Rec. di A. Testa a K. Dowden, Il paganesimo in Europa. Riti e culti dall'antichità al medioevo

    Peter Nicolai Arbo, Åsgårdsreien (particolare), 1872
    Ken Dowden
    Il paganesimo in Europa. Riti e culti dall'antichità al medioevo
    E.C.I.G., Genova 2008 (traduzione italiana di European Paganism. The Realities of Cult from Antiquity to the Middle Ages, Routledge, London 2000)
    Recensione di 
    Alessandro Testa
    Università di Pardubice (Rep. Ceca) ; GRiMM

     

     

     

     

     

     

    Ken Dowden è full professor di studi classici presso l'Università di Birmingham. L'intento di questa sua opera è in prevalenza divulgativo, nonostante la mole della stessa, i ricchi apparati di citazioni e l'ampia bibliografia. Pertanto, visto il suo carattere riepilogativo, essa si rivolge tanto agli specialisti che al pubblico colto o comunque non digiuno di cose dell'antichità.

    Il libro prende le mosse dalla considerazione di alcune tendenze generali che accomunano le religioni pagane: la priorità del rito sulla fede; la relativa tolleranza - quando non il rispetto e l'ossequio - tra i diversi culti, e persino, talvolta, la loro apertura al sincretismo. Con l'espressione "paganesimo" Dowden indica e classifica le esperienze religiose pre-cristiane, o quelle che, anche durante lo sviluppo e il trionfo del Cristianesimo, costituirono un polo di opposizione a quest'ultimo (e del resto la categoria stessa di paganesimo non ha senso al di fuori di uno schema concettuale cristiano-centrico[1]). Una delle conseguenze di questa scelta metodologica è che la trattazione si incentra, sin dalle prime pagine, piú sul paganesimo per come è riconoscibile a partire dal cristianesimo e dall'antichità tarda (o persino dall'alto medioevo) che sulla sua configurazione prettamente arcaica e antica, o comunque del tutto pre-cristiana. Piú sugli elementi comuni che vengono individuati già dagli autori cristiani durante il processo di decadenza del mondo antico, che sulle caratteristiche peculiari delle religioni antiche e in particolare classiche[2].

    Un'altra particolare scelta dell'autore, piú o meno condivisibile a seconda delle priorità e preferenze metodologiche del lettore, è quella di concentrarsi su questioni, temi e tendenze che accomunano i culti e le religioni che siamo soliti collocare sotto la categoria "paganesimo", piuttosto che su civiltà, culti e religioni specifiche. Vedremo in seguito in che modo questa scelta ha determinato la configurazione e il tipo di contenuti dell'opera. Sono esclusi dalla trattazione, e comprensibilmente, i nuovi movimenti religiosi che si richiamano al paganesimo, cioè il cosiddetto neopaganesimo, o meglio, la multiforme galassia dei neopaganesimi. Sono escluse anche le filosofie neoplatoniche e le spiritualità incentrate su speculazioni filosofiche piú che su esperienze propriamente cultuali e collettivamente riconosciute.

    Il discrimine geografico è ovviamente meno problematico, almeno apparentemente, visto che la trattazione si concentra esclusivamente su culti dell'area geografica europea e di popoli di lingua indo-europea (nonostante non manchino accenni alle compagini ugro-finniche e anche vicino-orientali).

    Altro aspetto introduttivo e propedeutico alla lettura è la messa in guardia dal voler ricercare una "mistica dell'Europa" nella sua opera (p. 8), sebbene, in fin dei conti, egli difenda l'idea di una identità culturale e religiosa unitaria, quantunque sfaccettata, dell'Europa, idea che in effetti non può che costituire un assunto basilare per un libro cosí concepito e cosí titolato.

