"Narrazioni" (Dieghèseis), nel riassunto di Fozio, Biblioteca, 130 h - 143 a

    di Conone Ateniese

    Traduzione di Monica Ressel (Diss. Trieste 1997)

    Capitoli 1-50

    (Fozio:) [130 b] 186: Abbiamo letto un libriccino, le "Narrazioni" di Conone. L'autore dedica al re Archelao Filopatore (I sec. a.e.v. - I d.e.v.) la sua fatica, che comprende cinquanta racconti desunti da molte fonti antiche.

    Cap. 1. (Mida)

    Il primo di questi racconti si occupa delle vicende di Mida e dei Brigi; di come costui, trovato un tesoro, raggiunse una abbondante ricchezza e come, dopo esser stato ad ascoltare Orfeo sul monte Pieria, divenne re dei Brigi con molti artifici.

    Racconta anche che durante il regno di Mida Sileno fu visto nella zona del monte Bermio, ai piedi del quale viveva quel popolo, che era molto numeroso; e come questo animale di insolito aspetto e diverso dalla forma umana, fu condotto al suo cospetto. Narra poi come tutto ciò che gli veniva offerto, compreso il cibo, gli si trasformasse in oro: per tale motivo persuase i suoi sudditi ad abbandonare l'Europa e, superato l'Ellesponto, fece stanziare al di là della Misia quelli che con una piccola alterazione del nome furono chiamati Frigi anziché Brigi, poiché Mida aveva a suo servizio molti informatori che gli riferivano quanto i sudditi andavano dicendo e facendo, e giunse alle soglie della vecchiaia conservando con tale sistema il regno immune da intrighi, si disse che aveva [131 a] le orecchie lunghe. In breve tempo le voci tramutarono le orecchie lunghe in orecchie d'asino e la storia, dall'iniziale spiritosaggine, fu creduta un fatto reale.

    Cap. 2. Biblide

    Il secondo narra la storia di Biblide. Costei era la figlia di Mileto ed aveva un fratello, Cauno, nato dalla stessa madre. Abitavano a Mileto, in Asia, dove successivamente si stanziarono gli Ioni e quanti lasciarono Atene al seguito di Neleo, ma che allora era retta dai Cari, popolo numeroso che viveva in villaggi sparsi.

    In Cauno si destò una passione insopprimibile per la sorella Biblide: dopo un cocente fallimento, sebbene avesse fatto l'impossibile, se ne andò via dal paese.

    Come fu scomparso, Biblide, profondamente addolorata, abbandonò lei pure la casa paterna. Vagò senza una meta per molte zone deserte, e infine, soccombendo ai suoi vani desideri, appese la cintura come un laccio ad un noce e si impiccò. Lí, in verità, mentre piangeva le lacrime presero a scorrere e fecero scaturire una fonte, nota col nome di Biblide alla gente del luogo.

    Cauno, errando, giunse in Licia, dove Pronoe (era una Naiade), emersa dal fiume, gli raccontò quanto era accaduto a Biblide, e come si fosse sottomessa al verdetto di Eros. Lo convinse, inoltre, a vivere insieme a lei, con la promessa che avrebbe assunto il governo del paese (era lei infatti a detenerlo). Cauno generò dunque da Pronoe Egialo il quale, ottenuto il potere alla morte del padre, riuní il popolo che prima abitava in gruppi dispersi, e lungo il fiume, fondò una città grande e prospera, che chiamò Cauno in ricordo di suo padre.

    Cap. 3. Locro

    Nel terzo racconto c'è la storia dell'isola di Scheria nel mar Ionio, non lontana dal continente e dai monti Cerauni, che dapprima ebbe per abitanti i Feaci, gente autoctona, un popolo cosí chiamato a ricordo di uno dei re locali; in seguito fu colonizzata da un gruppo di Corinzi e, mutato il suo nome in Corcira, dominò sul mare circostante. Alla morte di Feace, il re dell'isola, i figli Alcinoo e Locro, dopo aver litigato, giunsero di nuovo ad un accordo in base al quale Alcinoo avrebbe regnato sulla Feacide, mentre Locro, presi i beni mobili e una parte della popolazione, avrebbe abbandonato il paese.

    Egli navigò alla volta dell'Italia e fu ospitato da Latino, il re degli Italici, che gli diede pur in moglie sua figlia Laurine. Per [131 b] questi motivi i Feaci consideravano i Locresi in Italia come consanguinei.

    In quello stesso tempo, Eracle, guidando da Erythia le meravigliose vacche di Gerione, giunse in Italia e fu ospitato con ogni riguardo da Locro. Latino però, in visita alla figlia, vide le vacche, ed invaghitosene, le portò via. Come Eracle venne a conoscenza dell'accaduto, lo uccise saettandolo col suo arco, e recuperò le vacche. Locro, intanto, temendo per Eracle, che non avesse a subire qualcosa di terribile da parte di Latino (Latino, infatti, era gagliardo di spirito e di corpo), si precipitò in soccorso del suo ospite, ma dopo essersi cambiato d'abito. Eracle, vedendolo correre, pensò fosse un altro che si affrettava a portare aiuto a Latino, e scoccata una freccia, lo uccise. In seguito, compreso il misfatto, scoppiò in lacrime e compí in suo onore i sacri riti funebri.

    Inoltre, dopo aver abbandonato gli uomini, vaticinò, apparendo al popolo in sembianze di fantasma, di fondare una città in Italia, nel luogo in cui era sita la tomba di Locro.

    Alla città rimase il suo nome, la quale continua ad onorare e invocare Locro.

    (Fozio) Tale è la terza narrazione. Ma che bisogno ho quasi di trascrivere queste storie, quando dovrei esporle in modo molto più succinto?

    Cap. 4. Olinto

    La quarta narrazione racconta la storia della città di Olinto e di Strimone, re dei Traci, dal quale prese il nome il fiume che prima era detto Eioneo. E narra che gli erano nati tre figli: Brangas, Resso e Olinto. Resso, mentre combatteva dalla parte di Priamo a Troia, venne trucidato dalla mano di Diomede; Olinto morí in una battuta di caccia quando volle afffrontare un leone; suo fratello Brangas, infine, dopo aver molto compianto la disgrazia, seppellí Olinto nel luogo stesso in cui era morto, poi, giunto a Sithonia, fondò una città prospera e grande, che chiamò Olinto in ricordo del ragazzo.

    Cap. 5. Eunomo

    La quinta racconta la storia di Aristone di Reggio e di Eunomo di Locri, due citarodi: come essi si recarono a Delfi, e che essendo gli abitanti di Reggio e quelli di Locri separati da un fiume (Alex è il nome di questo fiume), gli uni hanno delle cicale mute, mentre la Locride ne ha di canterine.

    Narra inoltre come Eunomo, in gara con il Reggino, ebbe la meglio sul suo avversario grazie al canto di una cicala. Poiché a quel tempo infatti l'accordatura era di sette corde, ed una di queste si spezzò, una cicala, posatasi sulla cetra, sostituí con la sua voce il suono mancante.

    Cap. 6. Mopso

    [132 a]

    La sesta narra che Mopso, figlio di Manto e di Apollo, alla morte della madre, ricevette in eredità l'oracolo di Apollo a Claros.

    A quel tempo giunse a Colofone, dove Mopso continuava a vaticinare tenendo quell'oracolo, Calcante che, dopo la presa di Troia, se ne andava in giro senza una meta. I due, quindi, per lungo tempo non smisero di litigare, finché Anfimaco (Amphímachos), re dei Lici, troncò la loro contesa: infatti mentre Mopso cercò di fermarlo quando stava per partire per la guerra, predicendogli la sconfitta, Calcante da parte sua lo spronò prefigurandogli la vittoria, ed il re fu vinto. Cosí Mopso fu onorato ancor di piú, Calcante, invece, si uccise con le sue stesse mani.

    Cap. 7. Tamiri

    La settima storia racconta di Filammone, figlio di Filonide, la quale a sua volta nacque da Eosforo e Cleoboia a Torico in Attica.

    Questo Filammone crebbe di una bellezza sorprendente, tanto che una delle ninfe si innamorò del giovane e ne rimase incinta. Per la vergogna se ne andò dal Peloponneso, e giunta ad Acte, diede alla luce un bambino, Tamiri ((Thàmyris).

