Trieste e il mito

    Alberto Pavan ed Ezio Pellizer
    Originale per il sito GRIMM

     

    Gli stalloni del Carso triestino

     

    ovvero:

    Della nobile origine dei cavalli Lipizzani

     

    1. Mitopoiesi, pittura e letteratura

    Un quadro, nelle numerose stanze del Castello di Miramare a Trieste, viene talora osservato distrattamente, o del tutto ignorato, da migliaia di turisti.
    Opera di Cesare Dell'Acqua (Pirano d'Istria 22 luglio 1821 - Bruxelles 16 febbraio 1905), un valente pittore istriano della fine '800, esso raffigura una scena mitologica. Si tratta nientemeno che dello sbarco leggendario degli Argonauti, di Giasone e di Medea, con alcuni degli eroi sopravvissuti, venuti dalla lontana Colchide. Inseguiti dai Colchi del re Eèta, gli eroi erano giunti nell'alto Adriatico, e precisamente alle foci del Timavo, dopo una fuga avventurosa lungo il Danubio e la Sava, e nell'ultimo tratto si erano addirittura portati faticosamente a spalle la nave Argo.

    Quanti, tra gli ignari visitatori del Parco asburgico e della splendida dimora che fu dell'infelice Massimiliano d'Asburgo, percepiscono di star toccando con mano l'illustre origine dei cavalli Lipizzani?
     

    Dalla Rocca di Duino, mentre passeggiamo lungo il sentiero Rilke, guardando verso nord, possiamo immaginare un piccolo fiume che emerge dalle profondità del suolo, e sgorga limpido vicino al mare. Alle sue spalle, i modici colli del Carso, ancora coperti di selva, fitta di roborelle, di ginepro e di sommacco, con qualche basso pino.
     

     

    Ascoltiamo il poeta cinquecentesco Erasmo da Valvasone,
    nel poema intitolato Della Caccia, pubblicato nel 1591 (Canto II, ottava 185. vv. 5 ss.):

     

    (parla Medea:)

    Abbia perpetuo onor questa foresta,
    Che quelle razze che berranno al fonte
    Del gran Timavo, sian celebri e note
    Di quanto piú largir Natura puote.

    186.
    Bevan virtú da queste limpide onde
    Ch'a render abbia egual ogni lor prole
    Al gran destrier che i labri ora v'infonde
    E sul tergo portar Castore suole
    .

     

    Dobbiamo dunque immaginare il nobile e famoso destriero di uno degli Argonauti mentre si disseta nelle limpide acque del Timavo (1.), e intanto la maga venuta dalla Colchide, bellissima e terribile, compie misteriosi riti pronunciando formule poderose e segrete:  

     

    Cosí disse ella, e china da le sponde
    Veleni infuse, e mormorò parole,
    Ch'al gran fiume donâr miglior natura
    Qual gli promise, e qual perpetua or dura
    .

     

     

    C. Dell'Acqua, Gli Argonauti, Castello di Miramare

    Il quadro porta questa scritta latina:

    ANNO MCCCLX A.C.N. ARGONAUTA(E) EX EUXINO IN ADRIATICUM VENIUNT
    HUMERIS TRANS ALPEM VECTA NAVE

    [Nell'anno 1360 a. C. gli Argonauti arrivano dal Ponto Eusino (l'attuale Mar Nero)
    all'Adriatico dopo aver trasportato a spalle la loro nave oltre i monti].

    La data è comicamente precisa, e probabilmente dev'essere abbassata di circa un secolo.
    Si notino le foglie magiche di roborella carsica che i rozzi abitanti del luogo (probabilmente Histri di stirpe Illirica, popoli sui quali avevano regnato Cadmo e la figlia di Afrodite) brandiscono, ripromettendosi invano di usarle come elixir corroborante per uomini e cavalli Lipizzani (non avevano capito che Medea aveva usato un'erba della quale lei sola conosceva le segrete qualità).

     

    Dopo questo rituale di consacrazione dell'acqua con parole magiche e erbe miracolose, le conseguenze sono straordinarie, come Erasmo da Valvasone ci spiega di seguito:

    187.
    E da quel dí non quei destrieri soli
    Che del fatal terren sono nativi;
    Ma quegli ancor che da longinqui suoli
    Son trasportati, e si nutriscon quivi,
    Godono il don che per gli antichi stuoli
    Trasse Medea del gran Timavo a' rivi,
    Lascian crescendo il naturale inetto,
    E nuovo abito fansi, e nuovo aspetto
    .

