Rec. Viscardi a Coppola

    Zephyros e Hyakinthos - Kylix attica a figure rosse da Tarquinia, 480 ca. a.e.v. Museum of Fine Arts, Boston.
    Daniela Coppola
    ANEMOI. Morfologia dei venti nell'immaginario della Grecia arcaica
    Univ. di Napoli Federico II, Pubbl. del Dip. di Discipline Storiche, 24 Napoli: Liguori Ed., 2010, pp. 147. ISBN 9788820743468.
    Recensione di 
    Giuseppina Paola Viscardi
    Università di Napoli Federico II - GRIMM Trieste

    "Si muovono di notte, silenziosi come carbonari, i cacciatori di bora …". È un'immagine ripresa dall'articolo di Roberto Bianchin, I cacciatori di venti perduti, apparso su "La Repubblica" il 24 settembre 2007 (nt. 1) a ispirare l'incipit della Premessa ad ANEMOI. Nato come approfondimento della tesi dottorale discussa in Storia Antica presso il Dipartimento di Discipline Storiche dell'Università di Napoli Federico II, il lavoro di Daniela Coppola si presenta innanzitutto come acuta disamina condotta, con acribia filologica e perspicace sensibilità al testo e ai contesti ad esso sottesi, a partire dalla variegata terminologia che, con oscillazioni semantiche regolari, contribuisce a delineare e differenziare la natura dei venti in rappresentazioni mitiche, principalmente desunte dall'epos eroico e teogonico greco (nt. 2), da cui emerge una realtà connotata da uno statuto ambiguo in quanto legato alla singolare polimorfia di un fenomeno atmosferico inquadrabile, dal punto di vista programmaticamente storico-religioso, nella categoria delle potenze extraumane che 'agiscono' nel presente, secondo la nota definizione brelichiana ripresa dall'autrice (Introduzione, p. 3) (nt. 3).
    Collocati "alla frontiera tra mondo reale e mondo irreale", gli anemoi sono concepiti, per l'interferenza del fenomeno atmosferico con le due dimensioni umana e divina, come entità "capaci di varcare la barriera tra la vita e la morte e di superare la distinzione tra mortali e dèi" (p. 119).

    Nel cercare di ricostruire la morfologia dei venti nell'immaginario della Grecia arcaica, Coppola segue un percorso lineare e chiaro, metodologicamente inappuntabile, principiando appunto dall'inquadramento de I venti come potenze (capitolo primo) caratterizzate da una sorta di bipolarismo funzionale – desumibile dal testo omerico – per il quale gli anemoi si pongono a un tempo quali agenti benefici e dannosi per le attività umane. Entro l'orizzonte mitico-cultuale dell'uomo omerico, in assenza di una genealogia divina, gli ἄνεμοι costituiscono sostanzialmente "una delle modalità d'intervento divino nella sfera umana" (p. 9). Il vento in qualità di agente atmosferico si configura, di volta in volta, nel suo carattere polimorfo e multifunzionale, come potenza rapitrice (θύελλα, ἄελλα) antropomorfizzata in mostruose figure femminili (Ἅρπυιαι) e legata da un rapporto di reciprocità (che non vuol dire però intercambiabilità) con l'ἄνεμος; furia incontrollabile (μένος) che è anche elemento vitale, concentrato di energia attiva per lo più intesa come "istintualità naturale"; forza fisica (ἴς) dotata di una connotazione direzionale, pensata in termini di "direzionalità intenzionale"; soffio impalpabile (πνοιὴ) che asseconda l'incedere degli dèi oppure si manifesta in visioni presagiche con funzione mantica; brezza favorevole (οὖρος) o vento d'approdo che modifica le rotte marine accompagnando il ritorno a casa dell'eroe. A ogni differenziazione corrisponde una sfera d'azione che "scivola dalla voce (soffio, sibilo, fischio, muggito, NdR) agli scorci marini" (p. 10), interferendo nelle visioni naturali delle cose e qualificando gli oggetti coinvolti dalla presenza del vento o, anche, condizionati dalla sua stessa assenza (γαλήνη).

