Rec. Serafini a Carena e Morales

    J.-A.-D. Ingres, Edipo e la Sfinge, 1808 (Paris, Louvre)
    Carlo Carena e Helen Morales
    Il fascino del mito. Mitologia classica e letterature europee - Classical Mythology: A Very Short Introduction
    Carlo Carena, Il fascino del mito. Mitologia classica e letterature europee, Salerno Editrice («Astrolabio» n° 5), Roma 2014, 115 pp.; Helen Morales, Classical Mythology: A Very Short Introduction, Oxford University Press, Oxford 2007, 143 pp.
    Recensione di 
    Nicola Serafini
    Università di Urbino - GRiMM Trieste

    Sin dalle prime battute della sua introduzione, Carlo Carena dichiara apertamente che il suo non è che «uno schizzo, ben ristretto e sommario» del patrimonio mitico classico e della eredità che ha trasmesso alla cultura europea. Senza dubbio il volumetto ch'egli ha approntato può essere definito proprio cosí, come un agile "schizzo" di alcuni dei più noti miti classici, e della loro ripresa nella cultura moderna: un libro 'divulgativo', insomma, per usare un termine che non amo ma che gode sicuramente di grande fortuna al giorno d'oggi. Ebbene, per sua stessa dichiarazione, il libello di Carena è un'esile sintesi, alla quale «ogni lettore supplirà certamente molto altro mediante la sua formazione e il suo gusto, la sua esperienza, le sue reminiscenze e i suoi svaghi» (p. 8): come tale potrebbe essere guardata con sospetto (o, peggio, con un certo sussiego) da parte di chi si occupa abitualmente di mito e mitologia classica.
    Ritengo, tuttavia, che tale opera meriti l’attenzione non solo dei non addetti ai lavori, curiosi di essere ‘iniziati’ al mito greco, bensí (e soprattutto!) anche di chi il mito lo conosce e lo frequenta con assiduità, perché offre un respiro ben più ampio rispetto ai testi che si limitano a trattare solamente le fonti antiche. Innanzitutto, all’A. si deve una delle più puntuali, raffinate ed eleganti definizioni del ruolo del mito greco nella cultura europea, che «fu, con la sua esuberanza fantastica, le possibilità metaforiche e i velati ammaestramenti, una linfa che per ampie vene o per impercettibili capillari penetrò e nutrì – ora piú ora meno, mai invano – la nostra cultura; e volere o volare ne siamo non solo debitori, ma vittime o felici eredi» (p. 8). Svincolato da qualsiasi obbligo di inutile sfoggio di erudizione, che molto spesso soffoca ogni afflato di spontaneità nei volumi accademici sul mito, il volume di Carena offre prospettive interessanti e inediti percorsi di lettura di alcuni episodî mitici, rivisti alla luce delle successive reinterpretazioni nella cultura moderna e contemporanea.
    Per la sua stessa natura, il volume non è certo privo di semplificazioni e di imprecisioni, cosí come di lacune: eppure, a mio avviso va giudicato per quello che vuole essere, vale a dire una rapida guida, una prima introduzione al mito e alla sua fortuna, accessibile a qualunque lettore. Non ritengo opportuno, pertanto, muovere dei rimproveri metodologici che sicuramente non avrei esitato a sollevare se si fosse trattato di una monografia specialistica. Ciò detto, tenterò comunque di evidenziare i meriti e le carenze di tale volume, fermo restando che tale rassegna non dovrebbe sostituirne la lettura.

    In sostanza, Carena ripercorre la fortuna del mito nella cultura moderna, ma senza un approccio diacronico o metodico: se altrove ciò sarebbe stato un difetto, nella fattispecie tale scelta rende la lettura molto piú stimolante, e ricca di sorprese. Al lettore è offerta una serie di aneddoti e citazioni da Boccaccio a Vico, passando per la celebre Origine des fables (1724) di Fontenelle, e per innumerevoli altri personaggi piú o meno noti della letteratura moderna, che in un modo o nell’altro hanno ripreso, commentato, riplasmato dei miti classici o che molto semplicemente ne hanno proclamato il valore. A tal proposito, mi sembra assai indicativa dell’atmosfera che regnava all'epoca la voce 'Mythologie' della Encyclopédie di Diderot e d'Alembert, redatta dal Cavaliere di Jaucourt, di cui giustamente Carena riproduce un ampio stralcio (pp. 14-15):