    Non è un caso che il primo testo citato nel libro di Dowden sia un altro libro sul paganesimo europeo: A History of Pagan Europe di P. Jones, N. Pennick[3]. Si tratta in effetti di un'opera molto simile, il cui scopo è quello di introdurre il lettore non esperto al vasto mondo della religiosità europea antica, in chiave comparativa. Dowden cita il testo di Jones e Pennick per prenderne le distanze (p. 7), cioè per precisare la diversità di intenti che sussiste tra le due opere, cosa che del resto ribadisce anche piú avanti (a p. 22). Ciò, tuttavia, non gli impedisce di lodare, altrove, il testo dei suoi colleghi britannici: a esempio a p. 32, dove la loro è ritenuta una "utile opera di sintesi". È necessario spendere qualche parola al riguardo.

    A History of Pagan Europe è in effetti un'opera utile, a tratti fascinosa, ma purtroppo viziata alla base dalle concezioni religiose dei suoi autori, i quali, in quanto figure di neopagani pubblicamente e attivisticamente impegnati, gettano un'ombra di inaffidabilità e parzialità sulla loro stessa opera. Infatti, non solo è ovvio che le concezioni religiose di Jones e Pennick non possano non aver influenzato anche le loro interpretazioni, ma ciò è anche facilmente appurabile leggendo la loro opera[4]. L'agnosticismo metodologico è, o dovrebbe essere, una conditio sine qua non del mestiere di storico delle religioni[5]. A ogni modo, anche Dowden, piú avanti nel suo libro, spende qualche parola per criticare la visione romanticheggiante e religiosamente determinata che i neopagani hanno del paganesimo (sebbene non critichi mai da quest'angolatura il libro di Jones e Pennick); anche Dowden, come lo scrivente, ritiene quella neopagana una vera e propria "mitologia" che fonda un immaginario, un modo di essere al mondo e una concezione del passato e dei propri (presunti) antenati spirituali; anche Dowden mette in guardia a piú riprese dal "pericolo di attribuire agli antichi pagani una concezione romantica della natura" (p. 128), preferendo risolvere la questione della scelta di particolari località indubbiamente e particolarmente suggestive come luoghi di culti ricorrendo a un piú generico - ma teoricamente comunque non meno problematico - "senso del sacro" (ibid.).

     

    I contenuti del libro di Dowden sono vasti ed eterogenei, sebbene tenuti insieme, in modo convincente, dal ricorso a sezioni tematiche e paragrafi su aspetti anche molto specifici dei culti pagani. Tale impostazione è chiaramente determinata dal ricorso costante alla comparazione, vero principio metodologico basilare dell'intera opera. A esempio, il capitolo secondo, dedicato alle geografie e topografie sacre dei pagani, individua, per induzione dai dati storici, alcuni principi e coordinate rituali e cultuali che permettono di operare delle generalizzazioni (ed esemplificazioni) utili, a loro volta, a individuare tendenze comparativamente significative e accertabili della religiosità dei pagani, e ad evidenziarne - e spiegarne - eventuali divergenze o eccezioni.

    Numerose le pagine dedicate ai culti delle acque e delle sorgenti, senza alcun dubbio pan-europei e probabilmente tramandati attraverso il comune retaggio religioso indo-europeo, e malgrado le differenze spesso sostanziali, nelle forme e tipologie cultuali. Ancora piú numerose le pagine sugli alberi e sui boschi ritenuti sacri (pp. 105-120, 138-177 e 393-398 - una predilezione, quella dell'interesse per i boschi sacri, ammessa dallo stesso autore a p. 415).

    Piú spesso orientata verso analogie, similitudini e "arie di famiglia", talvolta la comparazione dell'autore risulta invece del tutto differenziale. Un esempio: dato il tema "venerazione degli - o presso gli - alberi", e data la grande varietà delle relative manifestazioni presso le diverse civiltà europee, Dowden, dopo aver mostrato la grande ricchezza delle declinazioni di questo tipo rituale, riconducibile al (presunto) comune denominatore antico della sacralità dell'albero, si sofferma sulle differenze, anche radicali, concernenti i culti arborei, tra Scandinavi e Romani (p. 114). Altrettanto differenziale è il tipo di comparazione relativo alle figure sacerdotali, al punto che l'autore è costretto ad affermare che, sebbene la sua opera "non sarebbe stata possibile se nel paganesimo europeo non fosse esistita una certa uniformità per quanto riguarda luoghi di culto, rituali, sacrifici e cosí via, questo metodo entra nettamente in crisi quando si va a trattare dei sacerdoti" (p. 317).

