Rec. Serafini a Lόpez Eire, Velasco Lόpez

    (Copertina volume)
    Antonio Lόpez Eire, Henar Velasco Lόpez
    La mitología griega: lenguaje de dioses y hombres
    Madrid 2012, 811 pp. (767 pp. + 40 tav. genealogiche)
    Recensione di 
    Nicola Serafini
    Università di Urbino

    Per chi si occupa abitualmente di mitologia greca, quasi certamente l’idea di una nuova, ennesima introduzione al mito potrebbe suscitare qualche perplessità. Di primo acchito, infatti, sorge spontanea una domanda: "Se ne percepiva forse la necessità?". Con ogni probabilità, la risposta sarà negativa: tuttavia, ciò non significa che il risultato non possa stimolare un certo interesse, e magari risultare pure in qualche modo originale, in un campo di studî che peraltro ha visto la fioritura di una bibliografia a dir poco sterminata nel corso degli ultimi decenni.

    Il primo timore, accostandosi a un volume del genere, è quello di "respirare aria già respirata", per riprendere una felice espressione formulata da P. Bernardini[1]. Ciò nonostante, il lavoro compiuto dagli autori dimostra che è ancora possibile affrontare in maniera – in un certo senso – originale dei temi che originali non lo sono piú: la novità del lavoro in questione non sta nei singoli contenuti, ma nel modo in cui sono presentati, e soprattutto nella base teorica e metodologica. Anche in questo senso, non si può affermare che il metodo propugnato sia espressamente innovativo, poiché riprende, mutatis mutandis, dei concetti già presenti da decenni nel panorama degli studî mitologici: pur tuttavia, non si ha l'impressione del "già sentito", e di questo non si può che riconoscerne il merito agli autori.

    Il volume in questione è il risultato della stretta collaborazione fra A. López Eire e H. Velasco López: quest'ultima, dopo la scomparsa del primo nel 2008, si è occupata di rivedere il lavoro nella sua interezza, integrando con note e riferimenti il testo lasciato incompiuto da costui. Il libro è suddiviso in tre parti (Introducción al "mito", pp. 17-83; Los Dioses, pp. 85-382; Los Héroes, pp. 383-689), di cui la prima stesura risale ad A. López Eire per la parte introduttiva e per quella sugli eroi, laddove la co-autrice si è occupata degli dèi: tuttavia, la costante cooperazione dei due, assieme alla profonda revisione finale dell’intero lavoro condotta da H. Velasco López, rendono impossibile isolare il lavoro di ciascuno dei due autori, e il volume ne guadagna in coerenza e organicità.

    A. López Eire passò gli ultimi anni della sua vita riflettendo sul concetto di "mito", sui suoi valori e le sue funzioni, ma anche attorno alle molteplici interpretazioni che di questo sono state elaborate dall’antichità classica ai giorni nostri. Al momento della sua scomparsa aveva già steso numerose pagine sull'argomento: le sue ultime riflessioni sono state quindi raccolte e revisionate da H. Velasco López, che lo ha convertito nella prima parte del volume, quella dedicata alla "Introduzione al mito" (pp. 17-83). Questa è la sezione piú propriamente teorica e metodologica, dalla quale emergono le meditazioni di una vita spesa a studiare il mito greco, e a riflettere su quale fosse l'approccio piú idoneo per comprenderne i significati.

    Tutta questa prima sezione è letteralmente disseminata di definizioni e riflessioni personali dell'A. sul mito greco. Dopo aver affrontato temi imprescindibili per un'analisi del genere, come il rapporto fra il concetto greco di mythos e quello moderno di "mito", o anche la complessa relazione esistente fra logos e mythos, l'A. entra subito nel vivo della questione, affermando che il mito è "puro linguaggio dotato di una forte funzione politico-sociale", vale a dire "linguaggio pragmaticamente impiegato per la interazione umana nella società" (p. 25)[2]. Tale concezione è il Leitmotiv dell'intero libro, e in questa prima parte ritorna in maniera costante e persino quasi martellante, a rimarcare la profonda convinzione dell'A. su quelli che sono i nodi della sua riflessione: da un lato, l'identità del mito come linguaggio (nel senso attribuito al termine dalla Linguistica Pragmatica),[3] dall'altro la sua preminente funzione politico-sociale di contribuire alla coesione sociale e all'integrazione dell'individuo in seno alla comunità di cui fa parte. Il mito è un "atto di parola" (acto de habla, p. 26), un retaggio di discorso trasmesso oralmente di generazione in generazione, con il fine di rinforzare e rinsaldare l'aggregazione sociale dei cittadini: il mito, dunque, è linguaggio; per la precisione, è "linguaggio pragmatico e politico-sociale" (p. 31 e passim).[4]

