Rec. Serafini a Edmunds 2.

    Immagine: Jacob Peter Gowy, da un bozzetto di P. P. Rubens, La caduta di Icaro (1636-1638), olio su tela, Madrid (Spagna), Museo del Prado.
    Lowell Edmunds (ed.)
    Approaches to Greek Myth. Second Edition
    Johns Hopkins University Press: Baltimore 2014 (2a ed.), 470 pp.
    Recensione di 
    Nicola Serafini
    Università di Urbino Carlo Bo - GRiMM Trieste

     

     

    È assai probabile che chiunque si occupi – o si sia occupato – di mito greco, direttamente o incidentalmente, prima o poi abbia dovuto affrontare i contributi raccolti nella prima edizione degli Approaches editi da Lowell Edmunds nel 1990 [1]. Tale affermazione non solo rimane valida tuttora grazie alla pubblicazione di questa seconda edizione, bensí acquista ancora maggior valore per merito dello sforzo del curatore, il quale ha ripreso in mano quella raccolta dopo piú di vent'anni, con uno sforzo di aggiornamento e sistemazione non indifferente.

    Talvolta, molti concorderanno, è piú complesso riprendere in mano un vecchio progetto e rivederlo di quanto non possa esserlo iniziarne uno nuovo: ciò vale ancora di piú per un volume miscellaneo, che coinvolge dunque il lavoro di numerosi altri studiosi, e che nei suoi ventiquattro anni di vita è stato testimone di grandi mutazioni nel campo degli studî di mitologia greca. Negli ultimi anni, infatti, si è assistito a un crescente interesse verso certi aspetti del mito greco, e allo stesso tempo sono andate esaurendosi alcune proposte ermeneutiche che negli anni Settanta e Ottanta la facevano da padrone. Tutto ciò per ricordare al lettore il lavoro che si possa celare dietro la riedizione di un volume: nel caso in questione, inoltre, non si tratta di una banale riedizione, bensí di un vero e proprio restyling che ha investito il volume praticamente in ogni sua parte.

    Prima di entrare nel merito dei contenuti, ritengo indispensabile fornire infatti qualche notizia sugli apporti del curatore rispetto alla prima edizione, e sulle differenze rispetto a quest'ultima. Gli unici due capitoli che sono stati ripresi e ristampati dalla prima edizione sono quelli di H. S. Versnel e C. Sourvinou-Inwood (che nel frattempo è venuta a mancare, come è noto, nel 2007): tutto il resto del volume, è, in misura diversa, inedito, o comunque aggiornato e rivisto rispetto al testo del 1990. Tre capitoli già presenti nella prima edizione sono stati rivisti e rimaneggiati dagli stessi autori (Nagy, Hansen e Calame) mentre altri tre sono inediti (López-Ruiz, Segal e Pàmias). Per parte sua Lowell Edmunds ha compiuto uno sforzo non indifferente riscrivendo tutte le introduzioni ai vari contributi, vecchi e nuovi, mettendo ogni volta in luce in poche pagine i meriti dei singoli lavori: anche nel caso dei due contributi di Versnel e Sourvinou-Inwood, ripresi dalla prima edizione, Edmunds ha fornito nuove contestualizzazioni nelle sue introduzioni ai singoli capitoli. Magistrale, infine, è l'Introduzione Generale aggiornata dello stesso Edmunds, un vero e proprio "corso accelerato" sul mito greco, che merita comunque di esser letta nonostante l'inflazione sul tema in questione.

    Il tema è inflazionato, lo sappiamo: il mito greco può "vantare" (o "lamentare") una bibliografia cosí sterminata che neppure il lettore piú indefesso potrebbe abbracciare nella sua totalità. Eppure, continuo a pensare che il volume in questione meriti a buon diritto di rientrare nella rosa dei volumi letti e studiati dagli interpreti e magari dai loro studenti. Non si tratta di un manuale, o dell'ennesima "introduzione al mito greco", né di una delle tante Companions che ormai vanno tanto di moda: il volume in questione è un complemento a questi testi, come saggiamente afferma lo stesso curatore ("This second edition complements the handbooks and companions", p. vii). I singoli contributi, infatti, non si perdono nelle solite introduzioni generali, bensí entrano direttamente al cuore delle questioni trattate esaminando in profondità e in maniera estesa le questioni da loro scelte, mostrando cosí i loro differenti metodi: non discussione teorica, dunque, bensí discussione vera e propria.