    Questo metodo, tuttavia, non permette sempre all'autore di reperire dei "minimi comuni denominatori" storici. Né la comparazione è sempre d'aiuto per quanto concerne il problema delle origini. Su questa dimensione il testo di Dowden suscita qualche perplessità: è opinabile che gli altari dei templi classici rappresentassero delle pietre sacre e che come tali fossero utilizzati (p. 64 e passim) oppure che le colonne dei templi richiamassero gli alberi sacri (p. 142 e passim), oppure, ancora, che "le statue si svilupparono a partire dagli alberi e dalle pietre" oggetti di culto (p. 174 e passim). Tali ipotesi genealogiche non sono mai state del tutto accettate, tant'è che esse si ritrovano molto raramente sia nei manuali che nelle monografie.

     

    Se volessimo fare un ulteriore appunto a questo pur appassionante volume, potremmo sottolineare una lacuna importante: pochissimo spazio è dedicato ai culti dei popoli dell'Italia pre-romana, cioè dei popoli italici non latini e degli Etruschi, che pure hanno lasciato numerose e significative testimonianze dei loro sistemi religiosi. Ciò sorprende soprattutto se si considera che, al contrario, lo spazio dedicato ai culti dei popoli dell'Europa continentale non-latina, in alcuni casi peggio documentati che quelli degli Italici e degli Etruschi (agli Etruschi, in particolare, forse a causa delle loro origini oscure o per il "mancato incontro" con i Cristiani, non è dedicata nessuna menzione significativa). Questa sproporzione è forse spiegabile con la volontà, cui si è già accennato, di concentrarsi su un paganesimo piuttosto tardo (relativamente parlando), e in special modo sul paganesimo durante e dopo l'avvento dei "barbari" e del Cristianesimo. Quale che ne sia il motivo, quella dell'autore rimane una scelta problematica, che nel libro produce altri esiti discutibili: per esempio, a p. 36 Dowden cita le tavole Iguvine umbre[6], ma trascura un'iscrizione di eguale importanza, cioè la tavola bronzea detta "osca" o "di Agnone", documento di estrema importanza, nonché uno dei pochissimi testi pervenuti nella loro interezza, riguardanti il culto della compagine italica piú popolosa e rilevante dopo quella latina: quella osca (osco-umbra e osco-sannitica)[7].

    Il tempio piú importante non solo dei Sanniti - popolazione fieramente anti-romana e unica vera oppositrice, per secoli, all'egemonia latina sulla penisola - ma probabilmente dell'intera compagine italica non-latina si trova a Pietrabbondante, nell'attuale Molise, a pochi km dal luogo di rinvenimento della summenzionata tavola osca. Si tratta di un tempio a tre celle, unico nel suo genere per posizione e per funzione all'interno del santuario di cui era parte integrante[8]. Il tempio maggiore di Pietrabbondante, pur essendo per molti aspetti un unicum, rappresenta, allo stesso tempo, una delle possibili formule templari antiche, per giunta connessa a una "impostazione" teologica - determinante la configurazione formale - di maggiore profondità storica. Ciononostante, nel paragrafo "Le forme dei templi" (pp. 186-192) Dowden non ricorda e non dedica alcuno spazio alla struttura templare a tre celle, che pure fu una delle piú importanti dell'architettura antica. Il tempio a tre celle fu infatti diffuso tanto a Roma che in altri contesti italici, ma è attestato anche nel mondo greco e perfino in quello anglosassone (lo stesso Dowden ne cita un esempio britannico, a p. 214), oltreché, com'è ben noto, in Scandinavia, a Uppsala per la precisione, nell'attuale Svezia, dove un maestoso tempio, distrutto nell'XI secolo e oggi del tutto scomparso, fu l'ultima dimora della triade divina scandinava. Al di là dell'aspetto prettamente architettonico, la questione ha rilevanti implicazioni in relazione alla teoria duméziliana della tripartizione indo-europea (che fu anche teologica, donde l'importanza delle tre celle) e, quindi, per il suo poter costituire un ulteriore elemento accomunante la religiosità degli antichi europei. E la ricerca di questi elementi è esattamente lo scopo del libro di Dowden. Perché allora l'autore non ha colto questa occasione per portare un ulteriore argomento alla sua posizione? Che si sia trattato di una semplice svista? Una riposta potrebbe essere che in realtà la questione è stata volutamente trascurata. In effetti, le lacune di cui si è parlato nelle ultime righe, quella relativa alla religiosità dei popoli italici precedenti alla colonizzazione romana e quella relativa alla struttura templare a tre celle, sono entrambe legate al piú radicale problema del cosiddetto trifunzionalismo indo-europeo, teoria sviluppata principalmente dallo storico francese G. Dumézil e che, quantunque spesso evocata nel libro che qui si discute, non vi è mai discussa approfonditamente. È necessario spendere qualche altra riga su questo argomento.

