Rec. Sforza a Fumagalli - Guidorizzi

    Immagine: Reliquiario di S. Antonio da Padova Faicchio, Caserta
    Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri e Giulio Guidorizzi
    Corpi gloriosi. Eroi greci e santi cristiani
    Editori Laterza, Roma - Bari 2012
    Recensione di 
    Ilaria Sforza
    Università di Pisa - GRIMM Trieste

     

     

         Come si evince dal titolo, questo saggio, nato dalla collaborazione amichevole tra un antichista e una medievista, verte su un aspetto comune agli eroi greci e ai santi cristiani, il culto che nasce attorno alla sepoltura dei loro corpi gloriosi.

         Sulla figura dell'eroe nell'epica arcaica, protagonista di imprese eccellenti in Omero, e premiato da Zeus con una vita oltre la morte nelle isole dei beati, secondo il mito delle razze di Esiodo (Erga 156-173), gli autori non si soffermano, prestando piuttosto attenzione al culto degli eroi, come annunciano programmaticamente nell'Introduzione, p. 6: "Esiodo sbagliava. In realtà, gli eroi non sono scomparsi né hanno mai cessato di popolare la nostra civiltà", proprio come i santi cristiani, che continuavano, oltre la morte, a compiere miracoli ed erano pertanto destinatari di un culto che si esprimeva talvolta in forme esasperate, p. 8: "Tombe di martiri venivano aperte, i corpi riesumati, smembrati e distribuiti tra le comunità dei fedeli perché ognuna potesse godere della santa presenza nella realtà della carne". In molti casi, addirittura, non vi è stata soluzione di continuità tra i fenomeni affini del culto degli eroi pagani e quello dei santi cristiani: a Padova, nell'ultimo quarto del XIII secolo, la straordinaria scoperta dei resti mortali del presunto Antenore, eroe troiano fondatore della città, avvenne pochi anni dopo la solenne sepoltura di sant'Antonio nella basilica a lui intitolata. Elemento comune a santi ed eroi è, in sostanza, il loro essere "eroi culturali", in virtú delle loro imprese e dei racconti per mezzo dei quali la comunità continua a rievocarne la memoria.

         Queste le premesse. Nei capitoli successivi il parallelismo tra santi ed eroi si snoda attraverso la trattazione di alcuni casi emblematici; in particolare, il capitolo III, Corpo sacro e corpo eroico è dedicato al culto eroico e alla sua continuità nel fenomeno, tanto diffuso in età medievale, della caccia alle reliquie del santo.

         Non è forse casuale che tra i passaggi più riusciti di questo saggio vi sia la descrizione della sepoltura del principe guerriero di Lefkandi, risalente al 1000-950 a. e. v. (pp. 39-40), un aristocratico locale i cui funerali erano stati caratterizzati probabilmente da cerimonie sontuose simili a quelle dedicate ai più insigni tra gli eroi omerici. Resta la scarsezza delle testimonianze archeologiche di un culto eroico in età preomerica, e soprattutto la mancanza, pressoché totale nei poemi omerici, di riferimenti al culto dei morti, tanto che Martin West (Hesiod. Works and Days, edited with Prolegomena and Commentary by M. L. West, Oxford 1978, Excursus I, pp. 370-373) arrivava a ipotizzare una sopravvivenza del termine ἥρως indipendentemente nell'epica omerica per i guerrieri, e in ambito religioso in riferimento ai morti illustri. Già Usener (Die Sintfluthsagen, Bonn 1899, tr. it. a cura di I. Sforza, Brescia 2010, pp. 85-90) si era preoccupato di spiegare le attestazioni epigrafiche di un culto dell' "Eroe", mettendolo in relazione con Eracle, l'eroe per eccellenza il cui nome nella forma Ἡρύκαλος era – a suo avviso – un diminutivo di Ἥρως, inteso come divinità personale.

    Il potenziale, allo stesso tempo temibile e benefico, che veniva attribuito nella Grecia antica al corpo dell'eroe dopo la morte serve a spiegare le tormentate vicende della sepoltura del prescelto, come nel caso di Edipo, p. 58: "Poiché anche il corpo eroico, come quello dei santi, è per sua natura un glorioso corpo sacro, detenerlo significa assicurarsi i poteri che emanano dalla sua tomba, ed ecco perché non di rado essa era collocata ai confini del territorio". Se dunque non sono rari i casi di reliquie di eroi traslate e custodite gelosamente in luoghi sacri – come la spalla d'avorio di Pelope venerata ad Olimpia – la caccia alle reliquie dei santi, "ricercate, inseguite, contese, strappate o comperate, venerate e pericolosamente vicine a essere adorate" (p. 99) assumeva nel Medioevo proporzioni considerevoli.

    Un esempio tra molti di questo fenomeno è offerto da un passo della Vita e miracoli di san Ticone scritta da Giovanni il Misericordioso, patriarca di Alessandria nel VII secolo, dove si racconta della reazione dei fedeli all'esposizione del corpo del santo su una kline nella chiesa di Amatunte, sull'isola di Cipro, dove culti pagani erano praticati ancora all'epoca del santo: "Quindi, dopo che tutta l'adunanza godette della sua vista e del rituale straordinario, sollevandolo ([…] desideravano infatti farlo a pezzi e portare con sé una piccola parte del santo, ovvero ciascuno tutto per la protezione dei propri figli, ma non potevano) lo depongono nel santo sepolcro" (H. Usener, San Ticone, a cura di I. Sforza, Brescia 2007, p. 139). All'accanimento dei fedeli che desiderano appropriarsi almeno di un frammento del corpo del santo, da cui promana un influsso benefico, corrispondono le tormentate vicende dei santi che durante la loro esistenza sottopongono il loro corpo a prove e tormenti che in molti casi culminano con il martirio (cap. IV, Il corpo e il destino del santo).

    Al termine di questo percorso, che ripropone in parallelo le vicende di eroi e di santi, attraverso le peripezie legate al potere, percepito dalla comunità come ambivalente, dei loro resti mortali, due personaggi assai diversi sono messi a confronto (capp. V e VI): Elena, l'eroina del mito greco causa della rovinosa guerra di Troia, e Antonio, il santo che scelse una vita eremitica nel deserto che si concluse a centoquattro anni con il sonno mandato da Dio, privilegio di cui godono solo alcuni eroi particolarmente cari agli dèi, come Cleobi e Bitone, nel mito greco.

    Il merito maggiore di questo volume è senz'altro quello di riaprire, in modo interessante e accessibile anche a un pubblico di non specialisti, un dialogo tra ambiti disciplinari differenti ma che presentano numerosi punti di contatto. Pur senza forzare un confronto metodologicamente insidioso, gli autori sono riusciti a svelare processi e pratiche cultuali che, sviluppandosi in contesti storico-religiosi distinti, la Grecia antica e il cristianesimo medievale, si rivelano tuttavia per molti aspetti affini.

    Ilaria Sforza
    Università di Pisa - GRIMM Trieste