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    Va da sé che non mi sarà possibile entrare nel merito delle singole questioni, e sinceramente non è nemmeno fra le mie priorità in questa occasione. Il volume è veramente ricco di contenuti [2], e soprattutto appare come un diamante poliedrico in cui ciascuna delle facce presenta caratteristiche differenti, scoraggiando ogni valutazione d’insieme.

    Cercherò dunque, nei limiti del possibile, di fornire qualche informazione piú specifica, ripetendo però che già la sola introduzione generale di Edmunds vale da sola la riedizione del libro, e che la caratura dei singoli autori rende senza dubbio questo volume degno di essere (ri)letto. Rimanendo un attimo sulla introduzione generale, la prospettiva utilizzata da Edmonds è quella di discutere la "pratica" quotidiana del mito nella vita greca, toccando cosí numerosi autori e soffermandosi sul rapporto fra mito e storia, ma anche fra mito e poesia, filosofia e rituale.

    Il capitolo di J. Pàmias sulla ricezione del mito greco è ben strutturato. Sin dalle origini, infatti, il mito che noi conosciamo era già una forma di ricezione di tradizioni precedenti: sin da Omero ed Esiodo il mito aveva già assunto una forma sistematica ed era il risultato di una sorta di ricezione di tradizioni precedenti. Tuttavia i veri e propri inventori della "mitologia" sono i logografi (anzi, i "mitografi"), mentre in età ellenistica si assiste, come è noto, alla diffusione di manuali mitologici.

    Fece epoca, all'uscita della prima edizione nel 1990, il saggio di H. S. Versnel, che da allora è divenuto un classico (qui ristampato), e che è stato di recente definito "the fundamental essay on myth and ritual in antiquity" [3]. Con una magistrale operazione ermeneutica, Versnel riuscí a coniugare gli approcci di J. Harrison e di W. Burkert, aggiungendovi altri apporti e sue innovazioni, creando un metodo originale e restituendo alla bistrattata scuola "ritualista" l'importanza che merita, soprattutto rivalutando le opere di J. Harrison.

    L'approccio comparativo del mito greco è studiato da C. López-Ruiz in rapporto alle tradizioni del Vicino Oriente. Una buona parte del lavoro è occupata da una discussione dossografica nella quale si mette in luce la recente propensione da parte degli studiosi verso una ripresa del metodo comparativo. Non poteva mancare, ovviamente, una parantesi metodologica sui 'rischi' che può presentare un approccio comparativo, con annessi avvertimenti su cosa evitare e sui limiti da rispettare. Infine, l'ultima porzione del testo è riservata a una sorta di panoramica di temi e figure mitiche comparabili fra mondo greco e Vicino Oriente, dai poemi omerici alla saga di Gilgamesh, dalla cosmogonia greca a quella ittita: chiunque abbia letto almeno alcuni lavori di Burkert sarà già familiare con tali paralleli, tuttavia è comunque utile trovarli qui raccolti in maniera agile e scorrevole. Il capitolo in questione, in sostanza, può essere utilizzato con profitto come una panoramica generale sui rapporti fra mondo greco e Vicino Oriente, anche se consiglierei vivamente, al lettore interessato, di tornare sempre e comunque a W. Burkert e ai suoi numerosi lavori in merito.

    Il capitolo di J. F. Nagy riprende le teorie di G. Dumézil e si occupa di individuare le affinità ideologiche fra alcune tradizioni indo-europee e alcuni miti greci, come il giudizio di Paride o i miti di Eracle e Orfeo. Anche in questo caso, si tratta di concetti in gran parte già letti, ma sicuramente utili nella loro ripresa aggiornata (ricordo che questo lavoro, come quelli di Hansen e Calame, conserva l'impianto originale della prima edizione ma è stato ripreso e rivisto personalmente dall'autore per questa seconda edizione).

