo di una serie di considerazioni di ordine storico, ma anche grazie al confronto con lamine simili ritrovate a Selinunte.

    Nell'attesa delle rispettive edizioni offerte dai due primi curatori, Christopher A. Faraone e Dirk Obbink hanno recentemente pubblicato una loro edizione e traduzione degli esametri in questione, seguita da una serie di contributi di alcuni insigni studiosi chiamati ad analizzare i problematici Getty Hexameters in occasione di un incontro di studio tenutosi alla Getty Villa di Malibu il 5 novembre 2010. Di fatto, il volume in questione costituisce la prima vera trattazione approfondita di questo misterioso testo, presumibilmente il primo di una lunga serie, dato il contenuto eccezionale di tali frammenti che di certo non mancherà di alimentare un intenso dibattito scientifico negli anni a venire.

    La pubblicazione di questo volume miscellaneo va dunque accolta con interesse, direi persino con entusiasmo, poiché finalmente offre la possibilità agli specialisti di religione e magia antica di prender dimestichezza con i Getty Hexameters e con le loro molte difficoltà. Allo stesso tempo, come di rado accade e normalmente solo per reperti nuovi e ancora in larga parte sconosciuti, si solleva una pluralità di voci e di opinioni che stimolano una lettura critica: a eccezione della provenienza selinuntina e della data di composizione, fissata dai curatori alla fine del V secolo e accolta da tutti i contributori, ogni studioso offre una personale interpretazione degli esametri Getty, della loro natura, del contesto di composizione e di fruizione. Non esiste una visione comune condivisa da tutti gli autori del libro, i quali, ciascuno per suo conto, tentano di chiarire la natura del testo e le sue molteplici implicazioni, solo di rado appoggiandosi gli uni agli altri: tale peculiarità, che altrove costituirebbe un difetto, in questo caso invece costituisce a mio avviso il merito piú grande del volume. Mentre la comunità scientifica sta iniziando proprio adesso a prendere dimestichezza con questo testo, ciò che serviva era esattamente l'ampiezza di vedute e di ipotesi proposte in questa occasione, le quali sono messe a disposizione del lettore in maniera scientificamente ineccepibile da parte dei singoli studiosi.

    Breve riassunto: i cosiddetti Getty Hexameters si aprono con un ammonimento iniziale, col quale si intima di trascrivere i versi in questione e di nasconderli all'interno della propria abitazione, al fine di proteggerla.
    Segue un'invocazione a Peana, reiterata piú volte nel corso degli esametri a mo' di ritornello, dopo la quale inizia la historiola del fanciullo che conduce una capra ricca di latte, sacra a Demetra, fuori dal "Giardino di Persefone": l'animale seguirebbe le orme di alcune dee dotate di fiaccole, e di Ecate Einodia, la quale con la sua voce spaventosa pronuncia alcune frasi di senso oscuro.
    Ciò che rimane del testo è piuttosto malridotto e dunque di ardua interpretazione, ma si segnala la presenza di divinità come Apollo, Eracle e l'Idra, assieme ai cosiddetti Ephesia Grammata (glossolalíe come a l. 33: kataskia assia asia endasia) e alla misteriosa e inquietante figura di Tetragos, nominata in un contesto altrettanto indecifrabile.

    Nell'Introduzione (pp. 1-9), gli editori offrono alcune coordinate generali sul reperto e sulla sua provenienza, introducendone il contenuto ma senza azzardare ipotesi troppo stringenti, lasciando quindi ampî margini di interpretazione. Così, anche la restituzione del testo greco e la relativa traduzione (pp. 10-13), che dovrebbero servire da modello a tutti gli studiosi, sono talvolta messi in discussione dai singoli autori, alcuni dei quali propongono emendamenti e interpretazioni differenti rispetto a quelle offerte dagli editori.