     

    Il libro è ricco di raffronti tra le diverse lingue europee antiche. Frequentissime sono inoltre le indicazioni sulle radici indo-europee di termini significativi in relazione al culto e alla sfera religiosa in genere. Per di piú, l'autore sembra esser convinto della bontà delle ipotesi sulla comune origine - non solo linguistica - della cultura - e quindi di una gens - indo-europea, tanto che egli, con un lapsus significativo e parzialmente in contraddizione con lo stesso assunto che governa la circoscrizione dell'ambito geo-culturale e temporale della sua ricerca, parla almeno in un'occasione di "paganesimo indo-europeo" (p. 239), né mancano richiami alla "civilità indo-europea" (p. 246) o addirittura alla "religione indo-europea" (p. 371). Sono fluttuazioni molto significative[9]. In effetti, l'approccio di Dowden alle numerose e complesse problematiche legate all'Indo-europeistica non è sempre chiaro, anche se ciò non è certamente casuale e sembra risultare, invece, da una precisa scelta di metodo e da una sospensione del giudizio su alcune di queste problematiche. Diverse volte però tale mancanza di chiarezza o scelta di sospensione del giudizio determina quelle che appaiono come vere e proprie contraddizioni: Dowden evoca molto spesso le lingue indo-europee e le loro radici comuni, ma anche, come abbiamo visto, la "civiltà indo-europea" e addirittura a una presunta "religione indo-europea". Ciononostante, egli non si fa sfuggire occasione per esprimere il suo scetticismo nei confronti delle tesi di Georges Dumézil, talvolta con accenti molto critici (a esempio alle pp. 311 e 325). Altrove, egli accetta il modello di matrice mitologica dei cosiddetti gemelli indo-europei (p. 141, p. 342 e p. 351) ma rimane invece del tutto scettico per quanto riguarda i legami tra le triadi divine, come non manca di ribadire. Tanto per citare un caso significativo, a p. 312 sussiste un riferimento apertis verbis alla teologia tripartita che, secondo l'ipotesi duméziliana, avrebbe accomunato una parte sostanziale dei popoli indo-europei; tuttavia Dowden dismette la complessa, articolata e a oggi non del tutto confutata teoria duméziliana, preferendole una spiegazione di ordine mentalistico ben piú semplice: l'autore spiega il fatto che tre dèi maggiori si rinvengono in molte religioni politeistiche antiche, specie quelle appartenenti a società di lingua indo-europea, con questa argomentazione: "è questo il modo in cui le strutture del cervello umano semplificano la proliferazione degli dèi pagani" (ibid.). Eppure, altrove Dowden non esita a far discendere determinate divinità da un antenato divino indo-europeo. Perché alcuni dèi sí e le triadi no? In almeno un altro caso (p. 351), nonostante il suo stesso uso della comparazione indo-europea, specie linguistica, egli ricorda come l'idea di una originale civiltà indo-europea sia contestata e sia oggetto di revisione, sebbene nessuno metta in dubbio la parentela delle lingue indo-europee, e se esiste una lingua proto-indo-europea, deve pur esser esistito qualcuno che l'ha parlata; ma questo argomento non è portato sul tavolo del dibattitto da Dowden[10].