    Costui, una volta divenuto ragazzo, acquistò una tale abilità nella citarodia che gli Sciti lo incoronarono loro re, benché fosse forestiero.

    Quando in seguito ebbe pure l'ardire di sfidare le Muse nel canto, si fissarono i premi per il vincitore: per lui le nozze con le Muse, per loro, di prendere ciò che di suo preferissero. E poiché fu vinto, gli furono cavati gli occhi.

    Cap. 8. Canobo o Teonoe

    La ottava narra quanto accadde all'indovino egiziano Proteo, la cui figlia Teonoe s'innamorò, senza essere ricambiata, di Canobo (costui era il nocchiero di Menelao di Troia). Racconta poi che Canobo, bello e giovane, quando Menelao ed Elena, che erano approdati su quella terra, salparono dall'Egitto, fu morso da un serpente, e la gamba gli andò in cancrena. Non molto tempo dopo morí. Menelao ed Elena lo seppellirono in Egitto, dove ora sorge una città che porta il suo nome. Anche l'ultima delle bocche del Nilo fu chiamata Canobo o Canobica dal nocchiero.

    Cap. 9. Semiramide

    La nona descrive le vicende di Semiramide. Dice che Semiramide, secondo alcuni, non era la moglie, ma la figlia di Nino e, per farla breve, quanto gli altri attribuiscono all'assiria Atossa, costui (scil. Conone) lo riferisce a Semiramide.

    Non sono in grado di affermare se si comportasse cosí perché convinto che con due nomi venisse indicata la medesima persona, oppure perché non conosceva una versione diversa della storia di Semiramide.

    Sostiene, inoltre, che questa Semiramide si uní [132 b] di nascosto ed ignara con il figlio: quando poi se ne rese conto, lo tenne apertamente come marito. In seguito a ciò, sebbene prima fosse considerato abominevole, ai Medi ed ai Persiani iniziò a sembrare onorevole e giusto il congiungersi camalmente alle proprie madri.

    Cap. 10. Pallene o Clito

    La decima storia racconta che Sitone, figlio di Posidone e di Ossa, re del Cheroneso tracico, generò dalla ninfa Mendeide (Mendeís) una bimba, che fu chiamata Pallene. Poiché molti anelavano alla sua mano, si propose come premio di un agone che chi avesse vinto Sitone in combattimento, avrebbe ottenuto sia la fanciulla che il regno. Morirono cosí, lottando sino all'ultimo respiro per il matrimonio, Merope (Mèrops), re di Anthemousia, e Perifete (Periphètes), re di Mygdonia.

    In seguito Sitone stabilí che i pretendenti combattessero non contro di lui, ma tra di loro, e che il vincitore conseguisse sempre lo stesso premio. Vennero quindi a contesa Driante (Drýas) e Clito; Driante rimase ucciso a causa di un inganno di Pallene. Quando ciò si seppe, Pallene fu sul punto di pagare il fio a Sitone con la morte, se Afrodite, visitati di notte tutti i cittadini, non avesse strappato la giovane al suo destino.

    Quando il padre morí, Pallene e Clito ereditararono il regno; e da lei la regione prese il nome di Pallene.

    Cap. 11. Gli abitanti di Lindo o l'aratore

    L'undicesima narrazione spiega l'istituzione del sacrificio ad Eracle, che i Lindi compiono in suo onore con imprecazioni. Essa risale ad un contadino di Lindo, il quale, poiché Eracle chiedeva del cibo per il figlio Illo, (Hýllos), che proprio giovinetto egli conduceva con sé nel viaggio, invece di darglielo lo insultò.

    Eracle allora si adirò e, scannato uno dei buoi, se ne cibò egli stesso e ne diede da mangiare al figlio. Da lontano, intanto, l'aratore continuava a maledirlo ed Eracle, ridendone, disse di non aver mai goduto di un banchetto piú gradito di quello accompagnato da insulti.

    Cap. 12. Ilo

    La dodicesima narra la storia di Troo, figlio di Erittonio, figlio di Dardano. Egli regnò sulle terre intorno all'Ida e generò da Calliroe, figlia di Scamandro, Ilos (da cui Ilio), Asaraco e Ganimede che Zeus rapí.

    Asaraco governò insieme a suo padre sulla Dardania: questo era il regno dei Troiani. Ilos, invece, vinse in combattimento un re dei Bebryci, di nome Byzas, ed ingrandí considerevolmente Ilio.

    Cap. 13. Aithilla

    [133 a] La tredicesima storia espone la vicenda di Aithilla, la quale era la figlia di Laomedonte e sorella di Priamo. Protesilao la portò via da Ilio quale bottino di guerra con le sue navi, insieme ad altre donne.

    Dopo molte tempeste riuscirono ad approdare a stento sulla riva tra Mendes e Scione. Quando tutti i compagni di Protesilao corsero sulla spiaggia verso l'interno della regione in cerca d'acqua, Aithilla persuase le sue compagne di schiavitú a dar fuoco alle navi dicendo loro, tra una cosa e l'altra, che se fossero giunte con i Greci in Ellade, i malanni di Troia sarebbero loro sembrati oro. Cosí i Greci rimasero loro malgrado nel paese, vi fondarono una città, Scione, e vi vissero assieme alle donne.

    Cap. 14. Endimione.

    La quattordicesima narrazione racconta la storia di Endimione. Suo padre era Aetno (Àethnos) figlio di Zeus e di Protogenia (Protoghèneia), figlia di Deucalione. Egli ebbe due bambini, Euripile (Eurypýle) ed Etolo (Aitos).

    Quest'ultimo se ne andò dal Peloponneso, lasciato il regno paterno, e si stabilí, insieme alla parte di cittadini che lo seguí, sulla costa opposta, dopo aver da qui cacciato i Cureti. In questo modo fece sí che la regione fosse chiamata Etolia anziché Curetide.

    Elide (Èlis), il figlio di Euripile e Posidone, alla morte del nonno, ne ereditò il regno e pose alla città fondata da Endimione il nome "Elide".

    Cap. 15. Feneate

    La quindicesima racconta la storia dei Feneati e di Demetra e Kore, che Plutone rapí e condusse nel suo regno sotterraneo all'insaputa della madre.

    Ai Feneati che indicarono a Demetra il luogo attraverso cui era possibile la discesa agli Inferi (sul monte Cillene c'era infatti una voragine), concesse, tra gli altri favori, che mai morissero in guerra piú di cento uomini Feneati.

    Cap. 16. Promaco o Leucocoma

    La sedicesima narra la storia di Promaco e Leucocoma di Cnosso (Cnosso è una città di Creta).

    Promaco s'invaghí di un bel giovane, Leucocoma, che gli impose prove grandi e piene di pericoli. Promaco si sottopose ad ognuna di queste prove con la speranza di avere successo, tuttavia nemmeno cosí ottenne alcunché. Afflisse quindi a sua volta Leucocoma ponendo l'ultimo premio da lui conquistato (si trattava di un famoso elmo) intorno al capo di un altro giovane, mentre Leucocoma stava a guardare. Questi non riuscí a sopportare la gelosia e si uccise con una spada.

    Cap. 17. Sileo

    La diciassettesima storia dice che due fratelli, Diceo (Díkaios) e Sileo (Sylèus), figli di Posidone, abitavano nei dintorni del Pelion, monte della Tessaglia.

    L'uno era persona onesta ed era tale quale il suo nome (= Giusto); Sileo (= lo Spogliatore), invece, [133 b] era tracotante e perí per mano di Eracle.

    Quest'ultimo fu ospitato da Diceo e si innamorò della figlia di Sileo. Egli ebbe modo di vederla presso il suo ospite, che l'allevava, e cosí la prese in moglie. La giovane, mentre Eracle era lontano da casa, morí distrutta dalla passione e dal desiderio che nutriva per lui. Giunto a funerale appena iniziato, Eracle avrebbe voluto ardere insieme a lei sulla pira, se i presenti non glielo avessero impedito con parole di conforto. Quando ripartí, i vicini elevarono un monumento intorno al luogo di sepoltura della fanciulla, e invece di una tomba costruirono un tempio a Eracle.

    Cap. 18. Autoleonte o Stesicoro

    La diciottesima spiega che i Locresi, quando combattono, dal momento che Aiace era loro consanguineo, lasciano nello schieramento regolare una postazione vuota, come se in questa Aiace combattesse realmente.