    Nell'Odissea (XI 121-134) è reperibile la prima attestazione del racconto del marinaio e del remo, vicenda che fa da sfondo al capitolo di W. Hansen: l'autore introduce anch'egli un comparativismo di tipo etnografico-folclorico, mettendo in relazione il racconto con alcuni testi del diciannovesimo e ventesimo secolo. L'A. sostiene che questa storia offra implicitamente un avvertimento sui pericoli del mare e della navigazione e sui rischi a essa connessi: il passo è breve per arrivare a proporre una interpretazione eziologica per questo genere di racconti, che talvolta mi pare tuttavia un poco abusata da parte degli interpreti.

    Il mito e la fondazione di Cirene: C. Calame si occupa di un tema a lui caro e già piú volte elaborato, riprendendo il suo contributo del 1990 e aggiornandolo. Sulla base principalmente delle Pitiche IV e V (assieme alla IX), ma anche di altre fonti letterarie, Calame mette in campo una sapiente sinergia fra semantica e pragmatica, adoperando sì una lettura 'semio-narrativa' ma sempre attenta ai contesti della produzione poetica greca e della sua esecuzione, che, come ormai è ben noto, non può essere disgiunta dalla poesia melica arcaica. Il lungo contributo di Calame, che non può qui essere riassunto nel dettaglio, offre un efficace spaccato del suo approccio al mito greco, anche se sulla fondazione di Cirene il punto di riferimento indiscusso rimane la seconda edizione aggiornata di Mythe et histoire  [4].

    Il capitolo di C. Sourvinou-Inwood è uno dei tanti pezzi di bravura che la studiosa ci ha lasciato sull'importanza delle immagini nello studio del mito greco, illustrando in maniera chiara e puntuale il valore delle raffigurazioni nella comprensione delle vicende mitiche greche. Le arti visive, come la studiosa ha ripetuto nel corso della sua carriera, e come nel saggio in questione sintetizza in maniera efficace, possono essere vagliate attraverso una sorta di 'lente' ermeneutica comparabile a una lettura semiotica, in cui la singola raffigurazione mitica contiene già le chiavi della sua stessa interpretazione simbolica.

    Argomento spinoso, quello di cui si occupa R. A. Segal, vale a dire gli approcci psicoanalitici al mito greco[5]. Anche in questo caso si tratta di una sapiente sintesi, di una buona introduzione generale al tema, per quanto di originale non vi sia tanto: non ritengo necessario specificare che ovviamente la gran parte del contributo è dedicata a S. Freud e C. G. Jung. Una sezione è dedicata a una comparazione fra i due, rilevando differenze e somiglianze fra la loro concezione del mito greco: il progetto è ambizioso e di per sé lodevole, anche se da un lato chiunque abbia una qualche familiarità con la psicanalisi (o con la 'psicologia del profondo') vi troverà poco di nuovo, mentre dall'altro lato il neofita (o lo studente inesperto) potrebbe trovare qualche difficoltà a seguire il discorso, che per forza di cose sottintende alcune conoscenze di base in termini psicanalitici. Una sezione importante è anche dedicata a J. G. Frazer e E. B. Tylor, contrapposti proprio alla lettura psicanalitica d'inizio Novecento: se la psicanalisi utilizzava il mito per penetrare i recessi dell'inconscio, dall'altro lato gli antropologi dell'epoca lo riconducevano alla spiegazione dei fenomeni naturali presso i popoli primitivi. La conclusione di Segal è che l'approccio psicanalitico è stato sottovalutato nello studio del mito greco: personalmente ritengo invece che questo genere di scritti sia sempre piú inflazionato e anacronistico[6].