    Seguono poi alcune pagine (pp. 34-55) dedicate alle principali metodologie utilizzate dagli interpreti moderni per spiegare e studiare il mito, e alla loro confutazione, che assume spesso e volentieri i tratti di un'aperta critica. Partendo dalla Linguistica Comparata di F. M. Müller (1823-1900) e di A. Kuhn (1812-1881), passando per G. Dumézil (1898-1986) e il Comparativismo, lo Strutturalismo e C. Lévi-Strauss (1908-2009), l'A. espone in maniera cursoria le teorie moderne, e si dedica soprattutto a evidenziarne le incongruenze e le carenze. Questa sezione, dedicata soprattutto a un approfondimento teorico e al dibattito metodologico, non solo tralascia le interpretazioni piú recenti (quasi ignorando nomi come quelli di W. Burkert o J.-P. Vernant), ma soprattutto non presenta in maniera organica il pensiero dei singoli studiosi, bensí spesso si occupa direttamente della loro discussione, confidando sulla conoscenza di chi legge. Per questo, tale porzione di testo interesserà senza dubbio gli studiosi di mitologia, ma difficilmente potrà essere utilizzata come manuale da riservare agli studenti, i quali, per quanto riguarda un primo approccio alla storia degli studî mitologici e delle varie correnti, dovranno pertanto rivolgersi altrove.[5]

    Il mito, proprio come il linguaggio - anzi, essendo esso stesso linguaggio – è: "operativo, attivo, dinamico, pragmatico, simbolico e metaforico, poetico e retorico (cioè capace di convertirsi in poesia e discorso retorico), analogico, tropico, psicologico piú che logico, capace di allegoresis o di continuate e prolungate metafore, indifferente al criterio di veracità, e, sopratutto, politico-sociale" (p. 56). L'A. quindi ritorna agli antichi, in particolare a Platone, ricercando nelle testimonianze greche le tracce della funzione politico-sociale del mito: tal esame lo conduce alla conclusione per cui il mito, in quanto linguaggio, è svincolato dai criteri di verosimiglianza e veracità, proprio perché il linguaggio in se medesimo non è né vero né falso. Dunque, per definire il mito, la domanda alla quale occorre rispondere è: "A cosa serve il mito?".

    A questo punto, l’A. si dimostra sensibilmente influenzato dal Funzionalismo e dalle teorie di B. Malinowski (1884-1942), che sono qui applicate allo studio del mito in rapporto al rituale e alla religione greca (pp. 61-75). La teoria funzionalista permette all'A. di sondare nel dettaglio la funzione pragmatica del mito e la sua portata politico-sociale, fornendogli utili basi antropologiche e sociologiche per indagare i meccanismi che regolano la coesione umana all’interno di una comunità. Il mito, secondo l’A., "serve a mantenere le tradizioni e la continuità della cultura tribale, e, allo stesso modo del rito, a mantenere la coesione della tribù" (p. 63). La funzione preminente del mito, dunque, è senza dubbio quella di cementare i legami fra i componenti di una comunità, proprio perché costoro condividono dei miti, allo stesso modo con cui condividono il loro stesso linguaggio. Il rituale, di conseguenza, avrà una funzione analoga, garantendo la coesione sociale di pari passo rispetto al mito: l'aspetto sociale è sempre in opera, proprio perché il mito, essendo linguaggio, è sempre rivolto a un altro, a un interlocutore, cui insegna la vita sociale espressa tradizionalmente dal racconto mitico. L'A. parla proprio di función amalgamadora (p. 67) del mito, che, operando su tutti i piani della società (politico, religioso, istituzionale, economico, etc.), promuove la coesione all'interno della comunità, e che addirittura può anche favorire l’aggregazione delle singole comunità locali in seno a una piú ampia collettività, nella quale gli individui si identificano anche grazie alla condivisione dello stesso patrimonio mitico.