    In relazione alla denominazione dei venti come potenze e alla riflessione sui campi d'azione o di interferenza ad essi connessi è introdotto anche il discorso sul rapporto tra ἄνεμος e ψυχή che, a mio avviso, rappresenta la sezione piú> interessante del volume e come tale sarebbe stata forse suscettibile di maggiore estensione o di un approfondimento tematico a parte.
    Per la sua peculiare funzione, connessa al soffio corporeo vitale, la ψυχή – etimologicamente legata ad anemos nella traduzione latina animus (da cui 'anima') – viene a occupare lo stesso campo semantico del respirare (ψύχειν) cui afferisce anche ἄνεμος, "che generalmente nelle fonti antiche designa il soffio, il respiro" (πνεῦμα). In particolare, osserva Coppola, il termine ψυχή, ricorrente con una certa frequenza nei poemi, "rinvia alla connessione anima-morte tipica del pensiero arcaico" per la quale "l'anima, sebbene costituisca il principio vitale, è tuttavia strettamente associata alla morte, perché designa l'ultimo respiro, la vita che sta svanendo" (p. 27). L'antitesi corpo-anima "che, a partire dal V° secolo, fonda la visione antisomatica del soma-sema" sembra perciò già presente in Omero, "ma con un significato diverso da quello orfico e platonico" (p. 28). È proprio in rapporto al momento del distacco dell'anima dal corpo in punto di morte – una volta cessata, con la perdita vitale corporea, l'attività respiratoria della ψυχή – che subentra l'azione del vento, che "nella sua essenzialità di soffio, respira intorno al corpo esanime consentendo la ripresa del respiro e rianimando l'eroe" (p. 31), nel noto episodio omerico del ritorno in vita di Sarpedonte per effetto di Borea (Iliade V 696-698). Ancora, nel testo omerico, è l'azione congiunta di Borea e di Zefiro ad alimentare la fiamma ardente dal rogo su cui è posto il cadavere di Patroclo secondo la procedura funeraria di rito (Iliade XXIII 193-218). Da qui il duplice effetto del soffio vivificante di Borea, da un lato, volto a ricongiungere l'anima al corpo, e dei soffi congiunti di Zefiro e Borea, dall'altro, volti ad alimentare, col processo di cremazione, il processo di distruzione e definitiva separazione del corpo dalla psyché, destinata ormai all'oltretomba. Un effetto, a ben vedere, solo apparentemente antinomico, a proposito del quale l'autrice avrebbe potuto ampliare la casistica di esempi concedendo maggiore spessore critico alla riflessione sul rapporto dei venti con la morte.

    Ciò non toglie merito né valore a un'opera nel suo insieme circostanziata ed esaustiva, ricca di suggestioni e spunti di riflessione intorno a un tema, quale quello dei venti e della percezione dei venti nell'immaginario greco arcaico, per la prima volta sviluppato in modo autonomo e originale, che può a buon diritto essere considerato come la prima tappa di un'operazione più ampia che potrebbe arrivare a inglobare riferimenti a rappresentazioni e immagini desumibili dal coevo materiale filosofico o dalla produzione lirica arcaica (nt. 4). Un'opera presentata innanzitutto come lavoro di nomenclatura, dove accanto alla categorizzazione dei venti e del loro statuto si pone la distinzione tra anemoi anonimi o 'aggregati' in thyellai (la cui umida forza deriva direttamente da Tifeo, l'"ultimo vento" antagonista di Zeus) e venti 'denominati', regolari e monodirezionali (Borea, Euro, Noto, Zefiro), in grado di orientare lo spazio articolandolo in punti cardinali (rispettivamente Nord, Est, Sud, Ovest): "dalla funzione di questa collettività di esseri extraumani", nell'ipotesi dell'autrice, è probabile che abbia avuto origine il fenomeno di "antropomorfizzazione dei venti" con "conseguente passaggio alla denominazione" (capitolo secondo: Mitologia dei venti, p. 35). Da qui, le successive classificazioni. La prima, di ordine tipologico, per gli anemoi anonimi, distinti in Venti di guerra (capitolo terzo) – funzionali, nell'Iliade, alla dimensione marziale ed etica – e Venti di mare (capitolo quarto) – funzionali, nell'Odissea, alla destrutturazione e ricostruzione dell'eroe nel corso del suo nóstos personale. La seconda classificazione, di ordine squisitamente genealogico, riguarda i venti denominati (figli di Eos e Astreo, luce aurorale e luce crepuscolare), oggetto della sezione conclusiva del volume, Venti e cosmo (capitolo quinto), in cui è finalmente presa in esame la rappresentazione dei venti nella cosmologia mitica esiodea, laddove "si fissa in modo più esplicito lo statuto dei venti e si radicalizza la contrapposizione tra venti favorevoli e venti ostili" (pp. 96 ss.), ossia tra venti denominati, di stirpe divina, e gruppo anonimo degli anemoi associati alle "thyellai" del Tartaro, legati rispettivamente alla prima e all'ultima generazione di Gaia.