     

    Legate al problema dal retaggio indo-europeo sono anche altre due mancanze del libro di Dowden, le quali, tuttavia, sono dall'autore giustificate sulla base di scelte di metodo: nel libro si parla molto poco di teologie e di mitologie pagane, o di altro genere di racconti tradizionali (miti, leggende, storie sacre, ma anche storie mitiche o miti storici, come nel caso di Roma). Come già detto, infatti, l'opera si concentra principalmente sulle forme generali e comuni dei paganesimi europei, sulle problematiche storiche legate alla ritualità, e sugli aspetti temporali e spaziali dei culti. Le giustificazioni che l'autore adduce per queste mancanze sono spiegate in diversi punti, e specialmente nelle prime pagine e a p. 303. Esse sono comprensibili, ma per alcuni potrebbero risultare difficili da accogliere, visto il titolo e gli intenti del libro. Ciò che è certo, è che la mancata discussione riguardo ai due macro-argomenti teologici e mitologici - di cui comunque Dowden è un esperto, avendo pubblicato importanti studi al riguardo[11]  - preclude all'autore di affrontare il problema del trifunzionalismo europeo a partire dagli elementi piú rilevanti che ne sostengono la teorizzazione: per l'appunto quelli connessi alla comparazione tra gruppi di racconti mitici e leggendari e gruppi di dèi di diverse civiltà di lingua indo-europea.

    Le sole pagine dedicate esclusivamente agli dèi sono le pp. 309-313, poche, ritengo, in un'opera il cui oggetto è pur sempre una galassia di religioni accomunate prima di tutto dal fatto di essere dei politeismi, e quindi di essere caratterizzate da pantheon, "famiglie" di dèi articolate e connesse da sofisticate relazioni storiche. Ritengo che una dozzina di pagine in piú dedicate a una presentazione della problematica del politeismo (indo-)europeo pre-cristiano non avrebbero stravolto l'impianto di un'opera comunque già corposa. Del resto anche i luoghi sacri e i riti, vale a dire i protagonisti indiscussi del libro di Dowden, erano pur sempre legati a divinità, nella maggior parte dei casi.

     

    Gli ultimi capitoli del libro si differenziano dai precedenti. Il capitolo n. 13, titolato "Dalla nascita alla tomba", è l'unico dedicato esclusivamente a una ricostruzione, talvolta altamente ipotetica, delle pratiche rituali private o individuali. Il capitolo evoca, sia nel nome che nella struttura che nei contenuti, il celebre Manuel de folklore français contemporain di van Gennep[12] e risulta in effetti di taglio piú genuinamente etno-storiografico, malgrado la pochezza delle fonti disponibili su questi aspetti piú domestici e per cosí dire intimi dell'esperienza religiosa dell'uomo antico.

    L'ultimo capitolo (e in particolare le sue ultime pagine, piú un post scriptum[13]) è dedicato alla suggestiva e conclusiva ipotesi della ciclica rifondazione dell'ordine, in pressoché tutte le società pagane indo-europee, attraverso la rievocazione - o l'attuazione - di un mitico sacrificio umano, durante una specifica occorrenza calendariale concettualizzabile nei termini di una "grande festa" di fine anno[14]. L'ipotesi di tale sacrificio umano troverebbe conferma, grazie alle fonti, sia a livello di pratica rituale che di racconto mitico - quest'ultimo certamente di origine indo-europea. Queste conclusioni costituiscono uno degli elementi unitari piú forti dell'intera opera e una delle piú esplicite proposte interpretative in una trattazione altrimenti quasi esclusivamente orientata verso la comparazione, la ricapitolazione e la sinossi.

