Rec. Testa a Dowden Uses

    John William Waterhouse (1891) Ulysses and the Sirens
    Ken Dowden
    The Uses of Greek Mythology
    Rutledge, London-New York 2002 (I ed. 1992)
    Recensione di 
    Alessandro Testa
    GRIMM Trieste

    Capita che ci si ritrovi tra le mani un libro importante ma ormai non piú giovanissimo, un libro non letto in precedenza per un qualche capriccio del proprio destino intellettuale. Capita che si abbia la possibilità, e la fortuna, di poter proporre le proprie riflessioni su tale libro - che, ça va sans dire, è proprio quello che qui si presenta – in una sede a un tempo autorevole e accessibile, tale questa rubrica di letture critiche in-linea del triestino Gruppo di Ricerca sul Mito e la Mitografia. Capita che il recensore rimpianga di non aver letto prima detto libro - vantaggi gliene sarebbero venuti - e che però la sua recensione faccia trasparire la soddisfazione di esser riuscito a colmare, seppure in ritardo, una lacuna altrimenti imperdonabile.

    Il libro di K. Dowden è diviso in 4 parti, seguite da due bibliografie ragionate, e da diversi, utili indici. Queste parti sono: "Attitudes to myth", "Myth and the past", "Myth and religion", "The world of myth".

    Nella prima, Dowden propone una storia della storiografia e delle tradizioni di studio sul mito, assume cioè come oggetto di analisi lo studio del mito (non solo greco) più che il mito stesso (sebbene quest’ultima preoccupazione non sia assente neanche nelle prime pagine). In questo modo, l’autore si riallaccia a una tradizione storiografica e di critica della teoria e della metodologia ormai affermata[1].

    Dowden muove da una definizione della categoria di mito, che egli distingue da altre tipologie narrative (storia, leggenda, fiaba, etc.)[2]. La sua è una nozione insieme critica e operativa che gli permette di discutere di mito senza cacciarsi nell'impasse insieme teorica e (quindi) terminologica costituita dalle ragioni della dibattuta legittimità del ricorso alla categoria a-storica di mito, impasse già chiara a G. Kirk - per il quale "all universal theories of myth are automatically wrong"[3] - e poi approfondita, in tutte le sue implicazioni, nella critica post-moderna, fino alle piú recenti e radicali posizioni - su cui non è d’uopo soffermarsi in questa sede - compendiate da un'affermazione di C. Calame: "pas de mythe comme réalité universelle, pas de mythe comme genre; en un mot, pas d'onthologie du mythe. Mais dans ce cas, pas non plus de mythologie comme science du mythe"[4]. Quella di Dowden è invece una sistematizzazione molto breve e del tutto introduttiva, diversa dalle consimili ma piú articolate, critiche e decostruttive trattazioni di M. Detienne e C. Calame[5]. Per i suoi scopi, Dowden necessita infatti di una nozione operativa di mito greco, o meglio di mitologia greca. Egli propone dunque apertamente di considerare la mitologia greca alla stregua di un corpus relativamente autonomo, riconoscibile, delimitabile. Un sistema formato da parti di diversa forma e natura, un "intertext" (p. 8), "a construct and above all a litteraly construct" (p. 18). La sua posizione è interessante e molto ben argomentata.

    Nella prima parte del libro è presente anche una digressione di storia degli studi che io ritengo tra le piú meritorie dell'intero volume. Si tratta della menzione ad alcuni studiosi italiani di mito greco sulla quale è necessario aprire qui una parentesi, non affatto per ragioni di mero campanilismo intellettuale, ma per correttezza scientifica e giusto credito accademico: le tradizioni di studi italiane, infatti, prime fra tutte quella di storia delle religioni della cosiddetta "scuola di Roma", sono state negli ultimi tre decenni quasi sistematicamente misconosciute nella stampa specialistica in lingua inglese, e ciò a dispetto della qualità e rilevanza delle produzioni di tale corrente di studi, che fino agli anni '80 era invece stata sempre oggetto di debito riconoscimento, specialmente, ma non soltanto, nella letteratura francese e tedesca[6]. In aperta contro-tendenza nei confronti dei suoi colleghi anglofoni, Dowden dedica diverse pagine e numerose citazioni a studiosi italiani (a esempio, egli ricorda l' "Istituto di Studi storico-religiosi at the University of Rome", precisando che "In Greek mythology, one thinks immediately of Brelich and, too slowly, of those whose work has not readily reached the English-speaking market: D. Sabbatucci, G. Piccaluga, M. Massenzio, I. Chirassi-Colombo" (p. 35)[7]. Del resto, già nella prefazione Dowden scrive queste belle parole programmatiche: "Greek mythology is most naturally, though not exclusively, studied by classicists, whose sense of international community is strong. For those who will venture beyond the English language into continental Europe, there are some outstanding works of scholarship to explore" (p. X); il riferimento è chiaramente rivolto alle letterature francese, tedesca e italiana, e forse a quest'ultima in particolare.