    «Le persone della buona società, quelle stesse che paiono le meno interessate alla cultura, sono costrette a iniziarsi alla conoscenza della mitologia, poiché è entrata nelle nostre conversazioni con tale frequenza, che chiunque ne ignori i rudimenti deve temere di passare per sprovvisto delle nozioni piú comuni di un’educazione normale. Il suo studio è indispensabile ai pittori, agli scultori, soprattutto ai poeti, e in generale a tutti coloro il cui obiettivo è di aggraziare la natura e di piacere all’immaginazione. La mitologia costituisce la base delle loro creazioni e da essa traggono i loro ornamenti precipui. Essa decora i nostri palazzi, le nostre logge, i nostri soffitti e i nostri giardini. La favola mitologica è il patrimonio delle arti, è una fonte inesauribile di idee ingegnose, di immagini radiose, di soggetti interessanti, di allegorie, di emblemi, il cui uso piú o meno felice dipende dal gusto e dal genio».

    Il mito è quindi esaminato alla luce delle sue riprese nella letteratura moderna, passando per opere illustri quali il Paradise Lost di Milton o la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, o ancora la Commedia di Dante. È proprio quest’ultimo a permeare l’intero tessuto del volumetto: le frequentissime citazioni dantesche, cosparse in tutta l’opera, a mio modo di vedere non appesantiscono affatto il testo, bensí lo nobilitano. Ben oltre le opere di Dante, Boccaccio o Tasso, l’A. ci accompagna lungo i secoli sino al Novecento e alla presenza del mito nelle opere, ad esempio, di Cocteau, Gide o d’Annunzio: si tratta di una rassegna piuttosto agile e non certo esaustiva, ma comunque assai ricca, e soprattutto eseguita con cura (anche nella citazione delle opere).

    Altrettanto positiva mi sembra la rassegna di miti contenuta nel libro, intercalata alle testimoniante letterarie moderne. Non si tratta di un compendio completo e accurato qual è ad esempio quello, tuttora insuperato, de Gli dèi e gli eroi della Grecia di K. Kerényi, né di una narrazione suggestiva di miti concatenati fra loro e disposti – per così dire – ‘diacronicamente’ come Le nozze di Cadmo e Armonia di R. Calasso o L’universo, gli dèi, gli uomini di J.-P. Vernant: nel libro di Carena sono semplicemente ripercorse alcune saghe o semplici episodî talvolta non connessi fra loro, ma offrendo al lettore non esperto un accattivante primo approccio ad alcuni dei personaggi principali dei racconti mitici greci. Inutile dire che queste porzioni di testo, per quanto interessanti, sono quelle che meno si addicono a un pubblico già esperto, che tuttavia potrà leggere con beneficio le altri parti del libro, soprattutto la prima metà, trovandovi numerosi spunti di riflessione.

    Lo stile raffinato dell'A., di per sé il piú delle volte piacevole, approda talvolta a una sorta di impressionismo dagli esiti non sempre felici, che palesa un chiaro tentativo di rendere accattivante la lettura a qualunque costo e che lo conduce spesso a utilizzare espressioni assolutamente improprie. Segnalo, per fare un esempio fra tanti, una semplice frase relativa alla Teogonia di Esiodo, dove quasi ogni termine è impiegato a sproposito: «Può essere uno stile elencatorio monotono, un vocabolario stereotipato, possono mancare guizzi d’ala; ma Esiodo ha l’ispirazione e l’andatura della scrittura ieratica» (p. 21). Esiodo non scrive, bensí compone oralmente un’opera destinata a una diffusione egualmente orale, i cui fini didascalici sono quelli tipici dell’età pre-classica: il poeta epico-didascalico, come è ormai noto da tempo e come ha definitivamente dimostrato a suo tempo E. A. Havelock nella sua celebre Preface to Plato (1963), era il depositario di un sapere tradizionale tramandato oralmente. Non ha senso parlare di 'stile elencatorio monotono' per un'opera il cui fine precipuo era quello di elencare, né di 'vocabolario stereotipato' per un poema formulare, né tantomeno di 'ispirazione' (concetto anacronistico), per non parlare della presunta 'andatura della scrittura ieratica' che fa il paio con la definizione di 'libro sacro' riservata poche righe sopra alla Teogonia, la cui completa inadeguatezza non è di certo mitigata dalle virgolette nella quale è racchiusa.