    La seconda (pp. 85-382) e la terza (pp. 383-689) parte del volume sono rispettivamente dedicate alle divinità e agli eroi. Il racconto mitico inizia ovviamente con la Cosmogonia e la Teogonia, per poi seguire un andamento – per così dire – "monografico", in cui a ogni divinità è dedicato un paragrafo dove sono narrati gli episodî mitici più rilevanti relativi alla figura divina in questione. L'esposizione si rivela costantemente avvincente, anche per chi già conosce la materia, mentre qua e là s'incontrano anche dei riferimenti alla realtà piú propriamente religiosa e cultuale, spesso cursorî e poco approfonditi, dunque da prendere con la dovuta cautela.

    L'impianto della terza e ultima parte, dedicata agli eroi, torna nuovamente a caricarsi di argomentazioni teoriche e metodologiche, indagando il culto eroico e le sue valenze, il rapporto fra i miti e i culti eroici, ma anche alcune categorie specifiche di eroi, come ad esempio gli eroi – cosiddetti – "civilizzatori", o ancora quelli "fondatori", passando pure per gli eroi autoctoni. In questa sezione del libro sono affrontati tutti i problemi relativi al culto eroico e alla loro presenza nel mito greco, dalla presunta invasione dorica reinterpretata come "ritorno degli Eraclidi", alla cronologia delle genealogie eroiche, sino al rapporto fra culti eroici locali e panellenismo. Eracle è, ovviamente, il grande protagonista di queste pagine, accanto a Teseo e Perseo, sebbene vi sia spazio anche per Danao e le Danaidi, per i Sette contro Tebe o per antichi eroi eponimi come Argo, fondatori di stirpi regali: l'esposizione non segue un filo "monografico", bensí procede per associazioni e per temi, ma senza comunque divenire caotica, anche grazie all'utile suddivisione in ben trentasei paragrafi, ciascuno dei quali dedicato a una precisa tematica puntualmente specificata dal titolo. Per la natura del testo, la sua densità di contenuti, e soprattutto per la sua estensione considerevole, in questa sede non è possibile approfondire i singoli argomenti e ripercorrere nel dettaglio l’andamento del libro, specialmente di questa terza parte dedicata agli eroi, che si presenta veramente densa di riflessioni e particolarmente articolata e meditata.

    Nel complesso, l'opera può essere considerata una stimolante lettura e una discreta opera di consultazione: manca tuttavia un vero e proprio index locorum, mentre è presente un "Indice degli autori classici" in cui sono annoverati solo i nomi degli autori, ma non le loro opere né i passi, né tantomeno le opere adespote, i lessici o gli scolî, tutti strumenti imprescindibili nell'indagine filologica. Inoltre, nonostante il volume conti ben sei indici (nomi proprî, autori classici, figure mitiche greche, indice analitico, figure e concetti di altre mitologie, toponimi), la rapidità di consultazione è compromessa dalla mancata segnalazione se il lemma occorra nel testo o in nota, e in quest'ultimo caso, il numero della stessa.

    Qualche parola, infine, sulla bibliografia, che appare sicuramente ampia (pp. 691-730) ma sensibilmente datata: solo una parte davvero minima dei titoli risale agli ultimi anni, quando peraltro si è invece vista l'apparizione di opere assai rilevanti in questo campo di studio, a cominciare da un gran numero di monografie dedicate a singole divinità greche. Le pubblicazioni piú recenti sono spesso e volentieri taciute, anche quando trattano temi direttamente inerenti l'argomento del volume, e si notano delle vistose assenze[6]. Ciò limita, e non di poco, la portata di un lavoro introduttivo come quello in questione, che dovrebbe servire come strumento aggiornato di partenza per ulteriori approfondimenti e rimandi: in questo caso, invece, si rinvia a opere ormai superate e rimpiazzate da altre piú recenti, che per contro non sono contemplate in bibliografia.

    Per terminare, di là da queste mancanze, il volume si segnala per la sua estensione nonché per l'ampiezza degli argomenti trattati, e soprattutto per la concezione del mito che lo anima, in cui torna finalmente in primo piano la funzione pragmatica del mito e la sua portata politico-sociale. Il mito, infatti, come la poesia, non può essere in alcun modo disgiunto dalla cultura e dalla società in cui nasce e fiorisce: ecco perché la ripresa della concezione del mito come linguaggio, già teorizzata da C. Lévi-Strauss ma poi gradualmente obliterata - e qui finalmente ricondotta alla sua massima estensione - non può che essere foriera di nuove e stimolanti riflessioni.

     

    Nicola Serafini

    Università di Urbino

    nicola.serafini@me.com

     


    [1] P. Angeli Bernardini, "Come leggere Pindaro: si respira aria respirata", Quad. Urb. n.s. 87, 2007, pp. 171-180.