    Quando dunque si schierarono nella battaglia contro i Crotoniati, Autoleonte di Crotone volle aprirsi un varco nel posto lasciato vacante ed accerchiare i nemici. Tuttavia ferito alla coscia da un fantasma, venne respinto. La cancrena lo divorò finché, in base ad un vaticinio, giunto nell'isola di Achille nel Ponto (essa si trova, per chi abbia oltrepassato l'Istro al di là della Tauride), fu guarito dopo che ebbe placato gli altri eroi e, soprattutto, l'anima di Aiace di Locri.

    Qui, inoltre, Elena gli comandò, mentre se ne stava andando, di dire a Stesicoro di cantare, se teneva ai suoi occhi, una palinodia in suo onore. Stesicoro subito compose gli inni ad Elena e recuperò la vista.

    Cap. 19. Psamate o Lino

    La diciannovesima racconta che Psamate (Psamàthe), figlia di Crotopo, era incinta di Apollo. Dopo aver partorito, per paura di suo padre, abbandonò il bambino, cui aveva dato il nome Lino. Il pastore che lo raccolse lo allevò come se fosse figlio suo, ma un giorno i cani del pastore lo sbranarono. Psamathe, troppo vivamente addolorata, fu scoperta dal padre che la condannò a morte, convinto che si fosse prostituita, e dichiarasse il falso in merito ad Apollo.

    Apollo, da parte sua, adirato per l'uccisione dell'amata, puní gli Argivi con una pestilenza, e a coloro che interrogavano gli oracoli per liberarsene diede il responso di placare Psamate e Lino. Cosí, tra gli altri onori che tributavano loro, gli Argivi mandarono delle donne con delle ragazze a piangere Lino. Esse, intercalando canti funebri a suppliche, piangevano la sorte dei due sventurati e la propria. Il canto funebre /thrènos) per Lino era cosí eccellente che da allora ed in specie nei poeti sucessivi, Lino è inserito in ogni canto di dolore. Chiamarono anche un mese [134 a] "dell'agnello", poiché Lino era stato cresciuto con gli agnelli, e celebrarono un sacrificio ed una festa "dell'agnello" con l'uccisione in questo giorno di tutti i cani che si potessero trovare; ma nemmeno in tal modo il male cessò, finché Crotopo, in base ad un oracolo, lasciò Argo e, fondata una città in Megaride, vi si stabilí, avendola chiamata Tripodískion.

    Cap. 20. Teoclo o Calcidese

    La ventesima racconta del calcidese Teoclo (Thèoklos) catturato dai Bisalti (i Bisalti sono un popolo della Tracia che abita di fronte a Pallene).

    Costui, fatti venire di nascosto dei Calcidesi, consegnò loro i Bisalti; e costoro dapprima, per la sorpresa, gettarono lo scompiglio tra i Bisalti; poi, avendoli assediati, grazie al tradimento di un bovaro fatto da loro prigioniero, s'impadronirono della città e ne scacciarono i Bisalti. Quindi violarono i patti uccidendo il bovaro traditore. E per tale motivo cadde su di loro l'ira degli dei; e in base ad un oracolo, edificata una tomba bellissima al bovaro, allontanarono il malanno sacrificando a lui come ad un eroe.

    Cap. 21. Dardano

    La ventunesima racconta che Dardano e Giasone (Iàson, scil. Iasíon) erano figli di Zeus, nati dall'Atlantide Elettra, e abitavano nell'isola di Samotracia. Ma l'uno, Giasone (Iasione), che aveva tentato di violentare il fantasma di Demetra, fu folgorato; Dardano, invece, sconvolto per quanto era accaduto al fratello, con delle zattere (non esisteva infatti ancora l'uso delle navi) andò nella terra antistante, in cui c'era una vasta pianura ed il monte Ida.

    In quel tempo deteneva il potere su quella regione il figlio del fiume Scamandro e di una ninfa, di nome Teucro, dal quale si chiamarono Teucri gli abitanti e Teucria la regione. Dardano, entrato in trattative con lui, ottenne la metà del territorio e fondò una città, Dardania, nel luogo in cui era sbarcato con la zattera.

    Cap. 22. Il Cretese

    La ventiduesima: ad un giovinetto cretese, il suo amante regalò un cucciolo di serpente. Egli lo nutriva e se ne prendeva cura, finché il serpente fu cresciuto, e incuteva paura ai vicini. Costoro infatti un giorno ingiunsero al giovane di abbandonare l'animale nel deserto: questi versando molte lacrime, lo abbandonò.

    In seguito il ragazzo, mentre se ne andava a caccia, cadde nelle mani di alcuni briganti, e si mise a invocare soccorso. Il serpente, riconosciuta la sua voce, uccise i briganti avvolgendo ciascuno di loro nelle sue spire, e dando al ragazzo molti segni degli antichi sentimenti di amicizia, lo liberò da quell'insidia.

    Cap. 23. Enone

    [134 b]

    La ventesima terza racconta che Corito (Kòrythos) era figlio di Paride Alessandro e di Enone (Oinòne), che questi aveva sposato prima di rapire Elena, e che il giovane in bellezza superava il padre. Sua madre lo mandò da Elena, per suscitare la gelosia in Alessandro, e ordire qualche malanno per Elena stessa. E quando Corito divenne intimo di Elena, Alessandro, entrato un giorno nella camera da letto, lo vide mentre sedeva accanto a lei, e infiammato dal sospetto, subito lo uccise. Enone allora lanciò molte maledizioni contro Alessandro, sia per l'oltraggio che aveva commesso nei suoi confronti, sia per la morte del figlio. E aggiunse inoltre (era infatti esperta di mantica ispirata e di raccolta di erbe medicinali) che un giorno Alessandro, ferito dagli Achei e incapace di trovare una cura, avrebbe avuto bisogno di lei.

    In effetti, tempo dopo Alessandro venne ferito da Filottete nella battaglia contro gli Achei in difesa di Troia; e poiché stava molto male, portato su di un carro sul monte Ida, mandò un messo a supplicare Enone. Ma questa lo respinse con molta insolenza, e aggiunse, insieme con altre ingiurie, che Alessandro se ne poteva pure andare da Elena. Intanto Alessandro durante il tragitto morí a causa della ferita. Ma un vivo pentimento prese la donna, che ancora non era a conoscenza della sua morte; raccolte delle erbe, si mise a correre, affrettandosi nella speranza di arrivare in tempo. Come apprese dal messo che Alessandro era morto, e che praticamente era stata lei a togliergli la vita, colpí il malcapitato alla testa con una pietra, e lo uccise. Poi, dopo aver abbracciato il cadavere di Alessandro e deprecato a lungo il loro comune destino, si impiccò con la propria cintura.

    Cap. 24. Narciso

    La ventesima quarta (narra che) a Tespie in Beozia (la città non è lontana dall'Elicona) nacque un fanciullo, Narciso (Nàrkissos, che era assai bello e spregiatore di Eros e degli amanti. Mentre gli altri suoi innamorati si stancarono di corteggiarlo, il solo Aminia (Ameinías) era molto perseverante e continuava a supplicarlo. Poiché quello però non cedeva, ma anzi gli aveva mandato pure una spada, si trafisse davanti alla porta di Narciso, dopo aver molto invocato il dio perche lo vendicasse.

    Cosí Narciso un giorno, vedendo la sua immagine e la sua bellezza riflesse nell'acqua di una fonte, fu il solo e il primo a divenire, in modo assurdo, amante di se stesso. Infine, disperato, ritenendo di subire una giusta punizione per aver disdegnato gli amori di Aminia, si uccise.

    Da allora i Tespiesi stabilirono di onorare e venerare ancor piú Eros, e di offrirgli sacrifici, oltre che in culti pubbllici, [135 a] anche in culti privati.

    Gli abitanti del luogo pensano poi che il fiore del narciso sia spuntato per la prima volta dalla terra sulla quale si versò il sangue di Narciso.

    Cap. 25. Gli Iapigi o i Bottiei

    La ventesima quinta narra che Minosse, figlio di Zeus e di Europa e re di Creta, intrapreso un viaggio per mare alla volta della Sicania (che è l'attuale Sicilia) all'inseguimento di Dedalo, fu ucciso dalle figlie di Cocalo (era il re dei Sicani). La flotta cretese ingaggiò allora una guerra contro i Sicani per vendicare il suo re, ma fu vinta. Sulla via del ritorno i Cretesi furono deviati da una tempesta verso la terra degli Iapigi, e qui presero dimora, divenendo da Cretesi Iapigi.