    È forse, questo, un banale esempio, ma che mostra come il volume non sia immune da imprecisioni, a voler esser pignoli. Ciò che crea piú problemi, a mio avviso, di là dal metodo e dai contenuti, è lo stile: tuttavia, come ho già affermato in precedenza, il merito principale del libro risiede nel suo ampio respiro e le sue imprecisioni non ne diminuiscono l’interesse.

    In definitiva, si tratta di un libello che merita di essere letto, al pari di quello di Helen Morales, al quale mi rivolgerò ora. La scelta di includere i due volumi nella stessa recensione nasce proprio dal loro giudizio complessivo: in entrambi i casi siamo di fronte a due volumetti agili ed economici, pensati come un'accessibile introduzione al mito per un pubblico non esperto, ma che invece si rivelano assai utili anche per chi ha già una qualche dimestichezza con la mitologia. Come ho già detto riguardo al volume di Carena, e che ripeto qui riguardo a quello di Helen Morales, il pregiudizio che accompagna la lettura di volumi simili da parte degli studiosi in questo caso non mi pare giustificato: il libro mi pare ben strutturato, e soprattutto vanta un dettato molto scorrevole e persino colloquiale, talvolta ironico, che rende la lettura accattivante e piacevole. Gli argomenti e gli esempî (de)fluiscono senza sosta in un continuo magma di concetti e di personaggi, storici e mitici, interrotto non di rado da bruschi cambî di rotta senza un preciso nesso apparente: ciò non guasta, anzi rende la lettura vivace e stimolante, dunque accolgo con favore questo andamento quasi 'rapsodico' in un volume simile, che invece in altra sede sarebbe deplorevole e irritante.

    Piú che di una introduzione alla mitologia classica, anche in questo caso, come nel libro di Carena, parlerei piú volentieri di una introduzione alla fortuna della mitologia classica in età moderna e contemporanea. Sebbene il volume di Morales sia decisamente piú orientato all'epoca antica, si rileva comunque una continua e incessante giostra fra antico e contemporaneo, con speciale riguardo al Novecento letterario, artistico e storico-culturale, accanto a numerosi riferimenti cinematografici e televisivi.

    Poco comprensibile, a mio avviso, se non difficilmente giustificabile, la disposizione dei capitoli: i primi due capitoli sono una sorta di 'flusso di coscienza' incontrollato fra il mito di Europa e la nascita della Unione Europea (con tanto di parallelo fra una moneta romana del III secolo d.C. e una moneta attuale da 2 euro), il film Troy di Wolfgang Petersen e il ruolo del mito nell'istruzione romana, o ancora il ruolo del mito nell'educazione odierna dei bambini anglosassoni, seguíto da una improvvisa descrizione del colle Palatino a Roma o del Rockfeller Center di New York assieme al confronto di alcune sculture contemporanee. Ebbene, mentre il lettore va avanti, un po' disorientato, in questi due capitoli, improvvisamente a p. 39 si trova di fronte una esposizione ordinata, e davvero ben fatta, sul mito e sul politeismo greco.