    La c.d. "scuola di Parigi" (J.-P. Vernant, P. Vidal-Naquet, M. Detienne) è pure presentata in questo capitolo, cosí come la particolare metodologia di W. Burkert, cui Dowden dà, giustamente, molto credito[8]. W. Burkert è d'altronde, insieme ad A. Brelich, uno dei riferimenti metodologici costanti in Dowden (Burkert e Brelich sono i due studiosi piú citati nel libro), anche per ragioni di convergenza tematica: il rapporto tra mito e rito e soprattutto le componenti iniziatiche residue o funzionali nella Grecia antica sono temi di ricerca comuni ai tre autori.

    Nella seconda parte Dowden introduce i suoi case studies storici, scegliendo di affrontare temi che sono ancora di cocente attualità, come il problema della "verità" del mito e della sua relazione con la storia. Queste preoccupazioni determinano la necessità di rivolgersi tanto a una discussione sulla percezione e funzione dei miti (o meglio di alcuni miti) presso i Greci - secondo un programma di ricerca di cui il saggio di P. Veyne costituisce ancora un riferimento imprescindibile[9] - quanto a una disamina sulle loro origini e il loro sviluppo.

    Il capitolo "Myth and Identity", che chiude la seconda parte, si sarebbe potuto chiamare "Mito e politica", visto il suo approccio corretto alle tematiche, sempre legate alla sfera del potere - che negli ultimi due decenni è balzata in pole position nelle scienze sociali e storiche -, della legittimazione e dell'uso pragmatico e funzionale nella nascita, nell'uso e nella conservazione (o nell'oblio) dei miti.

    In relazione a queste problematiche, va detto che tema importante e in buona parte portante dell'intero libro è proprio il rapporto tra il mito e le località per cui esso era significativo e alla cui identità era funzionale. L'attenzione particolare per i miti legati a sepolture e monumenti, per quelli di autoctonia ed eponimia oppure concernenti altre forme di rappresentazione spaziale è primaria tanto nel capitolo "Myth and Identity" che in "The world of myth". La contestualizzazione storica che ne risulta diventa spesso, nel libro di Dowden, del tutto programmatica (cfr. le pp. 38, 95, 106, 118 e 121, 133, 169-170): Dowden non manca di ricordare che il mito è sempre contestualizzato e situato, cioè riguarda sempre, e forse prima di tutto, un determinato luogo. La geografia è oggetto di mitopoiesi al pari dell’immaginazione del passato. Come la storia, il racconto mitico dei luoghi serve a situare l'uomo nel suo mondo e a rendere conto di dimensioni come quella delle origini e delle cause per cui la realtà è così com'è (o sembra essere). Scrive Dowden: "Geography was - and is - viewed with no more objectivity than history: the one locates us in space, the other in time. When the definition of our view of ourselves takes precedence over accurate reporting of other places and times, we have opened the door to myth" (p. 133).

    Trovo che questa scelta di metodo sia del tutto corretta e condivisibile: anziché proporre, come molti altri manuali facevano e fanno, la solita galleria di racconti e personaggi mitici, come se esistessero in una dimensione atemporale o comunque decontestualizzata, Dowden, quando possibile e utile ai fini di una migliore comprensione di ciò che il mito greco fu, radica i racconti e le loro ragioni alla realtà effettiva della loro funzione, al presente della loro esistenza, alle condizioni storiche del loro sviluppo e della loro fruizione. In ciò, il suo approccio può esser ritenuto del tutto storicamente fondato, sebbene orientato da sensibilità e suggestioni metodologiche anche diverse da quelle dello storicismo.