    Non solo i cavalli del Carso crescono forti e vigorosi perché bevono abitualmente l'acqua del Timavo, dove si era dissetato il possente destriero di Castore, e dove Medea aveva versato (186, vv. 5-8) intrugli salutiferi accompagnati da slogan e magiche parole, che ne avevano reso le acque particolarmente benefiche, ma per un'altra ragione ancora: essi sono frutto di un meraviglioso incrocio, una o due generazioni piú tardi, con i cavalli di Reso, dono di Ares all'infelice eroe tracio che fu sgozzato a Troia da Odisseo e Diomede. Erano magnifici e veloci animali che Diomede in persona, giunto alle foci del Timavo dopo la caduta della città di Priamo (1182/1 circa a.e.v.) aveva fatto mescolare con la razza autoctona carsolina, cosí che (ottava 196):
     

    ....... molte giumente
    Rimaser pregne, e il seme, che n'è sceso ...
    Ancor rammenta Diomede e Reso
    .

     L'acqua miracolosa, e il sangue dei cavalli di Ares, inserito due generazioni piú tardi nella discendenza, fanno di questi cavalli d'antica progenie magnifici destrieri, atti particolarmente alla caccia: Canto II, ottava 197:
     

    Dunque, o buon Cacciator, il Carso, senza
    Cercar terre lontane, o razze nove,
    Destrier ti potrà dar d'alta eccellenza,
    Atto solo a compir tutte le prove:
    Egli avrà franco cor, vaga apparenza,
    Se spingerlo nel foco anco ti giove,
    Non si può immaginar prontezza pare:
    Co' piedi ascutti correrà sul mare
    .
     

    2. Sulle orme dei nobili rozzoni

    Fortunato destrier, cui regge il freno
    La forte man ch'a la Toscana impera
    . . . . .
    Fortunato destrier, teco vorrebbe
    Pegaso et Arion cangiar la sorte,
    Sí degno pondo Cillaro non ebbe,
    Invidia Eto e Piròo vien che ti porte,
    Anzi t'invidia 'l mondo, il qual vorrebbe
    Che gli reggesse il fren mano sí forte
    (2.).

    Pegaso, destinato a rimanere di gran lunga il piú famoso dei destieri antichi, è il cavallo alato che portò Bellerofonte a caccia della Chimera e poi in cielo, a vedere se gli dèi ci abitassero davvero... Arione (Aríon), nome usato anche come antroponimo, per designare un mitico poeta e cortigiano cavalcatore di delfini, era un cavallo di colore grigio scuro con riflessi bluastri (kyanokhàites), o come si dice, roano blu (blue roan), in tutti i casi, era addirittura figlio di Posidone e di Demetra o di Gaia, dunque di origine divina, come due dei tre cavalli di Achille, Xanto e Balío. Noto già al cantore dell'Iliade (23, 346-347), era appartenuto al famoso Adrasto, che se ne serví per darsela a gambe dopo che a Tebe le cose erano andate a catafascio.
    Da un poeta poco fortunato del IV sec. a.e.v., Antimaco di Colofòne, sappiamo che lo possedette e impiegò Eracle in persona, prima di cederlo al re di Argo, il capo dei Sette che invano cercarono di conquistare Tebe dopo la morte di Edipo.
    Si tratta, come si può vedere consultando un buon Dizionario di Mitologia, di una schiera, o un nutrito drappello di cavalli mitici: i cavalli del Sole, i cavalli dei Dioscuri, i cavalli (cavalle) di Diomede tracio, i cavalli di Achille, i cavalli di Reso. Sullo sfondo di questa assai vasta mitologia equina si snoda la poesia di corte friulana del Rinascimento, e a questa nobile origine si fecero risalire le virtú dei cavalli Lipizzani, di Maestoso, di Valery Canissa XXIIa, e di altri che da questi equini lombi discenderanno.

     

    Esemplare di cavallo Lipizzano
    Si noti l'aspetto robusto conferito alla sua razza dalle erbe corroboranti
    che Medea aveva infuso nelle acque del Timavo.