    Il capitolo 3, Gods and Heroes (pp. 39-55), doveva senza dubbio essere posto in apertura del volume: si tratta di una rapida, ma puntuale introduzione al politeismo greco. È sicuramente encomiabile la capacità di sintesi dell'A., che in poche righe riesce a racchiudere con estrema precisione i caratteri essenziali della concezione greca del divino e a presentarla ai lettori inesperti pur senza semplificarne i concetti: «Greek and Roman religion was polytheistic. Mortals could never be certain they had done the right thing. Being completely obedient to and favoured by one god wouldn't protect a mortal from the wrath of another god. There was no good or evil in Greek and Roman religion, and few mythological characters were wholly bad or wholly good. Nor was there any single religious text, like the Bible or Koran, which laid down for people a moral code to follow. Faith was not defined against disbelief as it is in most modern religions. In fact, thinking in terms of 'religion' as a separate part of life is misleading; the gods were involved in every sphere of activity» (pp. 40-41). A una presentazione delle divinità greche e delle loro prerogative, segue una descrizione della concezione greca dell'Aldilà, del concetto di hybris, per poi soffermarsi su singole questioni o soggetti, come le Muse o Eracle, o ancora sul complesso problema delle eroizzazioni, chiedendosi ad esempio perché Teseo ricevesse un culto eroico mentre Licurgo no, e chiarendo quali fossero le caratteristiche principali degli eroi. A livello metodologico, pur nella estrema sintesi dettata dalle esigenze editoriali del volume, Morales compie un'operazione a mio avviso positiva: ad esempio concordo pienamente sull'inadeguatezza del termine 'religione' riferito al politeismo greco, il cui utilizzo, per quanto comodo, presta il fianco a delle inevitabili imprecisioni, poiché nella Grecia arcaica e classica non vi era alcuna frattura fra sfera religiosa e vita quotidiana, come da tempo è stato dimostrato - e come io stesso ho avuto modo di ripetere di recente (1).

    Se il capitolo 3 è una ben pensata introduzione al politeismo greco, agli dèi e agli eroi, il capitolo 4 (Metamorphoses of Mythology, pp. 56-67) è una vera e propria introduzione al mito, breve per quanto accurata: una sorta di Very (Much) Short Introduction to Myth che meriterebbe di circolare in maniera indipendente, magari sostituendo quella di R. A. Segal. Cominciando da una immancabile, e doverosa, rassegna sul rapporto fra mythos e logos e sui loro valori, passando per la dossografia in merito, l'A. dedica numerose pagine all'interpretazione allegorica del mito, dall'antichità in avanti, dagli Stoici agli scrittori Cristiani. Morales riesce cosí a chiarire le funzioni dell'allegoria nella ripresa dei miti classici, affrontando un tema solo in apparenza banale, e allo stesso tempo rendendolo accessibile a un pubblico eterogeneo. L'A., inoltre, rivaluta il contributo di una lettura allegorica dei miti, affermando che tale procedimento conferisce maggiore indipendenza al lettore (o ascoltatore, aggiungerei io) di miti, poiché il fruitore è libero di decidere se limitarsi alla superficie narrativa di ciascun racconto o se invece interpretarlo in maniera allegorica, tentando di raggiungere il livello simbolico.

    Il capitolo 5 (On the analyst's couch, pp. 68-81) è dedicato alla psicoanalisi e all'utilizzo del mito da parte di Freud, ma anche di Lacan e Jung. Anche tale porzione di testo mi pare ben strutturata, e mette bene in luce l'apporto fondamentale del mito classico nella formazione delle scienze psicoanalitiche: di là dal solito mito di Edipo, immancabilmente chiamato in causa con riferimento a Freud, l'A. ricorda anche le funzioni di miti assai meno noti per aver contribuito alla psicoanalisi e alla sua definizione, quali ad esempio quelli di Prometeo, Medusa, Antigone, Amore e Psiche. Non è un'operazione nuova quella dello studio del mito nella psicoanalisi moderna, sicuramente, ma queste pagine di H. Morales ne costituiscono una buona sintesi, anche a uso degli studenti.

    Se il capitolo 6 si occupa dei miti relativi al rapimento e alla violazione sessuale, mettendo giustamente in luce come non esistesse in Grecia un concetto di 'stupro' paragonabile a quello moderno (non era il consenso della ragazza a determinare la consensualità del rapporto, bensí quello del padre della ragazza), il settimo e ultimo capitolo si occupa della sopravvivenza della mitologia classica nella contemporanea cultura New Age (pp. 100-114). Morales è sicuramente nel giusto quando afferma che «intellectual snobbery has played no small part in professional classicists among entirely ignoring it. This is a mistake» (p. 100): condivido appieno tale punto di vista, e infatti ritengo che sia giunto il momento da parte dei classicisti di guardare con piú attenzione alla realtà contemporanea, non da ultimo al fenomeno del Neo-Paganesimo (2). Francamente, tuttavia, il capitolo in questione è un po' deludente: tratta solo in maniera epidermica le basi ideologiche dei movimenti contemporanei senza peraltro mettere sufficientemente in luce gli apporti classici, e allo stesso tempo non riesce a fornire una chiara sintesi che sia fruibile ai meno esperti. Allo stesso tempo, mi sembra che la trattazione sia inficiata dalla personale e dichiarata avversione dell'A. nei confronti della cultura New Age e dell'uso che quest'ultima fa del mito classico: «New Agers use classical myth to ensure that the spirit is soothed, the horoscope reassuring, and the house clean, but the world stays the same» (p. 114).

