Rec. Sforza a Bettini Short

    Copertina del libro
    Bettini Maurizio e Short William (eds.)
    Con i Romani. Un'antropologia della cultura antica
    Il Mulino - Bologna 2014 - 460 pagine, ISBN 978-88-15-25393-4
    Recensione di 
    Ilaria Sforza
    Gruppo di Ricerca sul Mito e la Mitografia - Trieste

    Una raccolta di saggi ricca di spunti su nuclei tematici fondamentali della cultura romana - credenze religiose (capp. II-V), organizzazione del mondo sociale (capp. VI-IX), relazione con il mondo degli animali e delle piante (capp. X-XI) e, infine, "rappresentazione" del mondo attraverso l'analisi di enigmi, segni, metafore e immagini (capp. XII-XV) - il cui scopo dichiarato è quello di "favorire il riconoscimento dell'antropologia come parte indispensabile degli studi classici" (M. Bettini, W.M. Short, Introduzione, p. 19). Gli autori dei diversi contributi sono 14, oltre ai due curatori.

    L'obiettivo è perseguito adottando un metodo comparativo che, a partire dall'esame della lingua latina, valorizza in particolar modo le "stranezze", gli scarti rispetto alla nostra cultura, piuttosto che le analogie come spesso si è fatto in passato: "Le stranezze sono lí per suscitare il sentimento della differenza: se percepisco un costume o un comportamento come strano, bizzarro, insolito, questo accade perché riconosco implicitamente che tutto ciò si presenta diverso da quanto è familiare a "noi" o a "me"" (Cap. I, Comparazione, p. 41). L'analisi dei nuclei di cultura dei Romani prende dunque le mosse, in questo volume, dalle aphormaí - secondo una definizione dell'allegorista giudaico Filone di Alessandria - vale a dire da quegli aspetti insoliti della cultura oggetto di studio che suggeriscono di per sé spunti di riflessione e risorse di cui la ricerca dell'esegeta si nutre.

    E le aphormaí possono ben essere suggerite dall'esame di termini afferenti a un determinato ambito semantico e dal loro impiego metaforico, come dimostra William M. Short nel suo contributo sulla Metafora (Cap. XIV. Metafora) prendendo in esame il vocabolario latino della cucina, che fornisce un modo metaforico di parlare del pensiero e della parola: cosí, per esempio, dicta devorare (letteralmente "divorare le parole") veicola l'idea di "ascoltare" e ruminari o ruminare diventa metafora di "riflettere", "ponderare" e cosí via.

    La premessa di metodo con cui i curatori del volume esortano gli studiosi di antropologia - e tutti gli studiosi in generale - ad assumere una prospettiva emica, cioè ad avvicinarsi il piú possibile all'esperienza dei "nativi", a condizione naturalmente che si parta dall'esame critico delle fonti testuali, senza farsi tentare dall'applicazione di categorie mentali "etiche", derivate cioè dalla cultura di appartenenza, che spingerebbero a rendere omologo l'oggetto di indagine, è fatta propria da tutti gli autori, le cui ricerche approdano di volta in volta a esiti differenti.

    Dei molteplici nuclei tematici affrontati nel libro, alcune pagine restano maggiormente impresse: tra queste, l'eterna discussione sul significato di mýthos, inizialmente inteso nella Grecia arcaica come "racconto o discorso di carattere indiscutibilmente autorevole", poi passato a indicare, da Erodoto in poi, il discorso favoloso che reca eventi di carattere meraviglioso, proprio come in latino fabula, che presuppone etimologicamente l'atto del fari e dunque di un parlante autorevole e che tenderà progressivamente a un racconto favoloso come mýthos (cap. III. Mito); la peculiarità romana dell'immolatio, durante la quale l'officiante versa sulla testa dell'animale il vino e la mola salsa e passa un coltello, con la lama di piatto, sulla schiena dell'animale (cap. IV. Immolatio); l'azione distruttiva delle striges - dal latino stridere poiché deriverebbero il loro nome dall'abitudine di stridere orrendamente -, infidi uccelli notturni assetati del sangue, inteso come umore essenziale e quindi vigore vitale, dei bambini (cap. V. Stregoneria); la relazione di parentela del nipote con il patruus, il fratello del padre, dalla proverbiale severità, ben diverso dall'avunculus, lo zio materno, piú indulgente e confidente nei confronti del nipote; una simile differenza intercorre tra l'amita, sorella del padre e come lui autorevole, e la metertera, sorella della madre e con lei quasi interscambiabile (cap. VII. Parentela).