     

    Ma torniamo alle visioni e ai panorami del Carso. Ecco come i versi di Erasmo da Valvasone ci descrivono un luogo che possiamo contemplare facilmente ancor oggi:

    189. Tra le piagge del Carso altero sorge
    Costeggiato da l'onde un chiaro monte
    Che tien da tergo mille rupi, e scorge
    Il tempestoso mar d'Adria per fronte:
    Di sua vista a le rupi e grazia porge
    E le fa da lontan celebri e conte
    Sublime rocca che sul giogo siede
    Ma il cavalier via piú che la possiede.

    Chi di noi non ha riconosciuto, nella sua memoria, l'immagine di questa "sublime rocca"? Si tratta di un paesaggio familiare a chi naviga da Aquileia (o Grado) verso Tergeste: e poiché le immagini poetiche parlano meglio, se sono corroborate dalle forme e dai colori di una foto panoramica, ecco cosa potremmo proporre:

     

     

    Il celebre Cavaliere cui sono rivolti questi grani d'incenso di convinta kolakèia, ovvero servile adulazione - non è tanto la bellezza del castello, quanto la gloria del Signorotto, a rendere illustri e celebri le rupi della Dama Bianca - è noto a ogni buon abitante della nostra Euro-Regione: si tratta di un nobile di origine lombarda della famiglia dei Della Torre, di nome Raimondo. Sposando successivamente Ludovika e Maria Clara Orsa, figlie del precedente proprietario Matthaeus von Hofer, il conte Raimondo della Torre di Valsassina assunse anche il cognome Hofer, adattato poi in lingua tedesca a von Thurn-Hofer und Valsassina.

    Il granduca di Toscana, a sua volta, secondo Ciro di Pers (probabilmente Ferdinando II de' Medici) (2.), è un carico ("degno pondo") piú nobile di svariati eroi e semidèi del mito, nella tradizione greca. Si noti il meccanismo per cui la lode del nobiluomo passa attraverso la citazione dei destrieri "mitici", con una simmetria associativa che convoca il lettore, cioè te medesimo, che scorri ora queste righe sulle schermo, a ricostruire i termini di paragone: a patto, naturalmente, di avere un'adeguata competenza "classica".
    Pegaso dovrebbe come sopra evocare, anche per chi di memorie classiche dovesse averne ben poche, il grande Bellerofonte, che uccise la Chimera e sul suo cavallo alato cercò in cielo se gli dèi ci fossero davvero.
    Arione (Aríon), il cui nome significa "il migliore", "assai valente", è un cavallo di notevoli fortune letterarie, e non solo per essere arrivato con la sua fama alle letterature europee e al classicismo rinascimentale e barocco. Abbiamo visto la sua origine divina, e sappiamo che ebbe una parte di rilievo in una celebre ripresa del tema della corsa dei cocchi nel canto III della Tebaide di Stazio (3.), scritto eleganti versi latini intorno al 91-92 dell'e. v.
    Vedete dunque l'arco cronologico e culturale?
    Dagli spazi e tempi lontani del mito greco (la saga dei 7 contro Tebe, da collocare, se crediamo alla cronologia deli antichi, intorno al XIII° secolo prima della nostra èra), cantata in greco da numerosi poeti, tra l'VIII e il IV secolo,
    si va a un poema scritto in lingua latina, ma nello stesso metro, il verso esametro dattilico, e da qui, attraverso la fortuna di Stazio nella cultura Umanistica e Rinascimentale, arriviamo alla fama di questi destrieri davvero "mitici" nella cultura europea.
    Due poeti, entrambi della nostra Regione, Erasmo da Valvasone e Ciro di Pers, nel comporre le loro ottave o i loro sonetti, non potevano evitare di ricollegarsi ai cavalli della tradizione classica.

    NOTE

    1. Sappiamo anche il nome di questo destriero, che apparteneva ad uno dei Diòscuri, per la precisione, a Castore: Cillaro, citato già da Stesicoro, Fr. 178.1, vv. 2 P., ap. Etym. Magnum s. v. Cfr. la dotta indagine di Benedetta Rossignoli, L'Adriatico greco. Culti e riti minori, pref. di L. Braccesi, L'Erma: Roma 2004, pp. 168-173, con ricco corredo di fonti.
    2. Si veda la nota a p. 416 del commento di Michele Rak, Ciro di Pers. Poesie, Torino: Einaudi 1978.
    3. Uno di noi ne ha da poco prodotto un vasto commento, cfr. A. Pavan, La gara delle quadrighe e il gioco della guerra, Collana Minima Philologica, Ed. Dell'Orso, Alessandria 2009.