    Nel complesso, al volume di Helen Morales manca una solida introduzione ai concetti principali, all'inizio dell'opera: la parola 'polytheism', ad esempio, compare solo a p. 40, e ciò mi sembra francamente poco giustificabile. Per quanto ciò sia scontato e noto a tutti, un volume introduttivo di tal genere non può attendere quaranta pagine prima di affermare: «Greek and Roman religion was polytheistic», p. 40. I capitoli 3 e 4 avrebbero dovuto essere posti in apertura, introducendo il lettore al mito e al politeismo greco, piuttosto che al centro del volume. Il titolo non mi sembra pertinente, ma solo fino a una certa misura è imputabile all'A., poiché dettato dalla collana nella quale il libro è accolto (e dall'esistenza di una precedente Very Short Introduction to Myth per opera di R. A. Segal; cfr. la rec. di A. Testa in questo sito): non si tratta di una introduzione alla mitologia classica, come recita il titolo, bensí di una introduzione alla fortuna del mito greco e alle sue riprese moderne. La discutibile scelta editoriale di vincolare i titoli della collana in maniera cosí stretta è di per sé poca cosa in confronto a quella, a mio avviso davvero irritante, di non giustificare il testo, per la cui mise en page non si trovano precedenti neppure presso le piú anonime tipografie private.

    Eppure, nonostante tutto, continuo a credere che valga la pena di leggere questo volumetto, cosí come quello di Carena. Di là dai rispettivi pregi e difetti, entrambe le opere costituiscono una piacevole lettura, destinata a ogni tipo di pubblico. Il lettore esperto vi troverà qua e là spunti di riflessione, mentre quello inesperto potrà iniziare ad avvicinarsi al mondo del mito e alla sua sterminata bibliografia: al primo mi permetto di suggerire di non lasciarsi ingannare dal presunto carattere 'divulgativo' di queste opere, perché non sempre ciò è sinonimo di banalità, mentre al secondo consiglierei di affiancare in ogni caso a questi due volumi, e ai tanti altri simili che si trovano in circolazione, anche qualcosa di piú impegnativo, ma anche infinitamente piú solido, come ad esempio l'imprescindibile Il mito greco di Fritz Graf.

     

    Nicola Serafini

    Università di Urbino - GRiMM Trieste

    nicola.serafini@me.com

    (1) N. Serafini, La povertà nella sfera religiosa greca, tra furto di cibo consacrato ed elemosina rituale, in M. Santucci (ed.), Ploutos & Polis. Aspetti del rapporto tra economia e politica nel mondo greco, Atti del Convegno (Roma, 20-22 maggio 2013), Roma 2014, in corso di stampa, e N. Serafini, Il silenzio come atto rituale, fra culti ctonî e cerimonie magiche, in P. Angeli Bernardini (ed.), Le funzioni del silenzio nella Grecia antica: antropologia, poesia, storiografia, teatro, Atti del Convegno del C.I.S.G.A. (Urbino, 9-10 ottobre 2014), prossima pubblicazione.

    (2) Una significativa eccezione in tal senso è rappresentata dal recente lavoro di S. I. Johnston, Whose Gods are These? A Classicist Looks at Neopaganism, in F. Prescendi, Y. Volokhine (éds.), Dans le laboratoire de l’historien des religions: mélanges offerts à Philippe Borgeaud, Genève 2011, pp. 123-133. Io stesso ho tentato, di recente, di studiare alcuni aspetti del Neo-Paganesimo in rapporto all’antichità classica: cfr. N. Serafini, Antichi dèi, oggi: la Ecate dei Neo-Pagani, «Minerva» 27, 2014, pp. 203-225, assieme a La ‘rinascita’ di una dea greca: la fortuna di Ecate dal Medioevo al Neo-Paganesimo contemporaneo, «Rivista di Cultura Classica e Medievale» 57, 2015, prossima pubblicazione.