Rec. Braccini a de Paco

    Maschera d'oro da Micene
    Diana de Paco Serrano
    La tragedia de Agamenón en el teatro español del siglo XX
    Universidad de Murcia, 2003, 375 pp. (Cuadernos de teatro, 23)
    Recensione di 
    Tommaso Braccini
    Università di Torino

     

    Le molteplici competenze di Diana de Paco Serrano, filologa classica e premiata autrice teatrale, sono rispecchiate in questo studio, attento alla tradizione letteraria ma anche agli aspetti tecnici della messinscena, dedicato alle riprese, implicite o esplicite, della materia dell'Orestea nel teatro spagnolo contemporaneo.

    Dopo una breve introduzione che rende conto dei criteri che hanno guidato il lavoro, la prima parte del libro verte su una serie di considerazioni generali sulla "carica mitopoietica" delle opere dei tragici antichi. I problemi fondamentali affrontati in esse ed i personaggi a tutto tondo che le animano, infatti, si rivelano degli importanti punti di partenza per il drammaturgo moderno, e tale legame non viene in definitiva messo in crisi neppure dal brusco ridimensionamento degli eroi del mito, o dall'eclissi, più o meno accentuata e comunque connessa al fenomeno precedente, del coro. Non manca una rassegna delle varie ipostasi drammatiche delle vicende di Agamennone nell'antichità, da Omero fino a Draconzio, che si spinge poi, in maniera più cursoria, fino al ventesimo secolo.

    Nella seconda parte vengono attentamente analizzate le singole opere, collocate in un percorso cronologico che dal dopoguerra si spinge fino agli anni '90. La lettura di queste ampie "schede", distesamente argomentate e ricche di citazioni, permette di verificare la presenza di tendenze diffuse, che variamente s'intrecciano e si contaminano tra opere ed autori (come l'incontro delle tragedie familiari degli Atridi con la religiosità cattolica, o l'entrata in scena di istanze direttamente connesse al femminismo), ma anche di non poche peculiarità che caratterizzano i singoli testi, tra le quali si possono citare le molteplici metamorfosi ed ibridazioni cui vengono sottoposte le relazioni familiari ed affettive dei personaggi della tradizione, in un gioco di variazioni bizzarre e destabilizzanti.

    La prima opera ad essere presa in esame è la tragicommedia Electra (1949) di J. M. Pemán, garbata parodia dell'Orestea con intenti didascalici, dove si lanciano messaggi di pace, richiamandosi al contempo ad una visione tradizionalista e diffidente, per esempio, nei confronti dell'industrializzazione. Ne La esfinge furiosa (1951) di J. G. Schroeder, i componenti della famiglia dei Dabio rivivono ad Ibiza le vicende degli Atridi, con un accento particolare sullo scontro tra morale tradizionale e trasgressione. L'esperienza della guerra civile condiziona profondamente l'inedito Los Átridas (1951) di J. M. Recuerda, dove la paradigmatica "famiglia universale" che dà il nome all'opera è messa in scena con nomi generici (Hijo Menor, Muchacha…) e risulta vittima dei "nuovi dei", ambizione e violenza. In El pan de todos (1952-3) di A. Sastre si consuma la cupa parabola (l'azione ha luogo in inverno tra piogge incessanti) del nuovo Oreste, il rivoluzionario David Harko, che finirà suicida nel cortile della propria abitazione testimoniando la difficoltà di mantenere puri gli ideali. Una notevole fedeltà al modello eschileo, coniugata con originali spunti innovativi, si riscontra in Orestíada 39 (la cifra indica l'anno di ambientazione, il 1939; l'opera risale al 1960) di A. Martínez Ballesteros: il ruolo dell'araldo è svolto dalla radio, Alberto-Oreste imbastisce una vera e propria investigazione per scoprire la verità sull'assassinio del padre, e quando alla fine si suicida perseguitato dalle Furie, queste ultime lo veglieranno dopo essersi trasformate in recitatrici del rosario. Nell'Egisto (1971) di D. Miras, il protagonista è amante e figlio di Clitennestra, ed assume l'identità di Oreste dopo un incontro con lo spettro del padre reminiscente del noto episodio dell'Amleto. Una decisa e corrosiva volontà demitificatrice emerge nell'Electra y Agamenón (1981) di L. Píriz-Carbonell, dove Elettra ama incestuosamente Agamennone. Un tono apologetico pervade la Clitemnestra (1989) di M. J. Ragué Arias, che pone la materia mitica al servizio del proprio femminismo militante e fa della protagonista la vittima della violenza che pervade l'universo maschile. Le vicende degli Atridi sono ambientate al tempo della guerra civile ("paralelo nacional en nuestro siglo de la guerra de Troya") anche ne La urna de cristal (1990) di R. Gil Novales, con particolare attenzione alla figure di Adelaide-Ifigenia, monaca uccisa per ordine del padre, mentre Clitennestra viene rivalutata come antesignana delle donne maltrattate in Electra Babel (1992) di L. Ortiz, atto unico in cui l'Elettra del titolo dialoga con una serie di personaggi che compaiono come ricordi o illusioni. Los restos: Agamenón vuelve a casa (1997), di R. Hernández, è infine una sorta di dilatata anagnorisis, costellata di flashbacks, in cui il Vagabondo e la Muchacha, dopo essersi incontrati casualmente, scopriranno infine di essere padre e figlia, Agamennone ed Elettra; e quest'ultima confesserà, con toni di "rabbiosa attualità", gli abusi subiti da parte di Egisto e l'uccisione dei due amanti.

    Nell'epilogo che conclude l'opera (seguito da un'ampia bibliografia) la de Paco Serrano infine decanta ed organizza le molteplici tracce e suggestioni emerse nelle dense pagine precedenti. L'autrice propone una serie di chiavi di lettura in senso diacronico, notando alcune costanti generali (l'approfondimento psicologico, sulla scia di Euripide e Seneca; la quasi totale mancanza di una riconciliazione finale) e giungendo a conclusioni applicabili in generale al fenomeno della sopravvivenza della tragedia classica nel teatro contemporaneo: essa non solo permette di esemplificare verità universali in tempo di crisi, consentendo per giunta di evitare la censura sotto il velo dell'arcaismo, ma soprattutto risulta imprescindibile perché garantisce agli autori la possibilità del ritorno alle origini, la relazione perfetta tra mito e rito.

    Si può senza dubbio affermare che La tragedia de Agamenón risulta nel suo complesso un'opera meritevole. La de Paco Serrano riesce ad inquadrare efficacemente ciascuno dei testi presi in esame, dai più noti ai più oscuri (non mancano infatti gli inediti), innestando con ammirevole sicurezza e sensibilità una fitta rete di corrispondenze con la tradizione classica, senza peraltro ignorare parallelismi ed analogie nelle altre letterature occidentali. In qualche caso, forse, si sente la mancanza di sinossi che rendano conto dei singoli intrecci, ma si tratta senz'altro di un aspetto secondario, a fronte dell'approfondita trattazione dei personaggi che costituisce senz'altro il punto di forza dell'opera, la quale ha inoltre il pregio di portare all'attenzione del lettore, soprattutto se non iberico, un significativo ed attraente "spaccato" della drammaturgia spagnola contemporanea.

    Tommaso Braccini
    Università di Torino