    Qualche tempo dopo una parte di essi, bandita dalla regione nel corso di una rivolta, ricevette il responso oracolare di stabilirsi là dove un uomo avesse offerto loro terra ed acqua: e si fermarono presso i Bottiei. Lí infatti, alcuni ragazzi che giocavano a plasmare con il fango delle forme di pane e di altri alimenti, alla loro domanda regalarono loro le pagnotte di argilla, in luogo dei pani veri. Allora essi, ritenendo che il vaticinio siu fosse compiuto, chiesero ed ottennero dal re dei Macedoni il permesso di abitare nel territorio dei Bottiei, e cosí, mutata una terza volta la loro stirpe da Cretesi a Bottiei, ora fanno parte dei Macedoni.

    Cap. 26. Carno o Codro

    La ventesima sesta narra che Ippote, uno dei discendenti di Eracle, uccise un fantasma di Apollo, di nome Carno, che seguiva i Dori quando gli Eraclidi stavano tornando nel Peloponneso. Ed essendosi abbattuta su di loro una pestilenza, ricevuto un vaticinio, scacciarono Ippote dall'accampamento: era stato lo spettro a fare da indovino per i Dori. Gli Eraclidi allora ridiscesero verso il Peloponneso, mentre Ippote, andando ramingo (alòmenos), generò un figlio e lo chiamò da quella circostanza Alete (Alètes).

    Costui, divenuto uomo, raccolta una parte dei Dori, scacciò da Corinto i discendenti di Sisifo che ne erano i re, e gli Ioni che erano con loro, quindi ricolonizzò la città. Stava avanzando contro l'Attica, quando un oracolo gli vaticinò che avrebbe vinto, se avessero risparmiato il re degli Ateniesi. Ma questi, venuti a conoscenza della profezia, persuasero Codro, che aveva settant'anni, a sacrificarsi spontaneamente per la patria. Mutate le sue vesti cosiacute; da sembrare un portatore dei legna, Codro fu cosí ucciso da uno dei Dori. Quando in seguito i Dori lo seppero, perduta ogni speranza di vittoria, stipularono una tregua con gli Ateniesi.

    Cap. 27. Deucalione

    La ventesima settima racconta le peripezie di Deucalione, che regnava sulla Ftiotide, e del diluvio che ai suoi tempi colpí la Grecia; e di Elleno, suo figlio, [135 b] che alcuni dicono fosse figlio di Zeus. Costui, alla morte di Deucalione, ereditò il regno e generò tre figli. Di questi ritenne giusto che Eolo, il maggiore, governasse il territorio su cui egli regnava, e fissò i limiti del suo dominio con due fiumi: l'Asopos e l'Enipeo.

    Da lui discende la stirpe eolica.

    Doro, invece, il secondo figlio, presa con sé una parte del popolo paterno, emigrò e fondò ai piedi del monte Parnaso le città di Boio, Kytinion ed Erineo. Da lui discendono i Dori. Il piú giovane, infine, giunto ad Atene istituí la cosiddetta tetrapoli attica e sposò Creusa, la figlia di Eretteo, e da lei ebbe Acheo e Ione.

    L'uno, Acheo, da cui derivano gli Achei, mandato in esilio per aver commesso un omicidio involontario giunse nel Peloponneso dove fondò la tetrapoli achea. L'altro, Ione, alla morte del nonno materno, scelto per il suo valore e per altre virtú, divenne re degli Ateniesi: da lui gli Ateniesi cominciarono a chiamarsi Ioni e ionica tutta la comunità

    Cap. 28. Tenne ed Emitea

    La storia ventesima ottava narra che Tenne ed Emitea ( Hemithèa) erano figli di Cicno, re della Troade. Alla morte di sua moglie Cicno si risposò; ma la novella sposa, folle d'amore per Tenne e frustrata nei suoi desideri, accusò il giovane di colpe che erano sue. Ed il padre, senza nemmeno discuterne, rinchiuse Tenne in una cassa, e con lui pure Emitea, vivamente addolorata per la sorte del fratello, e li fece gettare a mare.

    La cassa fu trascinata su un'isola; i locali la raccolsero, e Tenne ed Emitea ottennero il governo di quella terra: l'isola fu chiamata Tenedo anziché Leukòphrys. Cicno, pentitosi, si avvicinò all'isola e dalla nave pregò il figlio di perdonarlo; ma quello, affinché il padre non scendesse sull'isola, presa un'ascia, tagliò le gomene della nave. Da questo fatto gli uomini, per ogni relazione troncata, evocano l'ascia di Tenne.

    Cap. 29. I Magneti

    La ventesima nona narra che i Magneti, che ora abitano Magnesia d'Asia (Minore), in precedenza vivevano nella regione del fiume Peneios e del monte Pelion, e combatterono insieme agli Achei a Troia sotto il comando di Prothoos, con il nome di Magneti. In seguito la decima parte dei Magneti di ritorno da Troia, obbedendo ad un voto, si fermò a Delfi. Lasciato il santuario, dopo un po' di tempo ripresero il largo e passarono a Creta.

    In seguito, costretti, abbandonarono anche Creta: navigarono alla volta dell'Asia [136 a] e tolsero dai guai la Ionia, che era appena stata fondata, e l'Eolia, combattendo al fianco di quelle genti contro gli aggressori. Da qui giunsero nella terra dove ora risiedono, e fondarono una città che chiamarono Magnesia dal nome di quella che in un tempo antico era stata la loro patria.

    Cap. 30. Peitenio

    La trentesima narra le vicende di Peitenio (Peithènios) di Apollonia, che portava al pascolo le pecore di Helios. Dal momento che, a causa della sua disattenzione, dei lupi sbranarono sessanta capi, gli furono cavati gli occhi dai concittadini. E poiché il dio si adirò con loro, la terra continuò a non produrre più frutti per gli Apolloniati, finché, placato Peitenio abilmente con due proprietà suburbane ed una casa che egli stesso aveva scelto, poterono sfuggire alla carestia.

    Peitenio era uno dei notabili, come pure tutti gli altri che, succedendosi nel compito, si occupavano delle pecore sacre. La città di Apollonia si trova in Grecia, nella terra degli Illiri, è in riva al mare, e il fiume Aos vi scorre nel mezzo sfociando nel mar Ionio.

    Cap. 31. Procne

    La trentesima prima dice che Tereo, re dei Traci stanziati a Daulia e nel resto della Focide, prese in moglie Procne, figlia di Pandione, il sovrano degli Ateniesi, e che impazzí, tanto che si congiunse, contro la volontà di lei, con la sorella di Procne, Filomela, e le tagliò la lingua temendo lo scandalo che avrebbe provocato parlando. Ella allora, ricamando un peplo, descrisse con i fili quanto aveva patito.

    Procne capí e si vendicò del marito, dandogli in pasto i suoi figli. Tereo, come apprese da Procne in persona la natura infame del banchetto, si mise ad inseguire lei e la sorella, pensando fosse sua complice, per ucciderle a colpi di spada. A questo punto del racconto il mito trasforma Procne in usignolo, Filomela in rondine; ed esse cantano continuamente le loro disgazie di allora. Ma anche Tereo nel mito è mutato in upupa; e dicono che nemmeno tra gli uccelli i protagonisti della vicenda abbiano deposto l'ira, ma le upupe continuano sempre ad inseguire gli usignoli e le rondini.

    Cap. 32. Europa

    La trentesima seconda racconta di Europa, figlia di Fenice, e di come ella scomparve, e suo padre mandò i figli in cerca della sorella. Tra costoro c'era anche Cadmo, insieme al quale partí pure Proteo dall'Egitto, temendo il potere regale di Busiride. E narra che, dopo aver errato a lungo senza trovare nulla, giunsero a Pallene.