    Mentre redigevo queste pagine sono venuto a conoscenza di un’altra recensione dedicata al volume in questione, pubblicata da A. F. Mangieri su Bryn Mawr Classical Review (BMCR 2015.06.13), nel quale si lamenta l’assenza di un capitolo sul gender e la sessualità nel mito greco. Per quanto lo stesso Edmunds nella sua introduzione (p. 23) non esclude la possibilità che in una eventuale terza edizione del volume possa figurare un capitolo simile, personalmente non solo sono del parere opposto, ma vedo anche una incomprensione di fondo: innanzitutto ritengo che i gender studies, così tanto in voga negli ultimi decennî, volgano al loro naturale declino, ma soprattutto non credo che nella fattispecie si possa parlare di un vero e proprio "approccio" metodologico. Ciò che contraddistingue i gender studies, perlomeno a mio modo di vedere, è il loro contenuto, non l'approccio che li contraddistingue. Tuttavia potrebbe esserci un malinteso di fondo, che potrebbe essere risolto definendo in maniera più rigorosa ciò che si intende con tale qualifica, che al giorno d'oggi è utilizzata in maniera abbastanza elastica, e a volte vaga, e che forse meriterebbe una maggiore focalizzazione.

    Per concludere, si tratta sicuramente di un buon libro, al quale spetta di diritto il ruolo auspicato da Edmunds di 'complemento' ai manuali di mitologia e alle tante companions in circolazione. Non si tratta di un manuale, né di una delle tante 'guide' alle teorie e alle metodologie sullo studio del mito: si tratta di una raccolta di studi, anzi, di 'casi di studio', dai quali emergono di volta in volta in maniera piú o meno diretta gli approcci dei singoli studiosi. Non rassegna teorica, dunque, ma studio pratico di aspetti fondamentali: si tratta di contributi ormai 'classici', e in quanto tali degni di essere (ri)letti sia da chi aveva già avuto modo di apprezzare la prima edizione, sia dai nuovi studiosi e studenti che si affacciano a quel mare magnum che è l'odierna ricerca sulla mitologia greca.

     

    Recensione di Nicola Serafini

    Università di Urbino Carlo Bo - GRiMM Trieste

     

     



    [1] Fra le recensioni alla prima edizione, ricordo almeno quelle pubblicate in: «The Classical World» 84, 1991, pp. 498-499; «Phoenix» 45, 1991, pp. 263-269; e «Mnemosyne», s. IV, 46, 1993, pp. 261-264.

    [2] Oltre alla Introduzione Generale di L. Edmunds e alle sue introduzioni di cui ogni capitolo è fornito, il volume è composto dai seguenti contributi:

    -        J. Pàmias, The Reception of Greek Myth

    -        H. S. Versnel, What's Sauce for the Goose is Sauce for the Gander: Myth and Ritual, Old and New

    -        C. López-Ruiz, Greek and Near-Eastern Mythologies: A Story of Mediterranean Encounters

    -        J. F. Nagy, Hierarchy, Heroes and Heads: Indo-European Structures in Greek Myth

    -        W. Hansen, Odysseus and the Oar: A Comparative Approach to a Greek Legend

    -        C. Calame, Narrative Semantics and Pragmatics: The Poetic Creation of Cyrene

    -        C. Sourvinou-Inwood, Myth in Images: Theseus and Medea as a Case-Study

    -        R. A. Segal, Greek Myth and Psychoanalysis.

    [3] B. Kowalzig, Singing for the Gods: Performances of Myth and Ritual in Archaic and Classical Greece, Oxford 2007, p. 13 n. 1

    [4] C. Calame, Mythe et histoire dans l'Antiquité grecque : la création symbolique d'une colonie, Paris 20112.

    [5] Sul tema, rinvio almeno al contributo (non citato da Segal) di E. Pellizer, La psicanalisi, in Lo Spazio letterario della Grecia antica II, La ricezione e l'attualizzazione del testo, a cura di G. Cambiano, L. Canfora, D. Lanza, Salerno Editrice: Roma 1995.

    [6] Si noti che E. Pellizer, nell'articolo citato alla nota precedente, prendeva giustamente le distanze da una eccessiva valorizzazione dell'apporto psicanalitico allo studio del mito greco. E ciò, aggiungo io, è doppiamente valido nel 2015, dopo che numerosi studiosi hanno 'cavalcato' questo aspetto negli ultimi anni.