    Nel primo contributo (The Getty Hexameters: Date, Author, and Place of Composition, pp. 21-29), Jan N. Bremmer sostiene che gli esametri siano stati composti a Selinunte e che addirittura il manufatto che possediamo costituirebbe l'archetipo del testo in esso iscritto (p. 28). Questa opinione è invece contraddetta da Richard Janko (The Hexametric Incantations against Witchcraft in the Getty Museum: From Archetype to Exemplar, pp. 31-56), il quale ritiene che questo non sia l'archetipo, bensí una copia selinuntina di un testo composto e diffuso oralmente (p. 55), a suo avviso, da specialisti religiosi itineranti: appare del resto assai plausibile l'ipotesi, da lui avanzata, di una diffusione contestuale sia con versioni scritte sia tramite medici e maghi erranti che recitavano e tramandavano tali sapienze oralmente. Al complesso rapporto fra oralità e scrittura è dedicato anche il primo dei due contributi di C. A. Faraone (Spoken and Written Boasts in the Getty Hexameters: From Oral Composition to Inscribed Amulet, pp. 57-70), il quale pone l'accento sull'atto della scrittura come espediente magico: a ragione lo studioso rileva come sia proprio l'atto dell'iscrizione a caricare la lamina di valenze magico-rituali, rendendolo una sorta di amuleto profilattico (pp. 69-70).

    Tale ipotesi invita a proporre un'ulteriore considerazione. Negli esametri conservati al Getty Museum si afferma, in apertura (ll. 1-5), che il testo dovrà essere vergato su un qualche supporto e nascosto, per garantire protezione a chi lo possiede. Il parallelo più eloquente, non chiamato direttamente in causa forse perché ritenuto implicito e scontato, ma che vale comunque la pena menzionare, è quello delle defixiones: anche in quel caso la scrittura costituisce un atto rituale vero e proprio che legittima la pratica dell’incantesimo. La parola incisa assume un ruolo di primo piano a livello magico-rituale, ricoprendo una funzione insostituibile e necessaria per il buon esito della pratica stessa. Nel caso di queste tavolette, tuttavia, la dimensione della lettura veniva esclusa tramite l'occultamento del manufatto: il particolare dell’occultamento è di capitale importanza, e anzi si configura come una caratteristica distintiva sia delle defixiones sia dei Getty Hexameters. La scrittura contenuta in queste tavolette evidentemente non presupponeva la loro lettura, per cui il testo in esse custodito non era finalizzato alla trasmissione di un messaggio, come invece di norma accade: si potrebbe anzi dire che la scrittura, in questo caso, s'iscriva a pieno titolo nel processo rituale, e anzi ne divenga una tappa imprescindibile, quasi "atto rituale" essa stessa. Scrittura performativa, dunque, che nell'atto dell'iscrizione agisce già a livello magico e che esercita una pressione sulle forze soprannaturali affinché agiscano secondo la volontà dell'invocante.

    Alberto Bernabé (The Ephesia Grammata: Genesis of a Magical Formula, pp. 71-95) studia invece gli Ephesia grammata, vale a dire una serie di parole interpretabili come delle voces magicae ricorrenti in numerosi contesti magico-rituali e contenuti anche negli esametri Getty: lo studioso raccoglie tutte le testimonianze, le ricorrenze e le varianti di questa formula assai diffusa nell’antichità, offrendo una puntuale raccolta di dati assai utile come opera di consultazione sulla materia. Secondo Bernabé, che accoglie e sviluppa un’ipotesi formulata anni prima da R. Kotansky, gli Ephesia grammata sarebbero il risultato di un lungo processo di sviluppo di un antico incantesimo esametrico che avrebbe progressivamente perduto il suo significato semantico sino a divenire una serie di parole non piú comprensibili ma dalla spiccata valenza magica. Agli Ephesia grammata è dedicato anche il contributo di Radcliffe G. Edmonds III (The Ephesia Grammata: Logos Orphaïkos or Apolline Alexima Pharmaka?, pp. 97-106) il quale si interroga sulle possibili valenze orfiche della formula.