    Proteo, offerti doni ospitali a Clito ed ottenutane l'amicizia (Clito era il re [136 b] saggio e giusto del popolo tracio dei Sitoni) Proteo si prese in moglie la figlia di lui, Crisonoe (Chrysonòe). Dopo che i Bisalti ebbero abbandonato la terra natía, in seguito ad una guerra che Clito e Proteo combatterono contro di loro, Proteo regnò sul territorio e generò dei figli simili a lui, ma crudeli e scellerati, che Eracle uccise, poiché aveva in odio i malvagi. Ed il padre innalzò per loro un tumulo, mentre purificò Eracle da quell'assassinio (era infatti impuro a causa di esso).

    Cap. 33. Smicro o i Branchidi

    La trentesima terza narra che Democlo di Delfi generò un figlio eccezionale di nome Smicro e che, secondo l'ordine dell'oracolo, navigò alla volta di Mileto, portando con sé anche il bambino ancora giovinetto. E che lo abbandonò per la fretta di salpare senza accorgersene, quando aveva tredici anni. Un capraio, figlio di Eritarso (Erítharsos), lo trovò affranto e lo portò da suo padre. Ed Eritarso, saputo delle disavventure e della famiglia di Smicro, si prese cura di lui non meno che di un figlio proprio.

    La storia racconta anche del cigno catturato dai due ragazzi, della loro lite e del fantasma di Leucotea che avrebbe ordinato ai fanciulli di riferire ai Milesii di onorarla e di istituire in suo onore gare atletiche di adolescenti: la lite dei ragazzi, infatti, l'aveva divertita. E dice che Smicro sposò la figlia di un uomo in vista tra i Milesi e che costei, quando era incinta, fece un sogno: il sole le entrava dalla bocca, scendeva attraverso il ventre e le usciva dalla vulva. Per gli indovini si trattava di una visione favorevole. Ella partorí un bimbo e lo chiamò Brancos a causa del sogno: il sole le era passato infatti attraverso i bronchi.

    Il bambino era straordinariamente bello tra gli uomini, tanto che lo stesso Apollo se ne invaghí trovandolo che pasceva le pecore, e lo baciò proprio dove ora si trova l'altare di Apollo Amante. Branco, ispirato cosí da Apollo alla mantica, dava vaticini nella zona di Didima; e fino ad ora, degli oracoli greci che conosciamo, tutti concordano che, dopo quello di Delfi, il piú importante è quello dei Branchidi

    Cap. 34. Costrizione di Diomede

    La trentesima quarta narra che dopo la morte di Paride Alessandro, i figli di Priamo, Eleno e Deifobo, vennero a contesa per le nozze di Elena. Ebbe la meglio Deifobo, benché fosse piú giovane di Eleno, ricorrendo sia alla forza che all'aiuto di uomini influenti. Eleno, non sopportando l'oltraggio, si ritirò sull'Ida [137 a] e se ne stette tranquillo. Servendosi dei consigli di Calcante, i Greci che tenevano Troia sotto assedio catturarono Eleno in un'imboscata. E un po' per le minacce, un po' per i doni, ma piú ancora perché era mosso dal rancore personale verso i Troiani, Eleno svelò loro che Troia era destinata ad essere conquistata con un cavallo di legno; e come ultimo ragguaglio, dopo che gli Achei si fossero impadroniti del Palladio di Atena caduto dal cielo, il piú piccolo fra i molti esistenti.

    Furono mandati quindi a rubare il Palladio Diomede ed Odisseo: Diomede riuscí a salire sulle mura montando sulle spalle di Odisseo, ma non tirò su Odisseo che gli tendeva le mani. Se ne andò, invece, in cerca del Palladio e, dopo averlo rubato, ritornò da Odisseo col bottino. Mentre camminavano per la pianura, Diomede, poiché conosceva l'astuzia dell'eroe, disse ad Odisseo, che gli chiedeva ogni particolare, di non aver preso il Palladio di cui aveva parlato Eleno, ma un altro al posto di quello. Poiché, però, il Palladio si mosse per un qualche potere divino, Odisseo comprese che era proprio quello, e postosi alle spalle di Diomede, sguainò la spada con l'intento di ucciderlo e di portare lui il Palladio agli Achei. Proprio quando stava per vibrare il colpo (c'era infatti la luna) Diomede vide il baluginio della spada. Allora estrasse a sua volta la sua spada, e Odisseo dovette rinunciare ad ucciderlo, mentre Diomede, biasimandone la viltà, lo colpí sulle spalle di piatto, perché non voleva avanzare, spingendolo avanti.

    Da qui il proverbio "la costrizione di Diomede" detto per chiunque agisca contro la sua volontà.

    Cap. 35. Apollo Gipeo

    La trentesima quinta racconta di due pastori che erano soliti pascolare le greggi ai piedi del monte Lysson, nella regione di Efeso. Essi videro uno sciame di api in una grotta profonda e di difficile accesso. Ciononostante, per scendere, uno si mise in una cesta mentre l'altro, dopo averla assicurata con una fune, prese a calarla. Quello che era disceso trovò, oltre al miele, pure dell'oro in gran quantità, e riempitane la cesta per ben tre volte, comandò di tirarla su. Una volta terminato l'oro, gridò che non restava che caricare lui stesso. Poiché, però, nello stesso istante in cui diede fiato alle parole, lo sfiorò il sospetto di una insidia, mise non se stesso, ma una pietra nella cesta e comandò di tirarla su. Quando quello che tirava la ebbe sollevata fino in prossimità della bocca della voragine, di colpo, col proposito di uccidere l'altro, la lasciò cadere giú nel baratro, e dopo aver raccolto l'oro, si mise ad inventare delle scuse convincenti per coloro che avessero chiesto notizie sulla scomparsa del pastore. Dal momento che per il pastore nella caverna [137 b] non c'era in nessun modo via di scampo, Apollo gli ordinò in sogno di lacerarsi il corpo con una pietra aguzza e restare disteso tranquillamente. Come ebbe eseguito quanto gli era stato prescritto, alcuni avvoltoi presero a volare sopra di lui come su un cadavere, e conficcati gli artigli chi nei capelli, chi nelle vesti, lo sollevarono e portarono sano e salvo nel vallone sottostante.

    Egli si recò allora dai magistrati e descrisse tutti i fatti. Gli Efesii punirono il traditore dopo che fu messo alle strette ed ebbe mostrato, pur contro voglia, l'oro che aveva sepolto; assegnarono invece a quello che aveva subito il torto metà dell'oro, mentre dichiararono l'altra metà sacra ad Apollo ed Artemide. Il pastore salvato e gratificato con l'oro divenne uno degli uomini piú ricchi del luogo, e fece erigere sulla estrema sommità del monte un altare ad Apollo, avendolo chiamato "Gipeo" (= degli avvoltoi) in ricordo della vicenda che gli era capitata.

    Cap. 36. Gortina

    La trentesima sesta racconta che Filonomo ricevette la città di Amicle come ricompensa per aver consegnato Sparta ai Dori, e la popolò con gente venuta da Imbro e Lemno. Alla terza generazione, poiché erano insorti contro i Dori, furono costretti a lasciare Amicle, e presi con sé anche alcuni Spartani, navigarono alla volta di Creta. Pòlido e Delfo detenevano il comando. Nel corso di questa navigazione Apòdasmo colonizzò Melos , e fu da qui che la stirpe dei Melii si uní con quella degli Spartani.

    Tutti gli altri occuparono Gortina senza resistenza alcuna, e la abitarono insieme ai Cretesi che vivevano nei dintorni.

    Cap. 37. Cadmo

    La trentesima settima dice che l'isola di Taso prese il nome da Thasos, fratello di Cadmo. Lí, infatti, il fratello lo abbandonò, avendogli lasciata una parte dell'esercito.

    Racconta anche che il re dei Fenici mandò Cadmo, lui pure uomo assai influente tra i Fenici, in Europa. I Fenici erano in quel tempo davvero molto potenti (a quanto si dice) e, conquistata gran parte dell'Asia, avevano la capitale a Tebe in Egitto.

    Cadmo non andò, come dicono i Greci, in cerca di Europa, la figlia di Fenice che Zeus rapí in sembianze di toro, ma poiché progettava di crearsi un proprio regno in Europa inventò la storia di andare a cercare la sorella rapita: come risultato di ciò, la favoletta di Europa arrivò pure tra i Greci.