    La porzione piú rilevante della terza parte, "Myth and Religion", è dedicata al tema delle relazioni tra rito e mito, in particolare tra alcuni riti di iniziazione e alcune narrazioni mitiche (si tratta di uno degli argomenti di cui Dowden è specialista). Convincente ma stringata, ben equilibrata tra l'esigenza di riportare fonti originali e quella di dar conto, seppur limitatamente, delle fonti di seconda mano, la lunga digressione sulle iniziazioni giovanili greche è un altro centro messo a segno nel libro. Tra le altre cose, Dowden evita di entrare nel terreno paludoso e infido delle affermazioni categoriche, e alla prevedibile domanda del lettore su quale sia la dimensione prioritaria, nella relazione storica tra rito e mito (cioè se sia il primo a dipendere dal secondo o viceversa), Dowden risponde, a mio avviso correttamente, affermando che la domanda è semplicemente mal posta, e che una ideale risposta non potrebbe che portare a un'affermazione di interdipendenza tra le due dimensioni dell’esperienza religiosa, almeno nel caso greco (pp. 102-105)[10].

    Unica nota negativa di questo capitolo è quella riguardante il tema, che avrebbe di certo meritato maggiore attenzione, della dimensione performativa del mito nella religione greca. Mi riferisco, in particolare, al ruolo e alla natura mitica della tragedia - una occorrenza religiosa e rituale e insieme narrativa e performativa - oppure al valore fondante di alcuni miti in rapporto alla religione olimpico-esiodea (penso, su tutti, alla Teogonia di Esiodo) o alle "eterodossie", come quella dei mistici (penso ai "miti orfici"), oppure, ancora, alla tematica, correlata alla precedente, del ruolo primario del mito nell’elaborazione di quella parte così rilevante della religione greca che è il sacrificio. Venti pagine in piú dedicate a questi importanti argomenti non avrebbero stravolto l’impianto del libro.

    Come risulta chiaro soprattutto dalla lettura della seconda e della terza parte, il metodo che caratterizza le analisi di Dowden è improntato a un eclettismo metodologico che io reputo decisamente salutare e, ahimè, oggi poco praticato da altri studiosi. Dowden utilizza diverse procedure interpretative, conclusioni e suggestioni metodologiche preoccupandosi poco o punto dell'appartenenza a tale o tal altra tradizione di studio. Dumézil e Lévi-Strauss gli sono utili tanto quanto Burkert o Brelich: a decidere è solo la maggiore o minore utilità e applicabilità di questa o quell'altra teoria o proposta interpretativa, non altre ragioni piú o meno scientificamente fondate. D'altronde, anche in casi di interpretazioni apertamente discordanti, Dowden si mostra sempre ragionevole e, per cosí dire, conciliante, sebbene non manchi di ricordare piú volte, tanto tra le righe che apertamente, che in ultima analisi, nell'interpretazione dei miti greci "fondanti", la valenza eziologica - e quindi, in termini moderni, funzionalistica - sia sempre quella prevalente, e che sia pertanto imprescindibile rimarcare la validità dell'assunto per il quale, nel mito greco, ci sono "different approaches but the same destination: establishment of the order of the world in which we live" (p. 96).

    Nella quarta parte, si analizzano in un primo momento argomenti come il ruolo delle figure mitiche, le loro funzioni e le loro relazioni con la realtà storica in cui vennero in essere; successivamente, il rapporto tra miti e società, cioè il loro ruolo nella rappresentazione e nella legittimazione (o deligittimazione) ideologica di aspetti legati alla sfera politica, etnica e sessuale del mondo greco antico.

    Chiude il libro una breve ma puntualissima conclusione su ciò che il mito greco è ("what Greek myth is": Dowden intelligentemente evita il tempo passato, storicamente forse piú corretto, ma che avrebbe cassato la dimensione di rilettura, reinterpretazione e rifunzionalizzazione cui il mito greco è andato incontro, a svariati scopi, dalla fine dell'antichità ai tempi moderni).

