Rec Romani a Edmunds Helen

    Daumier, Paris et Hélène, 1842
    Lowell Edmunds
    Stealing Helen. The Myth of the Abducted Wife in Comparative Perspective
    Princeton University Press, Princeton - Oxford 2016
    Recensione di 
    Silvia Romani
    GRiMM - Università di Milano

     

     

     

    In questi ultimi anni, Lowell Edmunds ha tratto benevolmente in inganno i suoi affezionati lettori, promettendoci un libro dedicato al mito di Elena. Ora che, finalmente, dopo anni di ricerca, il volume è giunto sui nostri tavoli, scopriamo quale dose di understatement - del resto cifra caratteristica di Edmunds studioso e uomo - sia stata dispensata nel qualificare, semplicemente, Stealing Helen come un libro dedicato alla "distruttrice" di eserciti.

    Il tema è, com'è ragionevole supporre, uno dei territori di saccheggio piú battuti dalla critica: basti ricordare in italiano il volume curato da M. Bettini e C. Brillante, Il mito di Elena (Einaudi: Torino 2002, (rec. Ressel, GRiMM, in questo sito), ma anche il saggio di L. B. Ghali-Kahil, Les enlèvements et le retour d'Hélène dans les textes et les documents figurés, Paris 1955 o l'Helen of Troy di J. Lindsay (Londra 1975), uscita nello stesso anno di un celebre lavoro di M. L. West, Immortal Helen (Londra 1975).

    Protagonista, un po' suo malgrado, della guerra delle guerre, Elena è rimasta incapsulata in un cammeo che la raffigura come la piú pericolosa e seducente delle eroine antiche. C'è ben altro, tuttavia, e già addentrarsi nei numerosi sentieri che si dipartono o approdano alla spiaggia troiana sarebbe questione non facile da dipanare. Stealing Helen è, tuttavia, qualcosa di piú e di diverso da un'indagine su un mito antico, per quanto celebre e "identitario" Il sottotitolo, The Myth of Abducted Wife in Comparative Perspective, ci indirizza meglio verso il fulcro dell'opera di Edmunds, anche se neppure la prospettiva comparatistica, in realtà, sembra esaurire ciò che questo libro rappresenta: una riflessione seminale di metodo, un progetto ambizioso e complesso, forse anche un po' hybristes in taluni passaggi.
    Il tessuto ricchissimo del volume (430 pagine a stampa) si regge su due assunti perfettamente condivisibili: il primo comporta la rinuncia, definitiva, a una prospettiva "genetica" sul mito, nella convinzione che tale rinuncia non rappresenti una reale perdita bensí un arricchimento prospettico. Le leggi che regolano la sopravvivenza del mito antico sono, del resto, molto lontane dall'evoluzionismo darwiniano e non pare esistere, se non in rarissimi casi, un fil rouge cronologico che leghi l'ordito delle varianti antiche.
    Il secondo capitolo ha invece a che fare con il valore e la funzione delle fonti visuali per l'interpretazione del racconto mitico: anche in questo caso il lavoro di Edmunds riesce a operare una quieta rivoluzione prospettica, consentendo e agevolando un travaso osmotico fra parola scritta e immagine, che appaiono semplicemente come tasselli diversi di uno stesso mosaico interpretativo (notevole, in tal senso, l'inventario dei manufatti artistici a cui è dedicata la seconda Appendice, pp. 303-311).
    Originale e assolutamente inedito è anche il parziale inquadramento della letteratura critica nel magmatico alveo dei reception studies, come accade nelle pagine dedicate, un po' provocatoriamente, alla scoperta della "vera Elena" (The Discovery of a Real Helen, pp. 189-195).