    Nel suo secondo contributo, C. A. Faraone (Magical Verses on a Lead Tablet: Composite Amulet or Anthology?, pp. 107-119) elabora un'ardita, ma assai accattivante ipotesi, vale a dire che la lamina plumblea contenente gli esametri in questione non sia un amuleto, come lui stesso pensò di primo acchito, bensí che si tratti di un'antologia di incantesimi separati dal ritornello su Peana, utilizzato proprio come separatore fra le varie sezioni del testo. Nei Getty Hexameters è ricorrente, infatti, una sorta di ritornello in cui si nomina Peana (ll. 6, 23, 32, 49): tuttavia, nota giustamente Faraone, in nessuno dei versi Peana è chiamato a curare né tantomeno a prestare assistenza, assieme al fatto che dopo ognuno di questi intercalari sembrano introdursi nuovi temi e addirittura incantesimi differenti (pp. 108-109). Esistono del resto paralleli di antologie di incantesimi simili alla presente (ad es. il cosiddetto "papiro di Filinna" o la tavoletta di Falasarna), e l'intuizione dello studioso si rivela assolutamente persuasiva: assieme a quella di Sarah Iles Johnston che vedremo a breve, si tratta a mio avviso dell'idea piú convincente del volume.

    Il lungo e avvincente studio di S. I. Johnston (Myth and the Getty Hexameters, pp. 121-156) è tutto dedicato al mito contenuto negli esametri Getty. Per la precisione, si tratta di una historiola, di una "storiella" incastonata in un incantesimo analoga alla situazione alla quale si rivolge l'incantesimo stesso: tuttavia, per quanto le historiolae si iscrivano nel reame mitico, per cosí dire, non sono inserite in un tempo mitico distaccato e differente da quello in cui operano i mortali. Frequente, nelle historiolae, è infatti l'utilizzo del presente, che accresce la valenza performativa del racconto: si tratta, in sostanza, di far agire gli dèi come descritto nell'incantesimo stesso, e l'impiego del presente indica che l'azione avviene mentre è descritta (cfr. pp. 125 e 128; sulle historiolae e sulle loro peculiarità, pp. 124-129). La tesi principale avanzata dalla studiosa è che la historiola degli esametri Getty potrebbe avere origini egizie, e sarebbe stata adattata in chiave greca adeguandola al pantheon ellenico: numerosi testi egizî raccontano miti sul latte e sulle sue numerose proprietà benefiche (pp. 132-139), ed è proprio dalla storia di Hathor che utilizza il latte di gazzella per curare l'occhio di Horus che potrebbe avere origine l'historiola contenuta nei Getty Hexameters. Il mito sarebbe arrivato a Selinunte attraverso i molteplici scambî commerciali della città, in primo luogo con i mercanti fenici, e avrebbe qui attecchito perché alla cultura greca non erano estranei miti sulle qualità prodigiose del latte (pp. 139-144): non è il latte in sé, tuttavia, a scatenare il potere magico degli esametri, bensí l'iscrizione rituale dell'historiola relativa al latte di capra (che sostituisce qui la gazzella egizia).