    Navigando lungo l'Europa, come si è detto, lasciò sull'isola il fratello Thasos, mentre egli si spinse fino in Beozia e raggiunse quella che ora [138 a] è detta Tebe. Con l'aiuto del suo esercito fortificò il luogo e lo chiamò Tebe dal nome della sua patria d'origine. Quando poi i Beoti si scontrarono in battaglia con i Fenici, questi ultimi furono battuti, ma in un secondo momento ebbero il sopravvento grazie ad imboscate, ad agguati e all'aspetto insolito delle loro armi: infatti elmo e scudo non erano ancora noti ai Greci.

    Cadmo prese il governo del territorio dei Beoti e, visto che quanti si erano salvati erano fuggiti nelle loro città natíe, fece stanziare i Fenici a Tebe e sposò Armonia, figlia di Ares ed Afrodite. Tra i Beoti, per la paura delle armi, degli agguati e delle imboscate, nacque l'idea che gli uomini sorgessero dalla terra tutti armati, e li chiamarono Sparti (= seminati) come se fossero spuntati dal suolo. Per quanto concerne Cadmo e la fondazione di Tebe questa è la versione vera, l'altra, invece, è mito e inganno di chi ascolta.

    Cap. 38. I Milesi, o il deposito

    La trentesima ottava racconta che un Milesio, quando la sua patria era in pericolo per via di Arpago, generale di Ciro, salpò alla volta di Tauromenio in Sicilia, e dopo aver depositato il suo oro presso un amico che faceva lí il banchiere, fece rotta verso casa. In seguito Mileto fu asservita a Ciro, ma non ebbe a patire nessuno degli altri danni di cui si sospettava. Il Milesio tornò allora a Tauromenio per riprendersi il suo deposito. L'uomo che lo aveva ricevuto, però, se ammetteva di averlo intascato, continuava a sostenere di averlo pure restituito.

    Quando, dopo una lunga lite e una discussione, il Milesio chiamò al giuramento il disonesto, il banchiere escogitò questo sotterfugio: resa cava una ferula come se fosse un flauto, fuse l'oro che aveva in deposito, lo versò nella ferula e la tappò. Mentre andava a prestare giuramento si teneva appoggiato alla ferula come ad un bastone con la scusa di un qualche acciacco ai piedi; ma quando venne per lui il momento di giurare, affidò la ferula al Milesio, che gli stava accanto, con il proposito di riprenderla subito. Allorché, levate in alto le mani, giurò di aver restituito il deposito a chi glielo aveva affidto, il Milesio, esasperato, gridando che la lealtà tra gli uomini se ne era andata in malora, scaraventò a terra la ferula, in modo che questa si ruppe. Alla vista dell'oro l'ingegnosa trovata dello spergiuro divenne palese: il Milesio riottenne i suoi beni, mentre il banchiere, spinto dalla vergogna e dal disprezzo generale, si uccise impiccandosi.

    Cap. 39. Melanto

    La trentesima nona dice che Melanto (Mèlanthos) era della stirpe dei Neleidi, discendenti da Posidone, che regnavano su Pilo [138 b] e la Messenia. Con una guerra gli Eraclidi lo scacciarono e s'impossessarono del suo territorio. Egli quindi, obbedendo ad un vaticinio, si recò ad Atene e qui divenne un cittadino onorato.

    Scoppiò però una guerra per Oinoe, che oppose Ateniesi a Beoti, nella quale sembrò bene risolvere la questione con una singolar tenzone tra i re.

    Timete (Thymòites), che governava sugli Ateniesi, molto intimorito dallo scontro rinunciò al suo regno in favore di chi avesse voluto misurarsi con Xanto (Xànthos), il re dei Beoti. Melanto, invogliato dalla ricompensa del regno, si fece carico del duello e gli accordi poterono procedere. Come furono giunti a battaglia, Melanto vide un fantasma, un uomo imberbe che seguiva Xanto. E poiché si mise a sbraitare che non si comportava in modo corretto portandosi dietro, contro i patti, un aiutante, Xanto, stupito per l'assurdità del discorso, si voltò: subito Melanto con un colpo di lancia lo uccise, e cosí con un solo duello ottenne Oinoe per gli Ateniesi, e per sé il regno. La stirpe degli Eretteidi fu rimpiazzata dopo questo avvenimento da quella dei Melantidi, alla quale apparteneva anche Codro.

    In seguito gli Ateniesi, edificato per ordine oracolare un tempio a Dioniso Melantide, iniziarono a compiere sacrifici annuali offrendo vittime anche a Zeus Apaturio (ingannatore), dal momento che la disputa si era conclusa con esito a loro favorevole grazie ad un inganno.

    Cap. 40. Andromeda

    La quarantesima narra le peripezie di Andromeda in modo diverso da come le presenta il mito greco. Dice infatti che c'erano due fratelli: Cefeo e Fineo; a quel tempo il regno di Cefeo era situato in quella regione che in seguito fu rinominata Fenicia, ma che allora si chiamava Ioppa da Ioppa, città costiera. I confini del suo dominio si estendevano dal nostro mare fino alla terra degli Arabi che abitano sulle rive del mar Rosso. Cefeo aveva inoltre una figlia assai bella, Andromeda, alla cui mano ambivano Fenice e Fineo, il fratello di Cefeo. Dopo aver a lungo valutato ciascuno dei pretendenti, Cefeo si risolse a concederla a Fenice, ma celò il proprio consenso simulando un ratto da parte del pretendente. Andromeda fu rapita da un'isoletta deserta, in cui era solita ritirarsi per compiere sacrifici ad Afrodite.

    Mentre Fenice la portava via su una nave (che era detta "mostro marino" o perché effettivamente aveva le sembianze di una belva oppure per un caso fortuito), Andromeda, come se venisse rapita [139 a] all'insaputa di suo padre, gemeva e tra i singhiozzi continuava ad invocare soccorso. Allora Perseo, figlio di Danae, che per caso si trovava a navigare in quei paraggi, fermò la nave, e fin dal primissimo sguardo che posò sulla fanciulla fu colto da pietà e da amore. Distrusse la nave, il "mostro marino", e sterminò l'equipaggio quasi impietrito per lo stupore. Quello che per i Greci è il mostro marino del mito e gli uomini mutati in pietra con la testa della Gorgone sono quindi nient'altro che questo. Egli dunque prese in moglie Andromeda, la quale giunse in Grecia navigando insieme a Perseo: fu sotto la sua guida che Argo venne abitata.

    41. I Pelasgi

    La quarantesima prima racconta che i Pelasgi colonizzarono Antandro, ma che ciò avvenne, come alcuni sostengono, perché Ascanio, dopo essere stato catturato da quelli in un agguato, ne fece loro dono come suo riscatto una volta liberato. Da ciò deriva anche il nome Antandro, poiché in cambio di un uomo (antí andròs) ottennero una città. Ascanio era figlio di Enea e dopo la conquista di Troia regnò sulla regione dell'Ida.

    Altri invece dicono che i Pelasgi si stabilirono ad Antandro in seguito a questi avvenimenti. Anio era figlio di Apollo e Creusa, e figlio di costui era Andro, il quale lasciò il suo nome ad un'isola in cui abitò. Scacciato da qui in seguito ad una sedizione e trovato molto simile ad Andro il territorio ai piedi dell'Ida, fondò nella regione una città e la chiamò Antandro in ragione della rassomiglianza. Un gruppo di Pelasgi andò a popolare Andro rimasta deserta, e pure Cizico ebbe per abitanti dei Pelasgi.

    Infatti Cizico, il figlio di Apollo che regnava sui Pelasgi della Tessaglia, scacciato insieme a quelli dagli Eoli, fondò una città nel Cheroneso d'Asia imponendole il suo nome. Da modesto il dominio di Cizico divenne imponente dopo le nozze con Oite figlia di Merope, il quale regnava sulla zona intorno a Rindaco.

    Quanti erano partiti con Giasone alla ricerca del vello d'oro si fermarono con Argo a Cizico, ed i Pelasgi, quando compresero trattarsi di una nave tessala, per il risentimento dovuto all'espulsione subita, assaltarono di notte Argo. Giasone non riconobbe Cizico che sopraggiungeva per sedare il conflitto e lo uccise mentre cadevano morti anche altri Pelasgi. Argo riprese la navigazione alla volta della Colchide, mentre quelli, prostrati dalla scomparsa del re, rimisero gli affari della città nelle mani dei loro aristocratici. In seguito, sotto la spinta dei Tirreni se ne andarono da Cizico, ed i Tirreni s'impossessarono del Cheroneso [139 b]. Essi infine furono sconfitti in guerra da un gruppo di Milesii che a loro volta presero dimora a Cizico.