    In conclusione, grazie anche alla scorrevolezza della scrittura che certamente facilita la fruibilità di un testo comunque denso e ricco di implicazioni, il lavoro di Daniela Coppola si presenta utile sia come primo approccio alla tematica trattata, sia come approfondimento di problematiche legate a forme di costruzione, rappresentazione e percezione di potenze extraumane, nella piú antica mentalità e società greca, con puntuali rimandi a temi di costante dibattito scientifico inerenti – ad esempio – la realtà del sacrificio (in particolare, omerico: a proposito del sacrificio dedicato a Borea e Zefiro da parte di Achille sul rogo di Patroclo); il principio dell'ospitalità e l'offerta del dono, segno di benevolenza verso l'ospite e garanzia di amicizia, ma anche espressione di preminenza sociale e potere personale (vedi episodio dell'offerta dell'otre dei venti a Odisseo da parte di Eolo alla vigilia della partenza dell'eroe dall'isola Eolia, oikos non umano del mitico tamias dei venti); lo statuto dell'eroe e la sua formazione, articolata (sul piano reale come su quello mitico) attraverso il parallelismo tra il viaggio per mare compiuto da Telemaco sullo sfondo di un paesaggio reale che coinvolge Itaca, Sparta, Pilo e viaggio immaginario di Odisseo, proiettato in un universo mitico imperniato su luoghi irreali come Ogigia e Scheria; la dimensione dell'eccedenza (a proposito di figure mostruose come Chimera, potenza ibridiforme dall'alito infuocato); la configurazione degli spazi (metaforici e reali) di localizzazione dell'alterità, come la Tracia, luogo liminare di "riunione di tutti i venti" (p. 52), dove è chiamato in causa il complesso rapporto d'ordine culturale dei Greci con l'ambiente e la dimensione traco-scitici.

    Giuseppina Paola Viscardi

    Università di Napoli "Federico II" - GRIMM Trieste

    NOTE.

    Nt. 1. Il riferimento è ai membri dell'Associazione "Museo della Bora", fondata a Trieste nel 1999, a cui si deve la raccolta e l'‘inscatolamento' di cinquantasette venti di tutto il mondo. Pensato come "ibrido", spazio interdisciplinare tra scienza, arte, cultura e società, il Museo della Bora comprende un'ampia sezione scientifica sulla storia e le caratteristiche dei venti, gli strumenti per misurarne la velocità, i mulini, le vele, le nuove potenzialità dell'energia eolica.
    Nt. 2. Come precisa la stessa autrice nell'Introduzione (p. 5), indagini sulla tradizione mitica dei venti da Omero fino alle testimonianze latine, ispirate essenzialmente a un approccio linguistico, ma limitate ai soli venti denominati (Borea, Euro, Noto, Zefiro), risalgono a K. Nielsen, Rémarques sur les noms grecs et latins des vents et des régions du ciel («C&M» VII, 1945, pp. 1-113) e a K. Ruhl, De Graecis ventorum nominibus et fabulis quaestiones selectae (Diss. Marburg 1909).
    Nt. 3. Vedi A. Brelich, Introduzione alla storia delle religioni, Pisa-Roma 1995, pp. 13-30.
    Nt. 4. Per questa osservazione concordo con (e rinvio a) F. Conti Bizzarro, Review of ANEMOI. Morfologia dei venti nell'immaginario della Grecia arcaica, by Daniela Coppola, in «Bryn Mawr Classical Review» July 18, 2012 (http://bmcr.brynmawr.edu/2012/2012-07-31.html).