    Gli ultimi due contributi del volume, uno di Ian Rutherford (The Immortal Words of Paean, pp. 157-169) e l'altro di Dirk Obbink (Poetry and the Mysteries, pp. 171-184), offrono rispettivamente una rassegna sul peana come genere e su Peana come teonimo indipendente o epiclesi di Apollo, e un'altra sulla poesia di culto riferita a riti misterici. Nel primo caso, Rutherford è incline a ritenere i Getty Hexameters come una sorta di predecessore del peana, o comunque vi intravede alcune caratteristiche di tale genere, ammettendo però correttamente che essi siano il risultato di "a process of bricolage from different poetic or ritual genres" (p. 167): tuttavia, sembra opportuno rilevare come chiamare in causa dei "generi letterarî" in questo contesto si riveli un'operazione rischiosa, oltre che impropria. Voler identificare un genere preciso per i versi in questione non solo non è possibile, ma forse non è nemmeno appropriato, in primo luogo per la natura particolarissima di tali esametri, del loro contenuto e del supporto stesso, e in secondo luogo poiché all’epoca della sua composizione non esistevano confini netti fra i generi; né probabilmente esistevano tout court dei generi autonomi con delle regole precise di composizione che andassero di là da semplici consuetudini. Di fatto, i compositori non soggiacevano a una rigida griglia di regole letterarie secondo il "genere" prescelto, poiché ciò che distingueva le varie forme poetiche erano il contesto e i modi della loro esecuzione (cfr. infra, e n. 3). Quoi qu'il en soit, anche Obbink si addentra nella discussione del possibile "genere", e ipotizza che si tratti di un canto di culto relativo a dei riti misterici: tale ipotesi solleva qualche perplessità, per una serie di ragioni, prima fra tutte l'utilizzo dei nomi delle divinità nei Getty Hexameters (Φερσεφόνης, l. 9; Δήμητρος, l. 10; Εἰνοδία Ἑκάτη, l. 13). Di norma nei testi relativi ai misteri di Eleusi i nomi proprî delle divinità, come è noto, sono sostituiti da nomi "di culto", per così dire: Persefone diventa Kore, Demetra Deò, o si parla semplicemente delle "due dee", o ancora (anche al di fuori dell'ambiente eleusino) si preferisce l'impiego della sola epiclesi ma non del teonimo, specialmente a livello locale e in particolare nelle iscrizioni. Nella stessa Selinunte, ad esempio, Demetra Malophoros era chiamata d'abitudine con la sola epiclesi, mentre il teonimo è praticamente inesistente nelle iscrizioni, laddove Persefone a Selinunte è di norma chiamata Kore, o anche Pasikrateia, ma mai Persefone (2): se fosse stato un canto di culto, avremmo avuto "Malophoros" in luogo di "Demetra", e, probabilmente, "Pasikrateia" in luogo di "Persefone", mentre "Ecate Einodia" sarebbe stato sostituito con ogni probabilità dal piú semplice "Einodia". In questo caso è forse piú logico pensare a un testo ormai cristallizzato a livello letterario, per quanto con un passato fluttuante di trasmissione orale, che abbia assommato su di sé echi cultuali ma anche elementi della tradizione letteraria, senza per forza di cose dover appartenere a un "genere letterario" specifico, sempre ammesso che di "generi letterarî" si possa parlare a quest'altezza cronologica e in questo contesto (3).

    Per concludere, alcuni studî sono eccellenti, altri presentano qualche difficoltà, pur rimanendo di grande interesse: nel complesso, dunque, il bilancio resta piú che positivo. Di certo, il volume offre agli studiosi un buon repertorio di dati e una bibliografia aggiornata, assieme alla possibilità di valutare autonomamente, e criticamente, le singole ipotesi formulate dagli autori, in vista dei successivi dibattiti che si svilupperanno sugli esametri del Getty Museum, perché senza dubbio ve ne saranno.

     

    Nicola Serafini

    Università di Urbino Carlo Bo

    nicola.serafini@me.com

     

    NOTE:

    1. D. R. Jordan, R. D. Kotansky, Ritual Hexameters in the Getty Museum: Preliminary Edition, «ZPE» 178, 2011, pp. 54-62. I due studiosi si apprestano a fornire due monografie separate sull’argomento: da un lato, l’edizione definitiva sarà inclusa in una monografia che conterrà anche altre lamine della medesima natura e, con ogni probabilità, di provenienza analoga: D. R. Jordan, Verses from a Rite of Initiation into the Worship of Demeter and Core (prossima pubblicazione). Dal canto suo, R. D. Kotansky, Early Greek Incantations on Lead from Selinous: The ‘Getty Hexameters’. Text, Translation, and Commentary (prossima pubblicazione) proporrà alcune nuove letture del testo e interpretazioni differenti rispetto all’edizione preliminare del 2011.
    2. Impossibile approfondire il discorso in questa sede: tuttavia, sulla complessa relazione fra epiclesi e teonimi, e soprattutto sul culto di Demetra Malophoros a Selinunte, mi limito a rinviare a N. Serafini, La dea Ecate a Selinunte: una "messaggera" della Malophoros?, in Selinunte nell'antichità: prospettive e ricerche, Atti del Convegno (Urbino 17-18 ottobre 2012), Roma 2014, in corso di stampa. Sul rapporto Persefone-Pasikrateia, e Malophoros-Demetra, oltre alla bibliografia già segnalata all'articolo precedente, mi limito a rinviare alle pagine ormai classiche di G. Zuntz, Persephone. Three Essays on Religion and Thought in Magna Grecia, Oxford 1971, pp. 103-105.
    3. Sui "generi letterarî" greci, cfr. N. Serafini, L' "Inno a Ecate" di Esiodo (Theog. 411-452): una falsa definizione, «Aevuum Antiquum», n.s. 11, 2011 (2014), pp. 197-207.