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    Per concludere, il libro di Dowden è un saggio che mostra grande sensibilità teorica, rispetto e ponderazione dei metodi e delle riflessioni di altri indirizzi, ottima conoscenza delle fonti e della letteratura secondaria. Unica eccezione - peraltro giustificabilissima - alla tendenza al rispetto, piuttosto che alla critica o al rifiuto netto, per altri metodi, è un certo dichiarato scetticismo - quando non vera e propria ironia - nei confronti degli approcci di matrice psicologico-psicanalitica allo studio del mito greco (scetticismo dichiarato, in particolare, alle pp. 30-33 e 38 e 88-89). In ciò facendo, Dowden si situa nella categoria di studiosi, categoria ahimè molto poco popolata, i quali, invece di aggirare o ignorare del tutto il problema del confronto con tali approcci, hanno apertamente e criticamente rifiutato le interpretazioni irrazionalistiche e psicologistiche del mito greco e di altri fatti culturali del passato (passato quasi sempre, e non a caso, antico)[11]. Inoltre, Dowden rifiuta, e di nuovo a ragione, anche le facili spiegazioni evemeristiche - che sono lungi dall'esser un'obsoleta memoria delle interpretazioni di un passato remoto - e l'attitudine, ancora piú pericolosa, a utilizzare i racconti mitici per ricostruzioni storiche o addirittura come fonti[12].

    Un altro merito di Dowden è di essere sempre chiaro e convincente anche nell'affrontare temi "spinosi" come il rapporto tra analisi strutturale e mito greco, tra modelli culturali greci e modelli indo-europei, tra mito e preistoria, mito e storia, mito e rito. La sinergia tra chiarezza espositiva, conoscenza delle fonti e della letteratura e correttezza interpretativa costituisce una delle caratteristiche che determinano l'eccellenza del suo manuale. E in effetti paragrafi come "The cultural prevalence of myth" (pp. 52-53), "Arguing with myth" (pp. 89-92), "Conclusion: what Greek myth is" (pp. 169-171) sono dei piccoli capolavori di stile divulgativo, coerenza teorica e ponderatezza metodologica.

    Il libro è ben scritto, alleggerito da una buona dose di ironia e caratterizzato spesso da uno stile del tutto informale, costellato di espressioni idiomatiche a volte decisamente poco accademiche: ad esempio, per spiegare il ruolo marginale di Pan nella teologia greca classica, Dowden scrive che "he is a Citroën 2CV amongst gods" [p. 126] mentre altrove definisce i centauri e i satiri "mistakes with the Lego set" [p. 133)]. Tuttavia, quello di Dowden non è di certo un libro per principianti, e presuppone anzi una certa familiarità con la cultura classica e gli studi di storia delle religioni. Ciononostante, credo di poter affermare, tanto in qualità di recente studente che di neo-ricercatore, che si tratta di uno dei piú godibili manuali introduttivi alla mitologia greca per studenti universitari che io abbia mai letto. Una guida al mito greco di certo tra le migliori in circolazione e che andrebbe tradotta in Italiano e somministrata agli studenti di cose antiche.

     

    Alessandro Testa

    GRIMM - Trieste

     


    [1] Cfr. M. Detienne, L’invention de la mythologie, Gallimard, Paris 1981, G. Casadio, "Mythos vs mito", in Minerva, n. 22, 2009, pp. 41-63, W. Burkert, Structure and History in Greek Mythology and Ritual, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London 1979, pp. 1-34, la prima parte di F. Graf, Grieschische Mythologie. Eine Einführung, Artemis, München-Zürich, 1985; B. Lincoln, Theorizing Myth. Narrative, Ideology and Scholaship, University of Chicago Press, Chicago-London, R. A. Segal, Myth. A very Short Introduction, Oxford University Press, Oxford 2004, J.-P. Vernant, Mito e società nell’antica Grecia, Torino, Einaudi 2007 (tr. it. di Mythe et société en Grèce ancienne, Maspero, Paris, 1974), pp. 193-250; cfr. anche gli studi citati in nota n. 3.

