Rec. Testa a Calame Prometeo

    Immagine: Elsie Russel (viv.), Prometheus, 1994
    Claude Calame
    Prométhée généticien
    Édition Les Belles Lettres (collection "Encre marine"), Paris 2010, pp. 204
    Recensione di 
    Alessandro Testa
    Università di Pardubice (Cechia) - GRIMM Trieste

     

     

    In che modo Esiodo ed Eschilo possono essere utili a una decostruzione delle retoriche dei potentati biomedici statunitensi, caratterizzati dall'elaborazione di un nuovo determinismo biologico e dalla capacità di muovere immensi capitali, influire sull'immaginario globale e plasmare leviataniche strutture di potere? In che modo e per quali ragioni è legittimo ritenere il Dott. James D. Watson, uno dei padri della moderna genetica, una sorta di novello Prometeo? Calame pone questi urgenti interrogativi muovendosi dalle preoccupazioni di una prospettiva di studio sinergica e "aperta", cui ci ha da tempo abituati, in cui le istanze interpretative tratte dalla linguistica, dall'antropologia, dagli studi sul mondo greco antico e dalla politologia si rincorrono, intrecciano e completano vicendevolmente.
    Il libro è diviso in diverse parti rese omogenee dai temi trattati, certamente, ma soprattutto dalla necessità di ricomporre all'interno di un unico modello teorico – quello dell'anthropopoiésis – temi e oggetti di studio apparentemente lontani tra loro, deducendone quindi implicazioni legate tanto all'antichità che all'attualità – e con ciò rendendo patente la suggestione quasi paradossale del titolo.