    Non è chiaramente questa la sede per rivedere la questione, estremamente controversa e dibattuta, della presenza, frequenza e rilevanza del sacrificio umano nelle culture europee antiche - specie in quelle non classiche. Una cruda realtà, che lungi dall'essere solo mitica, è anzi ben documentata sia dalle fonti che, in modo certamente piú probatorio, dai dati archeologici (paleoantropologici). Certo è che sia i miti che i dati archeologici sono giustamente evocati dall'autore per sostenere questa sua interpretazione, malgrado altrove nel libro, come già detto, l'archeologia e la mitologia trovino in generale pochissimo spazio. Alla fine del libro, quindi, ritorna e viene valorizzato l'elemento festivo-rituale come componente centrale - e minimo comune denominatore principale - della religiosità degli antichi pagani europei, in una chiave di lettura funzionalistica basata su una considerazione "forte" della dimensione rigenerativa e ri-fondativa delle "grandi feste" pagane nei confronti dei rispettivi ordini culturali. L'impostazione teorica è di chiara matrice eliadiana, impostazione che, per quanto riguarda lo studio delle "grandi feste" nelle religioni antiche, è presente anche in un altro "classico" studioso di politeismo, e insigne comparatista: Angelo Brelich[15] (Eliade e Brelich non sono mai citati nel libro, ma Dowden conosce bene l'opera di entrambi).

     

    Per quanto riguarda gli aspetti stilistici e formali dell'opera, compresi quelli relativi alla traduzione, va detto che, proprio come per un altro libro di Dowden da me recentemente recensito su queste stesse pagine elettroniche[16], l'autore eccelle nell'abilità di riassumere e presentare convincentemente problemi e grappoli di problemi anche molto complessi e articolati, spesso nello spazio di un solo capitolo o addirittura di un solo paragrafo. In diversi casi, le scelte stilistiche sono particolarmente felici: sarebbe superfluo elencare esempi specifici, visto che sono numerosi. Insomma, spesso la lettura di determinati porzioni del testo risulta particolarmente gradevole e appagante. Come anche nell'altro libro che richiamo nella precedente nota, non manca, in a British fashion, l'uso abbondante dell'ironia e un certo gusto per similitudini iperboliche tratte dalla modernità (come quando l'autore compara la centralità e la funzione del focolare domestico antico a quelli dell'attuale televisione [p. 50] oppure quando omaggia Pausania definendolo "un po' la nostra Guide Vert Michelin" [p. 157], oppure ancora quando afferma che "la Grecia aveva una visione thatcheriana della divinazione: era qualcosa che si comprava da consulenti quando se ne aveva bisogno, non esistevano indovini di stato" [p. 348]).

     

    La traduzione è nel suo complesso buona, a tratti molto buona, ma talvolta imprecisa per ciò che riguarda i nomi propri. Né si può evitar di notare che numerosi - in alcuni capitoli numerosissimi - sono i refusi tipografici e altre imperfezioni formali. È un peccato, visto che per il resto il libro si presenta molto bene.

     

    L'apparato iconografico, sicuramente e volutamente marginale nell'economia generale del testo, avrebbe potuto - a mio avviso - esser pensato e realizzato diversamente. Pochissime le immagini di reperti archeologici; rare le fotografie, le tabelle e i diagrammi; del tutto assenti mappe e carte storiche. Abbondano, invece, stampe e disegni ottocenteschi, certamente gradevoli e suggestivi, ma di dubbia verosimiglianza storica e spesso basati su rappresentazioni romanticheggianti che poco hanno di storico e molto di fittizio. Da notare anche la mancanza di didascalie critiche complete di indicazioni sulle immagini scelte, ciò che produce un'idea di "naturalezza" delle immagini, come se queste riproducessero fedelmente - "fotograficamente", si potrebbe dire -  le realtà descritte nel testo.

    La ricchezza delle fonti citate e le ottime traduzioni originali delle stesse (anche se nell'edizione italiana queste diventano traduzioni di traduzioni) sono probabilmente i maggiori punti di forza dell'intera opera.