    [2] La breve classificazione (pp. 5-7) ricorda quella di W. Bascom proposta in "The Form of Folklore: Prose Narratives", in Journal of American Folklore, n. 78, 1965, pp. 3-20, saggio che però non è citato da Dowden.

    [3] Kirk G. S., "Methodological reflections on the myths of Heracles", in B. Gentili, G. Paioni (a cura di), Il mito greco: Atti del convegno internazionale (Urbino 7-12 maggio 1973), Edizioni dell'Ateneo & Bizzarri, Urbino, pp. 285-299.

    [4] C. Calame, Mythe et histoire dans l’antiquité grecque. La création symbolique d’une colonie, Les Belles Lettres, Paris 2011 (I ed. 1996), p. 76. La stessa posizione è argomentata anche in altri scritti dello stesso autore, a esempio in C. Calame, "Du mythos des anciens Grecs au mythe des anthropologues", in Europe, n. 904-905, 2004, p. 3-37 e in C. Calame, A. Testa, Un entretien avec Claude Calame in A. Testa, Miti antichi e moderne mitologie. Saggi di storia delle religioni e storia degli studi sul mondo antico, Aracne, Roma, 2010, pp. 407-417. Per una lettura critica e un approfondimento sulla particolare prospettiva di Calame, a oggi una delle piú aggiornate - e radicali - sulla questione dello statuto della categoria comparativa di "mito", cfr. A. Testa, "Prospettive antropologiche fra mito e storia nella Grecia classica. Riflessioni su Mythe et histoire dans l’antiquité grecque. La création symbolique d’une colonie di C. Calame", in Rivista di Diritto Ellenico, 2012 (2), pp. 415-419. Si tratta di una prospettiva che di fatto vanifica la categoria di mito, e che si presta anche ad alcune riserve, alcune delle quali esposte nella lettura critica dello scrivente appena ricordata. Fortemente scettico nei confronti delle conclusioni di Calame è G. Casadio, sulla base di argomenti che fanno riflettere (cfr. G. Casadio, "Mythos vs Mito" citato in nota n. 1).

    [5] Mi riferisco alla prima parte di M. Detienne, L’invention de la mythologie (citato in nota n. 1) e al libro di Calame, Mythe et histoire dans l’antiquité grecque, citato nella nota precedente.

    [6] L'esempio piú scandaloso di tale ingiustificata e irricevibile obliterazione scientifica è il recente volumetto introduttivo di R. Segal (Myth. A very Short Introduction, citato in nota n. 1), che mi è sembrato doveroso denunciare, portando diversi argomenti a sfavore dell'autore, in una lettura critica apparsa proprio su queste stesse pagine elettroniche (http://www2.units.it/grmito/recensioni/rec_testa_Segal.html). Diversi anni fa lamentavo una simile lacuna nei compendi di antropologia delle religioni, disciplina a cui pure diversi studiosi italiani, non ultimi gli stessi storici delle religioni, hanno dato contributi rilevanti (su questa ulteriore lacuna, cfr. la prima pagina e la nota n. 2 del mio "Le destin tylorien. Considérations inactuelles sur la 'réalité' de la magie". In Ethnographiques.org. Revue en ligne de sciences humaines et sociales, n. 21, 2010). Questa curiosa forma di marginalizzazione della letteratura scientifica italiana nel campo delle scienze storiche e antropologiche non manca di interpellare (e preoccupare). Le sue ragioni meriterebbero di essere indagate piú approfonditamente.

    [7] Nel suo libro, Dowden cita sovente diversi lavori di A. Brelich. Il libro Gli eroi greci: un problema storico-religioso (Edizioni dell’Ateneo, Roma 1958) in particolare, vi gode di particolare credito, tanto da esser considerato uno studio esemplare (p. 149), conclusione d'altronde del tutto condivisibile. Meno condivisibile, invece, è ritenere i libri di Brelich "the major works of the school of Rome" (p. 181), sentenza che probabilmente oggi solleverebbe piú perplessità che vent'anni fa. Libri di Brelich a parte, nella bibliografia di Dowden è presente anche un libro poco conosciuto al di fuori della cerchia di Roma ma decisamente meritevole di esser ricordato: Lykaon: un temo [sic] mitico di G. Piccaluga (Lykaon: un tema mitico, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1968).