    42. La favola

    La quarantesima seconda narra che Gelone di Sicilia, meditando di salire alla tirannide, si prese cura del popolo di Imera e lottò in sua difesa contro gli aristocratici. La folla prese ad amarlo e si affrettò a concedergli una scorta armata quando la richiese. Il poeta Stesicoro di Imera, sospettando che egli volesse por mano alla tirannide, si alzò in piedi e raccontò un aneddoto alla folla, specchio dei futuri avvenimenti:
    "un cavallo al pascolo" - disse - "era solito recarsi ad una fonte per abbeverarsi, ma un giorno una cerva che attraversava la pianura correndo calpestò l'erba e rimestò l'acqua. Il cavallo, desiderando punire la colpevole, ma avendo zampe meno potenti nella corsa, chiamò in soccorso un cacciatore. Costui gli promise che se avesse sopportato un morso e un cavaliere lo avrebbe aiutato senza alcuna difficoltà e cosí accadde: la cerva morí sí, colpita dai dardi, ma il cavallo comprese d'essersi fatto schiavo del cacciatore. Questo - disse - temo anch'io, o cittadini di Imera: che essendo ora popolo libero e democratico vinciate sí, grazie a Gelone i nemici, ma a Gelone finiate con l'asservirvi: infatti a chi l'abbia ottenuto è caro il potere assoluto su chi gliel'ha concesso, qualora a quest'ultimo non sia piú possibile riprenderlo con la stessa facilità con cui l'ha conferito".

    43. Anapia e Anfinomo

    La quarantesima terza: i crateri infuocati dell'Etna eruttarono un giorno un vero fiume di fiamme sul paese, tanto che ai Catanesi (Catania è una città greca in Sicilia) sembrò che si sarebbe verificata la distruzione completa della città. Fuggendo da qui quanto piú velocemente potevano, alcuni si portavano via dell'oro, altri argento, altri ancora quanto uno avrebbe potuto desiderare quale sostegno nel viaggio.

    Anapia ed Anfinomo, a differenza di tutti gli altri, fuggirono caricandosi sulle spalle i loro genitori ormai vecchi. La fiamma allora si riversò sugli altri facendoli perire, ma intorno a loro invece il fuoco si aprí e tutto il terreno circostante divenne come un'isola in mezzo alle fiamme. Per tale motivo i Siciliani chiamarono quella zona "regione dei pii" e vi eressero delle statue in pietra dei due uomini quale ricordo della loro impresa al tempo stesso divina ed umana.

    44. Leodamante

    La quarantesima quarta storia racconta che Leodamante e Fitre, entrambi di stirpe regale, vennero a contesa per il possesso del regno dei Milesii. La comunità, spossata dal disordine, dopo molte sofferenze pose fine alla loro rivalità [140 a] stabilendo che avrebbe governato chi avesse compiuto a favore dei Milesi il maggior numero di atti meritori. All'epoca essi avevano in corso due guerre: contro i Caristii e contro i Melii.

    Fitre allora capitanò una spedizione contro Melo (la sorte infatti aveva assegnato a lui questa guerra) e ritornò senza nulla di fatto; Leodamante, invece, si distinse gloriosamente per le sue azioni valorose contro i Caristii, impossessandosi con la forza della loro città ed assoggettandola, sicché, una volta tornato, divenne re di Mileto come pattuito. Secondo un'ingiunzione oracolare mandò ai Branchidi una donna di Caristo fatta prigioniera, che teneva un bimbo attaccato al seno, e molti altri doni, che ammontavano alla decima parte del bottino. A quel tempo Branco in persona amministrava il santuario e l'oracolo: egli trattò con rispetto la prigioniera ed adottò suo figlio. Il fanciullo non crebbe in modo normale, ma come per una sorte divina, e la sua sagacia era ben superiore alla sua età. Branchos fece di lui l'annunziatore (ànghelos) dei vaticinii, e lo ribattezzò Evangelo (messaggero di buone nuove). Costui una volta divenuto ragazzo ricevette in eredità l'oracolo appartenuto a Branco, e fu l'inizio della stirpe degli Evangelidi presso i Milesii.

    45. Orfeo

    La quarantesima quinta dice che Orfeo, figlio di Eagro e Calliope, una delle Muse, regnava sui Macedoni e sulla terra Odrisia, e si occupava di musica, soprattutto di citarodia. Egli (la stirpe dei Traci e dei Macedoni è infatti molto amante della musica) presso questi popoli era estremamente gradito alla folla. Si sparse la voce che fosse disceso all'Ade per amore della moglie Euridice, e che dopo aver ammaliato Plutone e Core con i suoi canti, si fosse preso come ricompensa la moglie; ma che non avesse potuto godere del beneficio di lei tornata in vita, perché aveva scordato le prescrizioni che la concernevano.

    Egli fu talmente abile ad affascinare ed incantare con le sue odi, che animali selvatici ed uccelli, e addirittura piante e pietre, per il diletto che provavano, gli andavano dietro.

    Morí fatto a brani da alcune donne tracie e macedoni, poiché non volle renderle partecipi ai misteri, ma probabilmente anche per altri motivi. Dicono infatti che Orfeo dopo la sventura che colpí la moglie, prese in odio tutto il genere femminile. In giorni stabiliti una folla di Macedoni e Traci in armi si riuniva a Libethra, in un edificio grande e ben costruito per i riti di iniziazione: ed entrando per compiere i misteri, deponevano le armi davanti alla porta. Le donne, avendo notato tale abitudine, un giorno rubarono le armi e per l'ira nata dalla mancanza di considerazione nei loro confronti uccisero chi capitava, e [140 b] gettarono Orfeo ridotto a brandelli qua e là in mare. Poiché la regione fu afflitta da una pestilenza, dal momento che le donne non erano state sottoposte a giudizio, i cittadini pregando che il pericolo cessasse ricevettero un oracolo: avrebbero trovato scampo qualora avessero sepolto la testa di Orfeo, dopo che l'avessero ritrovata. A fatica la recuperarono grazie ad un pescatore presso le foci del Meles: essa cantava e non aveva patito alcun danno dal mare, né presentava alcuno dei guasti che il destino umano dei cadaveri comporta, sebbene fosse trascorso molto tempo, ma era anzi era nel pieno del vigore, come si vi scorresse ancora sangue vivo. Dopo averla raccolta, la sepellirono sotto ad un grande monumento funebre avendo delimitato con un recinto sacro la zona, la quale allora era un tempietto (heròon), ma in seguito finí col divenire un tempio. Fu onorato infatti con sacrifici e con quante altre cerimonie sono venerati gli dei. Il luogo è assolutamente interdetto alle donne.

    46. Enea

    La quarantesima sesta dice: durante il sacco di Troia Priamo mise in salvo in Lidia due figli di Ettore, Ossinio (Oxýnios) e Scamandro. Dopo che Ilio fu presa, Enea, figlio di Anchise ed Afrodite, sfuggito agli Achei, in un primo momento soggiornò sull'Ida, ma quando Ossinio e Scamandro tornarono dalla Lidia a rivendicare i territori intorno ad Ilio come possedimenti paterni, presi con sé suo padre Anchise e quanti poteva dei compagni d'esilio, si diresse verso oriente, per esortazione di Afrodite.

    Attraversato dunque l'Ellesponto, giunse al porto detto "caldo" dove seppellí Anchise che era morto, e non accettò la proposta degli indigeni di divenire loro re. Raggiunse quindi la terra di Brusiada: per la grazia infusagli da Afrodite egli riusciva gradito a chiunque lo incontrasse. Poiché qui muggí la vacca che lo aveva seguito dalla regione dell'Ida (questo infatti Afrodite gli aveva prescritto), prese il governo del paese che le genti del luogo gli offrirono, e sacrificò la giovenca ad Afrodite. Fondò la città che fu chiamata Enea (Àineia) dal nome del suo fondatore, ma che in seguito con una modifica del nome fu detta Ainos.

    Ebbene, questa è solo una delle storie narrate dai Greci, insieme a molte altre: un'altra versione assai diffusa e ripetuta fa risalire a lui la stirpe dei Romani, lo vuole fondatore di Alba, e parla dell'oracolo che gli prescrisse di fissare la sua dimora qualora, dopo aver sacrificato con i suoi, avesse mangiato insieme al cibo anche le tavole.