    [2] Già C. Lévi-Strauss, in un articolo di mezzo secolo fa (il celebre "The Structural Study of Myth", Journ. Amer. Folklore 270, 1955, pp. 428-444), aveva tentato una interpretazione del mito come fenomeno linguistico: l'A. dichiara di accogliere alcune delle conclusioni dello studioso, vale a dire la concezione del mito come sistema di comunicazione sociale comparabile al linguaggio, ma che ciò non è sufficiente. Per l'A. "il mito non è analogo al linguaggio, il mito è linguaggio" (p. 51).

    [3] La Linguistica Pragmatica, è definita dall’A. come "una lingüística ya no histórica ni comparada, una lingüística que concibe el lenguaje como acción en una comunidad político-social, (...) una lingüística, en suma, realista y poco o nada metafísica que parte del principio de que hablar es hacer algo en una comunidad político-social y que cada vez se permite menos el lujo de ser ‘estructural’ o de operar con el 'lenguaje internalizado' (I-language) propuesto por Chomsky" (p. 32).

    [4] Fra le pressoché innumerevoli definizioni fornite dall'A., mi sembra utile riportarne una che a mio avviso permette di farsi una chiara idea sul metodo e sulla concezione di chi le ha scritte: "El mito griego puede definirse, por tanto, como un relato tradicional que, indiferente al criterio de veracidad, comunica juicios, informaciones, avisos y recomandaciones, de enorme valor político-social y de relevancia cultural y pragmática muy notables, acerca de los orígenes del mundo, de la sociedad, de sus instituciones, de los dioses y sus relaciones con los hombres, y, en suma, acerca de todo aquello que situaban en los 'remotos tiempos' los antiguos griegos, todo aquello que ubicaban los antiguos helenos en aquellos 'tiempos fundacionales' que explicaban sus para ellos actuales pero para nosotros pasados tiempos, tenía una utilidad práctica de índole político-social" (p. 31, corss. miei).

    [5] Ad esempio alle pagine, giustamente ormai classiche, di F. Graf, Il mito in Grecia, Roma-Bari 1987 (ed. or. Griechische Mythologie, München - Zürich, 1985), imperdonabilmente non presente in bibliografia. Sullo stesso argomento, da segnalare piú di recente anche S. Saïd, Approches de la mythologie grecque: lectures anciennes et modernes, Paris 20082.

    [6] Fra i tanti titoli che sarebbe stato opportuno segnalare, occorre almeno ricordare alcune recenti monografie dedicate a singole figure divine: ad es. K. Dowden, Zeus, New York 2005; E. Griffiths, Medea, New York 2005; C. Dougherty, Prometheus, New York 2005; R. Seaford, Dionysus, New York 2006 (assieme, ora, a R. Schlesier (ed.), A Different God? Dionysos and Ancient Polytheism, Berlin-Boston 2011); L. Edmunds, Oedipus, New York 2006; D. Jaillard, Configurations d'Hermès. Une 'théogonie' hermaïque, Liège 2007; G. Pironti, Entre ciel et guerre. Figures d’Aphrodite en Grèce ancienne, Liège 2007; D. Ogden, Perseus, New York 2008; S. Deacy, Athena, New York 2008; A. Zografou, Chemins d'Hécate. Portes, routes, carrefours et autres figures de l'entre-deux, Liège 2010; M. S. Cyrino, Aphrodite, New York 2010; E. Stafford, Herakles, New York 2011. Sulle metodologie e le correnti relative agli studî mitologici, indispensabili almeno i già ricordati F. Graf, Il mito in Grecia e S. Saïd, Approches de la mythologie grecque, assieme, ora, al recente W. M. J. van Binsbergen, E. Venbrux (eds.), New Perspectives on Myth, Haarlem 2010. Sugli eroi e il culto eroico, G. Ekroth, The Sacrificial Rituals of Greek Hero-Cults in the Archaic to the Early Hellenistic Periods, Liège 2002. Più in generale, fra i tanti lavori recentemente pubblicati, meriterebbero quantomeno una menzione almeno: J.-P. Aygon, C. Bonnet, C. Noacco (éds.), La Mythologie de l’Antiquité à la Modernité. Appropriation - Adaptation - Détournement, Rennes 2009, e, soprattutto, l’imprescindibile J. N. Bremmer, A. Erskine (eds.), The Gods of Ancient Greece. Identities and Transformations, Edinburgh 2010.