    [8] Importante momento di incontro tra queste tradizioni di studio sul mito greco fu un convegno realizzato nel 1973 e i cui contributi, spesso di taglio apertamente metodologico-programmatico, confluirono in un libro molto interessante ma purtroppo oggi pressoché dimenticato: B. Gentili e G. Paioni (a cura di), Il mito greco (citato in nota n. 3). Sulla scuola di Roma e sulla scuola di Parigi, cfr. il saggio dello scrivente "Discorso sul mito. Il mito greco interpretato dagli storici delle religioni italiani e dagli storici-antropologi francesi", in A. Testa, Miti antichi e moderne mitologie (citato in nota n. 4), pp. 109-385 (in particolare, per un riscontro comparativo tra le procedure interpretative delle due correnti di studio, le pp. 119-138). Per il metodo di A. Brelich, cfr. ivi, pp. 138-173; per quello di W. Burkert - in particolare del Burkert di Structure and History in Greek Mythology and Ritual (University of California Press, Berkeley-Los Angeles 1979) -, pp. 276-289.

    [9] Mi riferisco a P. Veyne, Les Grecs ont-ils cru à leurs mythes?, Seuil, Paris 1983.

    [10] Va però notato che, sorprendentemente, Dowden non cita neanche una volta il primo libro a introdurre l’approccio per il quale anche lui, in fondo, opta (sebbene tale libro fosse in realtà dedicato al rapporto tra fiabe e riti di iniziazione): V. Propp, Le radici storiche dei racconti di fate, Bollati Boringhieri, Torino 1985 (tr. it. di Istoričeskie korni volšebnoj skazki, Leningrad 1946). Tale mancanza è tanto piú sorprendente se si considera che invece, altrove, Propp è citato e utilizzato (p. 147-149 e 183), sebbene per altre questioni e in relazione al suo più celebre lavoro: Morfologia della fiaba, Einaudi, Torino 2000 (tr. it. di Morfologia skazki, Leningrad 1928).

    [11] Su questo punto, la controparte ideale di Dowden è senza dubbio il già ricordato R. A. Segal. Il primo studio apertamente demistificante nei confronti dell'applicazione - e dell'uso - della psicologia freudiana è, a suo modo, un piccolo capolavoro: si tratta dell'articolo di J-P. Vernant "Oedipe sans complexe", in J.-P. Vernant, P. Vidal-Naquet, Mythe et tragédie en Grèce ancienne, La découverte, Paris, 1972, pp. 75-98. Quanto alla psicologia junghiana, la letteratura critica sulla piú elaborata, ma altrettanto astorica ipotesi degli "archetipi" nelle mitologie e in particolare nella mitologia greca è molto vasta e ormai ben assimilata dalle scienze storiche e antropologiche. Diverse rilessioni su questa problematica, che riguarda un intero modo, insieme teoretico e metodologico, di abbordare lo studio della mitologia greca, sono presenti anche nella mia lettura critica alla recente riedizione di H. Usener, Le storie del diluvio, Morcelliana, Brescia 2010 (http://www2.units.it/grmito/recensioni/rec_testa_Usener.html) e in quella, già citata, al manuale di Segal (http://www2.units.it/grmito/recensioni/rec_testa_Segal.html).

    [12] Discutere questo aspetto richiederebbe una lunga digressione metodologica sull’utilizzabilità (o meglio sulla non-utilizzabilità) del mito come fonte storica, digressione che ovviamente non è il caso di proporre in questa sede. La questione è però ampiamente discussa, grazie al ricorso alla non povera letteratura di riferimento, in un mio recente contributo, a cui rimando: A. Testa, "Verità del mito e verità della storia. Una critica storico-religiosa a recenti ipotesi sui primordia di Roma", in Mediterranea. Quaderni annuali dell’Istituto di Studi sulle Civiltà italiche e del Mediterraneo antico del Consiglio Nazionale delle Ricerche, n. 9, 2012, pp. 195-231 (cfr., in particolare, le pp. 196-205).