    47. Altemene

    La quarantesima settima parla di Altemene, della stirpe degli Eraclidi, [141 a] nella terza generazione dopo Temeno, il quale litigò con i fratelli (era il piú giovane) e se ne andò dal Peloponnes alla testa di un esercito di Dori e di alcuni Pelasgi. Gli Ateniesi a quel tempo inviarono la loro colonia con Neleo ed i Codridi.

    Allo stesso modo gli Spartani da parte loro mandarono il popolo di Filonomo a fondare colonie sotto la guida di due uomini chiamati Delfo e Polis.

    Orbene, entrambe le città invitarono Altemene ad unirsi a loro nell'impresa: i Dori nella navigazione verso Creta, dal momento che lui pure era dorico; gli Ioni nel passare in Asia insieme a loro. Con nessuno dei due però gli parve opportuno navigare, ma, seguendo un vaticinio che gli era stato dato, si sembrò opportuno recarsi da Zeus ed Helios per chiedere quale terra colonizzare: a Zeus però apparteneva Creta, mentre a Helios Rodi. Salpato quindi dal Peloponneso approdò a Creta e vi lasciò la parte del manipolo che lí desiderava stabilirsi. Ed egli, con la maggior parte dei Dori, proseguí la navigazione alla volta di Rodi. Nel tempo antico abitò Rodi un popolo autoctono su cui comandava la famiglia degli Eliadi, che i Fenici scacciarono quando s'impossessarono dell'isola. Dopo che i Fenici furono espulsi, se ne impadronirono i Cari nel momento in cui popolarono anche le altre isole dell'Egeo. I Dori mossero contro costoro, ed una volta distrutto in guerra il popolo cario fondarono tre città: Lindo, Ialiso e Camiro.

    I Dori quindi che trassero origine da Altemene sono giunti per discendenza fino ai giorni nostri. Le tre città furono riunite in una, grande e prospera, cui diedero lo stesso nome dell'isola: Rodi.

    48. Faistilo (Phaistýlos) o Ilia

    La quarantesima ottava narra una storia di Romolo e Remo che diverge in qualche punto dalle altre fonti. Dice che Amolio uccise proditoriamente il fratello Nemetore e fece divenire la figlia di questi, Ilia, sacerdotessa di Hestia, affinché non avesse figli né rapporti con uomo alcuno.

    Ares si congiunse con lei, ed al termine dell'incontro amoroso le rivelò chi egli fosse, che avrebbe dato alla luce due gemelli, ed inoltre che doveva aver fiducia. Amolio però dopo il parto la gettò a languire in una prigione, mentre affidò i due bambini ad un suo pastore di fiducia perché li uccidesse. Costui però, dopo averli presi, non osò compiere con le proprie mani una simile nefandezza: cosí li pose in una cesta perché fossero trasportati dalla corrente del Thybris.

    Dopo un lungo percorso questa fu frenata su una lingua di spiaggia dalle radici di un fico selvatico che cresceva imponente in quel luogo. Da lí la cesta depositò i [141 b] neonati a riva, sulla terra morbida e sabbiosa. Una lupa che aveva partorito di recente trovò per caso i fanciulli, e dopo aver girato un po' attorno a quelli, che piangnucolavano e tendevano le mani, offrí loro le mammelle. I due cosí si nutrirono, alleviando per l'occasione la lupa che era gonfia di latte. Faistilo (Phaistýlos), uno dei pastori, che aveva osservato quella scena, a tale vista, credendo si trattasse di un portento divino, prese i piccoli e li allevò come se fossero stati suoi. Un giorno incontrò il pastore che li aveva esposti e da lui apprese ogni particolare in merito alle disavventure dei due bambini.

    Quando furono grandi rivelò loro che erano di stirpe regale e figli di Ares, e quante sofferenze la madre ed il nonno avessero patito. Essi allora (erano infatti belli d'aspetto, di forza invincibile e di nobile coraggio) subito presero dei pugnali, li nascosero e si recarono ad Alba. Sorpreso Amolio, che non si aspettava quell'insidia, senza guardie, si vendicarono uccidendolo a colpi di spada e liberarono la madre dai ceppi. Il popolo li accolse con favore, e regnarono su Alba ed il territorio circostante. Poiché un gran massa di gente si riversò presso di loro, abbandonata Alba, fondarono una città che chiamarono Roma e che ora ha per cosí dire potere sull'umanità intera.

    Fra i Romani si esibiscono quali testimonianze di quel tempo nella piazza pubblica il fico sacro recintato dalle grate di bronzo del Senato, e nel tempio di Zeus, una capanna, ricordo del tenore di vita di Festilo, che essi conservano avendola edificata con modesto materiale e giovani frasche.

    49. Apollo aigletes

    La quarantesima nona racconta che nell'isola di Anafe (che si trova oltre l'isola di Thera, non lontano dal territorio spartano) sorge un tempio sacro ad Apollo in cui gli autoctoni sacrificano con insulti volgari per il seguente motivo.

    Quando Giasone dalla Colchide, dopo aver rapito Medea, stava navigando verso casa, una tempesta indescrivibile assalí l'equipaggio, che si trovava in grande difficoltà. Quelli della nave Argo molto imploravano e pregavano, sicché Apollo, sollevato l'arco sopra di loro, stornò ogni pericolo; nel cielo si diffuse un bagliore, e la terra fece sorgere dalle profondità marine un'isola, alla quale approdarono. In seguito a tale portento la chiamarono Anafe, perché apparve sotto i raggi del sole allora per la prima volta.

    Edificarono poi un tempio in onore di Apollo aiglètes ("splendente"), e festeggiarono l'insperata salvezza da un sicuro malanno anche con altri festeggiamenti. Medea e le altre donne al suo seguito, che erano dono [142 a] per le sue nozze con Giasone, scherzando nell'ubriachezza presero a canzonare gli eroi durante la festa nottuma6.

    Da quel tempo perciò anche gli abitanti di Anafe (l'isola fu infatti da allora abitata) ogni anno celebrano una festa per Apollo aiglètes coprendosi di ingiurie a vicenda, a imitazione di quelli.

    Cap. 50 Tisifono o Tebe

    La cinquantesima narra che Tebe uccise suo marito, il tiranno Alessandro. Costei era la figlia di Giasone, che a quei tempi regnava sulla Tessaglia, ed aveva tre fratelli: Tisifono, Licofrone e Pitolao. Erano nati tutti dalla medesima madre, ma il loro padre era Evalce. Alessandro, il tiranno di Fere, nutrendo dei sospetti nei loro riguardi meditò di ucciderli, e poiché sapeva che Tebe non avrebbe sopportato di vedere morti i fratelli nati dalla sua stessa madre, progettò di uccidere anche lei.

    E finché rimaneva sobrio, riuscì a tenere celato il suo piano, ma ubriacatosi (infatti si lasciava vincere dal vino) lo svelò palesemente. Tebe apprese cosí il funesto proposito, e forniti dei pugnali ai fratelli comandò loro di prepararsi all'assassinio. Fece bere ad Alessandro molto vino, e lo mise a dormire; poi licenziò le guardie della camera da letto con la scusa di voler fare un bagno, e chiamò i fratelli all'azione. Essi però avevano paura, ed in particolare il piú giovane. Tebe allora, dopo averli minacciati in vario modo, disse che avrebbe svegliato Alessandro accusandoli di tentato omicidio. Li costrinse dunque a farsi coraggio, ed essi uccisero Alessandro nel sonno. Tebe chiamò allora i capi delle guardie, ed avendo trattato ora con minacce ora con promesse, li persuase affinché la aiutassero a farle ottenere la tirannide. Essi accettarono, cosí la donna prese il potere, ma fece assumere al maggiore dei suoi fratelli, Tisifono, il titolo e la parvenza esteriore di tiranno.

    (Fozio:) Queste sono le 50 Narrazioni di Conone. È attico nell'espressione, elegante e piacevole nella dispositio e nei vocaboli; il suo stile mostra anche una certa stringatezza ed alcune caratteristiche inusuali presso la maggior parte degli autori.

    FINE

    Traduzione di Monica Ressel Giordani

    (Diss. Università di Trieste, a.a. 1996-97)