    Il saggio si apre con una Prefazione e un'Introduzione metodologica; si articola poi in cinque capitoli a cui si accompagnano due Appendici, una bibliografia di impressionante ricchezza e due indici.
    Il primo capitolo muove da una vasta panoramica di storia degli studi, a partire dal fondativo repertorio di Annti Aarne del 1910, Verzeichnis der Märchentypen, il primo ad adottare una classificazione combinatoria per tipologie del racconto folclorico (un'opera piú familiare agli studiosi nella declinazione rivista e ampliata a opera di Stith Thompson nel 1928), per poi approdare a punti nodali piú recenti quali il meritorio lavoro di John Miles Foley sulla poesia orale e sulle potenzialità di internet come strumento interpretativo e conservativo nello stesso tempo. Il lascito di Foley (scomparso prematuramente nel 2012) è stato raccolto da piú di uno studioso di mito greco, in particolare da Gregory Nagy, che ne ha declinato le premesse in una sorta di neo-ritualismo, dove il racconto mitico non appare piú semplicemente in binomio sinergico con il rito, ma si configura come un rito esso stesso.
    A chiusura di questo affresco prospettico, l'Autore prosegue nell'indagare in dettaglio la natura "tipologica" del racconto del "rapimento della bella sposa", nella classificazione di Stith Thompson una sottocategoria del tipo "rapimento della sposa" (ATU 860B). La puntuale analisi dei motivi si rivela particolarmente interessante nella trattazione del motivo della "fanciulla cigno" (pp. 51-52).
    Il capitolo secondo è incentrato sulle figure dei due Dioscuri; sarebbe, tuttavia, un errore intendere questa sezione come ancillare alla trattazione del mito di Elena. Edmunds, al contrario, offre generosi spunti interpretativi per decifrare un corpus di racconti mitici non facili da analizzare. Molto brillante e perspicuo è il lavoro sulla vexata quaestio della cronologia trasversale, con l'arguto richiamo al Somnium lucianeo (p. 73) e quindi all'asserzione provocatoria secondo cui Elena sarebbe stata troppo giovane per essere rapita da Teseo, ma troppo vecchia per incarnare la quintessenza del fascino femminile nell'Iliade. L'Autore insiste, inoltre, sulle radici indoeuropee della coppia gemellare, contrariamente a quel che accade per Elena, e la tipologia narrativa in cui ricade il suo mito, per la quale è difficile immaginare un milieu indoeuropeo di riferimento.
    Centrale appare anche la distinzione semantica fra il cosiddetto rapimento di Teseo (collocato in una fase peri-puberale della biografia mitica di Elena) e il ratto di Paride, cosí come la riflessione sull'etimologia del nome dell'eroina spartana: un tema questo che continua ad appassionare Edmunds anche dopo la pubblicazione di Stealing Helen.
    Il terzo capitolo, intitolato "Helen Myth", sembra rappresentare il cuore dell'indagine, anche se, fin dalle prime pagine, fa piazza pulita di ogni tentativo di docile ricomposizione delle varianti mitiche in un unico, coerente corpus. Edmunds ci ricorda che Elena è everywhere: nella poesia, nelle rappresentazioni artistiche di ogni tempo. Contemporaneamente, è in un nowhere perché non esiste alcuna variante antica, nemmeno nelle opere dei cosiddetti mitografi, Apollodoro e Igino, in cui la storia venga raccontata dall'inizio alla fine. Questa caratteristica, in verità piuttosto diffusa fra le biografie mitiche di eroi e, in particolare di eroine, nel caso di Elena non può che produrre una vistosa frammentazione che l'Autore decide di ricomporre doing justice to variants (p. 103), propendendo per un restauro conservativo che non cancelli suture e zone d'ombra.

    Ogni variante quindi può essere "diversamente" significativa a seconda del contesto d'indagine. Il cuore del capitolo è certamente la sezione incentrata sul rapimento (abduction), con un'importante sezione dedicata alle arti visive, dove sono riprodotti reperti noti come il celebre cratere attico proveniente dal deposito del Ceramico e conservato al British Museum, raffigurante forse Paride ed Elena (730 a.C., fig. 16, p. 129), ma anche meno conosciuti come il bellissimo bassorilievo in avorio del VII secolo, ora al Museo Archeologico Nazionale di Atene, con il medesimo soggetto del cratere attico (fig. 17, p. 130).
    Particolarmente documentate sono le pagine dedicate al segmento narrativo che segue il ritorno dalla guerra di Troia, con un interesse specifico per l'after life dell'eroina, d'abitudine trascurato dalla critica.
    Il quarto capitolo è dedicato alle ipostasi di Elena e affronta il coté cultuale della sua figura, prendendo in esame i due culti di area spartana (a Platanistas e a Terapne) e quello dell'oscura Elena dendritis, l'Elena dell'albero, venerata a Rodi. L'analisi delle testimonianze antiche fa propendere l'Autore per una dipendenza originaria dal racconto mitico dei rituali connessi a Elena.
    Il quinto capitolo esaspera una tensione dicotomica che, in verità, affiora in filigrana a piú riprese nel corso della riflessione di Edmunds: quella fra real e fictive e tra fictive e fictional. In questo caso, il terreno di esplorazione è il Nachleben del mito, dal V secolo in poi: particolarmente convincente la sezione dedicata al Faust e a Simon Mago. Si passa poi a un rapido excursus sulla nascita della fictive Helen nella letteratura latina. La questione è tutt'altro che marginale e va a collocarsi su un confine, a tutt'oggi poco presidiato dagli antichisti, oltre al quale si apre una prospettiva narratologica di indagine sulle fonti letterarie: questa fictive heroine, evocata nelle ultime pagine del saggio vero e proprio, pare quindi avere una funzione seminale e aprire la strada a nuove ipotesi interpretative.

    "Se qualcuno mi chiedesse qual è la mia interpretazione originale di Elena, replicherei che il significato del libro è proprio non stare al gioco della scoperta di una nuova Elena" (p. XIII dell'Introduzione): forse il saggio di Lowell Edmunds non crea dopo tutto un'Elena originale, ma certamente qualcosa di nuovo è stato inventato. Assolutamente originale è la complessità prospettica con cui l'Autore affronta il destino della piú amata fra le eroine greche; impressionante l'ampiezza della documentazione e la varietà dell'impianto metodologico; coraggiosa la scelta di levare tutte le ancore che tengono Elena legata alle sue ipostasi piú celebri e disegnare una rotta sconosciuta, nella convinzione che solo l'abbandono del sentiero tracciato permetta di mettere a fuoco i various modes of her (of Helen) existence.

     

    Silvia Romani
    GRiMM Trieste - Università di Milano