     

    In conclusione, nella produzione di Ken Dowden Il paganesimo in Europa rappresenta certamente un'opera meno omogenea e piú problematica, ma anche piú audace e di respiro più ampio. Ricca di contenuti e suggestioni, essa lo è anche di questioni che, mi sembra, avrebbero meritato di esser discusse diversamente. Forse poco indicata per il lettore specialista, resta certamente un compendio utile al pubblico colto e agli studenti di storia antica e storia delle religioni.

     

     

    Alessandro Testa, Ph.D.

    GRiMM

    Università di Pardubice

     


    [1] La letteratura critica sull’argomento non è affatto povera. Mi limito a citare le recentissime e interessanti considerazioni sulla nozione di paganesimo in M. Bettini, Elogio del politeismo, Bologna, Il Mulino, 2014, pp. 103-114 e 135-136.

    [2] Questa scelta di metodo è molto evidente nella prima metà del libro, e lo diventa ancora di piú all'inizio della seconda: a p. 215 l'autore scrive che "alcuni di loro [alcuni tra i pagani], come i greci e i romani, ci parlano in prima persona e talvolta ci forniscono anche informazioni su altri popoli pagani. Tuttavia la fonte principale che si dedica specificamente alle attività dei pagani è costituita da chi si proponeva di distruggere, soffocare e reprimere le ultime vestigia del paganesimo [cioè dai Cristiani]". Questo argomento, seppur dotato di una sua coerenza, è a mio avviso fallace. Se, insieme a Dowden, intendiamo l'espressione "paganesimo" come l'insieme delle religioni europee pre-cristiane (o non-cristiane durante il primo sviluppo del Cristianesimo), allora è insostenibile affermare che le religioni dei Greci e dei Latini - cioè le piú "sofisticate" tra quelle pagane - ci siano note principalmente grazie a fonti cristiane. In realtà, esse ci sono note principalmente (e non secondariamente) grazie alle stesse fonti letterarie greche e latine e alle vestigia archeologiche di tali civiltà.

    [3] London, Routledge 1995. Il libro ha conosciuto anche un'edizione italiana, corredata da una postfazione dello scrivente: A. Testa, "Paganesimo e Neopaganesimo", in P. Jones, N. Pennick, Storia dei pagani, Odoya, Bologna 2009, pp. 283-300.

    [4] Anche Ronald Hutton, insigne storico britannico e attento studioso tanto del paganesimo (britannico) storicamente autentico che della sua versione contemporanea, ha piú volte e in diverse sedi condannato le interpretazioni religiosamente orientate dei fatti religiosi antichi. Qui va ricordata la sua celebre monografia The Triumph of the Moon. A History of Modern Pagan Witchcraft, Oxford University Press, Oxford 1999, testo fondamentale  per lo studio dei nuovi movimenti religiosi che si ispirano al paganesimo, e un eccellente e piú recente studio che insiste proprio sugli intrecci, a volte insospettabilmente profondi, articolati e significativi, tra mondo accademico e mondo neopagano: "Modern Pagan Festivals: A Study in the Nature of Tradition", in Folklore, n. 119, 2008, pp. 251-273.

    [5] Fu questo genere di considerazioni e constatazioni a spingermi a scrivere la postfazione ricordata due note supra. Contattato dalla casa editrice per curare l'edizione italiana di A History of Pagan Europe, pensai che, visto che il libro sarebbe stato comunque pubblicato, con o senza il mio consenso e la mia postfazione, almeno quest'ultima sarebbe stata utile a informare i lettori degli intenti - e delle inesattezze, e delle interpretazioni tendenziose - dell'opera divulgativa di Jones e Pennick.

    [6] Le tavole sono trasformate in "Inguvine" dal traduttore, che ripete l'errore anche a p. 246 e 251, mentre a p. 250 esse vengono menzionate in modo corretto.