    Efficace e istruttivo è poi il confronto tra l'episodio omerico di Circe, il cui giardino è popolato di lupi e leoni che scodinzolano come cagnolini intorno al padrone (Od. 10. 210-223) e la ripresa virgiliana (Aen. 8. 24), dove i "rabbiosi gemiti di leoni ribelli alle catene" e i ruggiti di numerose altre belve si spiegano probabilmente con la suggestione prodotta dalle venationes romane, eventi cittadini in cui gli animali feroci erano coinvolti in spettacoli di caccia del tutto artificiali (cap. X. Animali). Suggestiva è anche l'interpretazione "emica" di alcune specie di piante associate nel nome alle parti del corpo di divinità, come la "barba di Giove", la "mano di Marte", il capillus Veneris, odierno capelvenere, dalle foglie impermeabili e rigogliose come i capelli della dea, i cui elementi del corpo nel loro insieme concorrono al concetto intraducibile di venustas, "l'insieme di tutte le Veneri" come la definisce Catullo (C. 86) riferendosi alla sua Lesbia (cap. XI. Piante).

    L'ultima sezione del volume - dedicata alle rappresentazioni "simboliche" prodotte dai popoli antichi attraverso enigmi, "segni", metafore, spesso organizzate in "reti" e, infine, attraverso immagini nell'accezione piú ampia del termine - è senz'altro quella che consente di entrare meglio in contatto con la mentalità dei popoli antichi, con il loro modo di "immaginare" e quindi di pensare; consente inoltre di enucleare al meglio il rapporto di continuità tra cultura greca e romana.

    Le belle pagine di Simone Beta sulla polisemia dell'enigma, attraverso la ripresa dell'enigma posto dalla Sfinge a Edipo, la cui soluzione si rivela essere, nelle fonti latine, non solo "l'uomo" in generale, ma "un uomo" in particolare, Edipo stesso, a cui si associa in Seneca il tema dell'incesto, un legame - quello tra enigma e incesto - che "percorre in modo sotterraneo la letteratura classica fino alle soglie del Medioevo" (p. 290). Percorrendo l'ambiguità dell'enigma, l'autore giunge a parlare anche del linguaggio oracolare e di quello onirico, in entrambi i casi utilizzato per rendere deliberatamente oscure le cose: in questo i Romani, proprio come i Greci, manifestano un gusto per il gioco e per l'attesa (cap. XII. Enigmi).

    Nel capitolo dedicato alla semiotica, Giovanni Manetti individua nell'Odissea l'inizio di quella contrapposizione tra linguaggio verbale, ricco di menzogne, e semiosi naturale, che inconsciamente - diremmo noi - "rivela", o almeno fornisce indizi che portano alla verità, come nel caso della cicatrice di Odisseo, che lo fa smascherare dalla nutrice Euriclea. Già Aristotele, del resto, ravvisava un'originaria equivalenza tra tékmar, la "prova", e péras, "il confine": il "segno" corrisponde pertanto a una linea di delimitazione del caos primordiale, il cui significato può essere chiarito dagli indovini (cap. XIII. Semiotica).

    Del potere rivelatore della metafora già si è detto all'inizio (cap. XIV. Metafora). Non resta pertanto che concludere con l'efficace sintesi di Giuseppe Pucci sull'immagine (cap. XV. Immagine), intesa in questo capitolo esclusivamente come immagine frutto di téchne di artisti e/o artigiani. Il contributo ha il merito di attirare l'attenzione, nel paragrafo Le immagini e il rito (pp. 355-357), sul modo in cui avveniva, nella cultura antica, il contatto con l'opera d'arte, che era al centro di una sorta di "rituale della visione": una manipolazione delle percezioni sensoriali dell'osservatore era ottenuta dal dosaggio di luci e ombre, dai materiali dell'opera stessa, spesso riflettenti la luce come oro e avorio, dalle fragranze di sostanze profumate e dai canti. Un'attitudine sinestetica, e per cosí dire "panestetica", quella greca, se anche "uno squadrone di cavalieri", "una falange di opliti" o "una squadra di navi da guerra" incarnavano per alcuni, a detta di Saffo, "la cosa piú bella". Il capitolo - e il volume - si concludono con una riflessione sui sarcofagi romani, i cui repertori figurativi tra II e III sec. d.C. si rifanno molto spesso a miti greci: la rifunzionalizzazione del mito in ambito privato richiede una lettura attiva dell'osservatore, che ravviserà, nelle immagini proposte, il riferimento alla vicenda privata del defunto.

    I numerosi saggi raccolti in questo volume, oltre ad avere il pregio di offrire un quadro anche bibliografico aggiornato su argomenti chiave per lo studio delle discipline antiche (a titolo di esempio: il mito, le relazioni di parentela, il sacrificio, la definizione dello spazio, l'economia, la produzione di immagini mentali e materiali), sono un ottimo esempio di un approccio esplicitamente antropologico, ma non troppo specialistico, che li rende accessibili non solo agli studenti universitari, ma anche a quelli dei Licei, soddisfacendo molte curiosità - e suscitandone di nuove - anche nel lettore non specialista che sia interessato alle direzioni piú vive e avanzate nello studio della cultura «classica».

     

     

    Ilaria Sforza - Gruppo di Ricerca sul Mito e la Mitografia