    L'Autore parte da una constatazione: anche se diversamente declinate, le (auto-)rappresentazioni umane tendono sempre alla definizione di una "innata incompletezza" dell'uomo. Nella storia, nella medicina, nel mito, diversi dispositivi culturali vengono mobilitati per far fronte a tale insopprimibile difetto "genetico". In questa prospettiva, Watson diviene una sorta di neo-Prometeo nella misura in cui le parole e le azioni narrate in queste diverse forme, anche se sottoposte a regimi discorsivi e narratologici diversi, portano a una «représentation(s) des procédés par lesquels l'homme se transforme lui-même, en interaction avec son environnement» (p. 20) [1].
    Ma perché poi partire da Prometeo? In effetti, egli è, nel mito greco, il "classico" esempio di eroe culturale fondatore dei tratti culturali pienamente umani. Ma non è il solo. Sono in realtà diverse le figure di Titani che, attraverso le loro significative azioni, operano o costituiscono il tramite per le principali distinzioni su cui si esercitò la mitopoiesi greca: tra uomini e animali, tra uomini e dèi, tra uomini e donne. Nel mito greco, l'uomo è plasmato in rapporto disgiuntivo con animali e dèi e in rapporto congiuntivo (ma comunque di forte distinzione) con la donna. La rappresentazione culturale che ne deriva, e che – principalmente grazie Esiodo – divenne di fatto normativa, è quella di una umanità complessa, ma strutturalmente incompleta.
    La (paleo-)antropologia fisica, la biologia, la neurologia avrebbero negli anni confermato l'intuizione greca. Ripercorrendo brevemente le fila di studi e teorie ormai ben acquisite e incorporate nella scienza occidentale, Calame ci ricorda come l'uomo sia, anche da un punto di vista fisiologico, un essere "incompleto" che, tramite la propria cultura, costruisce il proprio ambiente, il proprio "mondo", ma che costruisce anche se stesso, principalmente sulla base di auto-rappresentazioni.
    La "costruzione dell'uomo" avviene quindi per il tramite di pratiche e processi di carattere sociale e culturale. Come Calame afferma alle pp. 85-87 del suo libro, le bio-scienze e le neuro-scienze certificano ampiamente l'idea che il cervello e il corpo umano siano plasmati dalle esperienze, dalle percezioni, dalle azioni e, quindi, delle pratiche culturali dell'uomo. Di conseguenza, «l'incomplétude positive de l'être humain dite déjà par le Prométhée d'Eschyle ou par le chœur de l'Antigone de Sophocle peut donc être rapprochée, dans les termes de la neurobiologie très naïve et fruste d'un praticien des sciences humaines, de la conception contemporaine de la plasticité du cerveau humain» (p. 85), ma anche della plasticità dei «modes d'expression des gènes» (p. 124).
    L'antropopoièsi rappresenterebbe dunque la costruzione culturale della propria natura, e in questa prospettiva non dimentichiamo che le tecniche della biomedicina sono, in ogni caso, tecniche culturali [2]. In effetti, sembra che il rapporto di interdipendenza tra fattori culturali-ambientali e fattori biologici sia tanto complesso e poco "determinato" che «il devient quasi impossible de distinguer, autant dans le génotype que dans le phénotype, quelle est la parte de l'inné et quelle est celle de l'acquis. "Nature" et "culture" sont en relation d'interaction aussi complexe que réciproque» (p. 129). E ancora : «dans le contexte d'une telle interaction dynamique, les distinctions traditionnelles entre extérieur et intérieur, inné et acquis, nature et culture, corps et esprit sont marquées par la plus grande porosité, pour perdre de leur pertinence» (p. 179) [3].
    Andando al cuore dei problemi, le domande che l'Autore solleva nella seconda metà del libro sono di importanza capitale, ma per ovvie ragioni qui non potrò rintracciare il filo delle sue risposte. Ciò che è certo, è che in questo libro
    a) gli exempla tratti dalla Grecia antica,
    b) un'analisi temprata dei discorsi,
    c) last but not least, il ricorso alle suggestioni dell'antropologia, si rivelano strumenti utilissimi per l'approccio a problemi fino a pochi anni fa insospettabili e apparentemente preclusi alle scienze sociali.
    Da questo punto di vista, il libro di Calame è importante poiché ci spinge ancora una volta a riflettere su quale sia lo spazio di operabilità delle scienze sociali in ambiti – come quelli relativi alle tecnologie biomediche – cosí problematicamente e gravemente legati alla modernità, e in che modo, all'interno di quelle scienze, anche lo studio del mito greco sia utile alla definizione di tale spazio.
    In questa sua ultima fatica, Calame ha inoltre l'occasione di chiudere conti in sospeso e di far giustizia di alcuni concetti purtroppo alquanto diffusi. Dapprima, denunciando le ragioni di una certa retorica legata alla biologia genetica e ai suoi poco filantropici interessi: tanto nelle prime che nelle ultime pagine dell'opera, è aperta la critica all'ottica del profitto "sempre-e-a-tutti-i-costi" tipica del neo-liberismo americano: «Envisagée dans une perspective non plus de l'ophélema, de l'utilité sociale prométhéenne, mais du simple utilitarisme économique, la nouvelle tékhne [genetica] est soumise au processus de la marchandisation généralisée des services de la santé; elle devient ainsi une pure technologie. Espoir et source d'importants profits financiers, à protéger, les technologie du vivant sont insérées dans une autre logique […]: la logique de l'économie du marché. Breveter le vivant, c'est soumettre le vivant et en particulier l'organisme humain aux règles du marché ; dans une sorte de réflexivité économiste, c'est soumettre l'homme lui-même à une marchandisation d'ordre anthropopoiétique!» (p. 155).
    Il peso di un nuovo determinismo genetico e delle sue possibili derive socio-biologiche è puntualmente argomentato da Calame, e del resto anche le metafore piú o meno divulgative – come quelle di "patrimonio genetico", "programma genetico", "libro della vita" – utilizzate nella terminologia delle discipline biomediche sono da lui decostruite e ricondotte alle loro matrici immaginarie e politiche.
    La critica di Calame, tuttavia, non si muove solo sul piano del potere politico, ma anche su quello del sapere scientifico: egli ripercorre infatti alcune marche del pensiero di Heidegger e della sua lettura reificante dell'esperienza prometeica (p. 54 e pp. 63-65). Di Heidegger, Calame denuncia la tendenza alla sovrainterpretazione, gli abusi etimologici «pour son propre profit métaphysique», l'obliterazione della dimensione storica e di ogni preoccupazione di storicizzazione dei dati in favore di una esegesi ontologgizzante di parole e nozioni della cultura greca, esegesi che l'Autore ritiene autoritaria, elitaria e «morbide», parente stretta di una sensibilità filosofica affine a quella dei fascismi [4].
    Di nuovo, poi, nell'ultima parte del libro, l'Autore torna a problemi di cocente attualità, come quelli relativi alla "dichiarazione universale" sulla bioetica dell'UNESCO, di cui egli mostra lucidamente i presupposti ideologici, i colpevoli silenzi, la connivenza, insomma, con il modello politico-economico dominante: quello del neo-capitalismo di stampo anglosassone.
    La comparazione di Calame tra caso greco e caso moderno – con la mediazione della rassegna di casi etnografici e letterari [5] – non è diretta, come egli stesso si cura di precisare (p. 106), ma "obliqua" e resa possibile grazie al già ricordato paradigma operativo (ed euristicamente fecondo) dell'anthropopoiésis. Calame, però, precisa già nell'introduzione come l'uso della comparazione non sia ormai possibile se non per il tramite di quel "triangolo comparativo" che è ormai divenuto un paradigma teorico imprescindibile, paradigma per il quale «la construction des deux objets à comparer ne peut se réaliser que par le moyen d'opérateurs de comparaison» (p. 20), un moyen che garantisca cosí «le caractère décentré et réflexif du regard du sujet comparant» (ibid.). Grazie all'espediente della comparazione, dunque, Calame, può pervenire a conclusioni di ampio respiro: il rifiuto di ammettere l'indeterminatezza e la relativa incompletezza delle nostre conoscenze sarebbe a suo avviso un tale atto di arroganza dell'uomo moderno da trascendere la stessa hybris greca.
    In particolare, Calame individua questa hybris "elevata alla potenza" nella volontà dell'odierno tecnocrate di sostituirsi (idealmente e per continuare la metafora dell'Autore) non solo a Prometeo, ma allo stesso Zeus. Prometeo è sanzionato per il suo atto e sottoposto al volere degli dèi, ma il suo operato mirava a una utilità sociale e culturale ineliminabile e ben comprensibile all'interno del discorso mitico. Quale utilità sociale e culturale, invece, nella prospettiva di un uso delle tecniche di fabbricazione dell'uomo ad appannaggio di pochi e per scopi parecchio opinabili, in quella che Calame definisce l'era dell'«économie capitaliste néolibérale et mondialisée sous-jacente à la post- ou à l'hypermodernité» (p. 180)?
    La conclusione di Calame non potrebbe essere piú condivisibile: per scongiurare l'ipotesi di un bio-utilitarismo dagli effetti disastrosi (si pensi agli oscuri scenari dell'huxleyiano Brave New World …) dovremmo forse imparare a considerare la biotecnologia (e quella genetica in particolare) non solo come una mera tecnologia dai processi e dagli esiti valutabili soltanto attraverso criteri di profitto o di immediata efficacia, ma soprattutto alla stregua di una delle tecniche e delle arti donate agli uomini da Prometeo, e quindi come «un art pratique et interprétatif, avec des effets sociaux et symboliques dont il s'agit de mesurer avec beaucoup d'intelligence le profit et la portée» (p. 188).
    Grazie alla comparazione, grazie alle scienze del linguaggio e all'antropologia, grazie alla intelligente prospettiva di Calame, il mito e la cultura della Grecia antica possono davvero costituire dei riferimenti attuali, ed esser fonte di modelli interpretativi validi e spendibili anche nell'analisi dei tratti culturali piú ambigui e apparentemente esoterici di questa nostra pericolosa modernità.

    Alessandro Testa

    Università di Pardubice (Cechia) - GRIMM Trieste

     

    NOTE

    1. Sull'anthropopoiésis, cfr. almeno C. Calame, M. Kilani (a cura di), La Fabrication de l'humain dans les culture et en anthropologie, Payot, Lausanne 1999.
    2. Per una eccellente introduzione ai problemi dell'antropologia medica e del corpo, cfr. N. Scheper-Hughes, "Embodied Knowledge: Thinking with the Body in Critical Medical Anthropology", in R. Borowsky (a cura di), Assessing Cultural Anthropology, McGraw-Hill, New York 1994, pp. 229-242.
    3. In effetti, le scienze naturali dell'uomo sono sempre piú inclini a considerare il ruolo primario dei fattori socio-culturali nella evoluzione e nella (prei-)storia di Homo Sapiens Sapiens; o, quantomeno, a dar loro il giusto peso e a considerarne l'enorme incidenza e interdipendenza con i fattori naturali e ambientali. Sulla questione cfr. – cito due esempi particolarmente significativi – L. e F. Cavalli Sforza, Chi siamo. La storia della diversità umana, Mondadori, 1993, pp. 295-320 [libro puntuale da un punto di vista delle scienze naturali e tuttavia un po' povero di riferimenti all'antropologia culturale e alle scienze sociali e, in parte, orientato verso un determinismo biologico non del tutto condivisibile] e C. Lévi-Strauss, "Race et culture", in Revue internationale des sciences sociales, 23 (4), 1971, in particolare le pp. 657-660, molto dense riguardo a queste tematiche.
    4. Altri due maestri, Jean-Pierre Vernant e Dario Sabbatucci, hanno in passato esposto argomentazioni molto affini a quelle di Calame riguardo non solo Heidegger ma in generale tutta una certa "tradizione germanica" di leggere, interpretare e ontologizzare determinati aspetti della cultura classica e greca in particolare: cfr. J.-P. Vernant, Entre mythe et politique, Seuil, Paris 1996, pp. 425-426 e D. Sabbatucci, La prospettiva storico-religiosa, Il saggiatore, Milano 1990, 235-236.
    5. In relazione al problema della "fabbricazione dell'uomo" da parte dell'uomo, Calame cita esempi tratti non solo dal mondo greco e dalle società esotiche, ma anche dalla letteratura europea (Frankestein di Shelley, Sandmann di Hoffmann, etc.) prima di arrivare ai casi della biotecnologia (fecondazione artificiale, clonazione, etc.).