    [7] Sulla tavola il testo di riferimento è L. Del Tutto Palma (a cura di), La tavola di Agnone nel contesto italico, Olschki, Firenze 1996. Per una contestualizzazione della tavola osca in rapporto alla religione dei Sanniti e per una proposta di interpretazione della stessa tenendo in conto del misticismo greco nella sua declinazione italica e del trifunzionalismo indo-europeo, cfr. il mio "Le culte des Samnites à la lumière de la comparaison indo-européenne. Une interprétation relative aux nouvelles découvertes archéologiques de Pietrabbondante". In Folia Electronica Classica, n. 20, 2010, consultabile al link: http://bcs.fltr.ucl.ac.be/FE/20/TM20.html.

    [8] Sul tempio di Pietrabbondante cfr. il mio articolo citato nella nota precedente.

    [9] Rimane pacifico che, nel valutare questo aspetto di metodo, sto dando pieno credito alle scelte del traduttore del libro, che dubito si sia concesso molte libertà nel tradurre questi termini.

    [10] Nonostante non mi consideri un duméziliano "ortodosso", ritengo che sia insostenibile credere da un lato che le lingue indo-europee si siano sviluppate da un ceppo unico, e siano quindi imparentate, e che abbiano ovviamente veicolato, insieme a forme e suoni, anche significati, e dall'altro disconoscere o addirittura negare che altre rappresentazioni o strutture sociali e mentali, religiose o meno, al di là - o per il tramite - delle parole, possano aver fatto altrettanto. La questione è ovviamente di capitale importanza, non soltanto in rapporto a una valutazione generale dell'opera di Georges Dumézil, che pure resta un riferimento primario e sostanziale nell'Indo-europeistica e in discipline affini. Nel 2011 Laurent Lesage ha pubblicato una bibliografia con piú di 600 testi scientifici in Francese, tra libri e articoli, in cui il pensiero e l'opera di Dumézil sono discussi criticamente. La bibliografia è lungi dall'essere esaustiva, mancando degli studi in altre lingue, e in particolare di quelli, molto numerosi, in Inglese e in Italiano (solo per fare pochi ma rappresentativi esempi: manca l'importantissimo C. S. Littleton, New Comparative Mythology: Anthropological Assessment of the Theories of Georges Dumezil, University of California Press, Berkeley 1973; mancano gli studi di Bruce Lincoln; manca il corposo J. Ries e N. Spineto (a cura di), Esploratori del pensiero umano: Georges Dumézil e Mircea Eliade, Jaca Book, Milano 2000. La bibliografia di Lesage è liberamente consultabile a questo indirizzo elettronico: http://ourtheculture.files.wordpress.com/2011/11/indo-europeens_bibliogr.... Una bibliografia critica piú maneggevole e commentata, redatta da un insigne storico (sebbene "di parte") è quella di J. Poucet pubblicata in "Georges Dumézil et les historiens de la Rome ancienne: un bilan récent", in Folia Electronica Classica, n. 3, 2002, consultabile all'indirizzo http://bcs.fltr.ucl.ac.be/fe/03/bilan.html. È ormai impossibile assimilare tutta la bibliografia critica su Dumézil, ma gli studiosi di Indo-europeistica sono tendenzialmente concordi nel dare alle sue ipotesi vasto credito, sebbene non assoluto e non acriticamente. A ogni modo, l'impossibilità di leggere tutto ciò che è stato scritto al riguardo ha determinato, negli ultimi anni, un sempre piú profondo divario tra le posizioni "pro" e "contro", tra coloro che accettano il trifunzionalismo e coloro che lo negano, ovviamente con diverse sfumature critiche tra i due poli. A ciò hanno contribuito anche alcune polemiche relative alla presunta "marca politica" del pensiero del primo Dumézil. Non è chiaramente questa la sede per occuparcene (ho ricostruito brevemente la storia di queste polemiche nell'articolo "Quale futuro per la comparazione in storia delle religioni antiche? Una lettura critica di Comparer en histoire des religions antiques. Controverses et propositions, a cura di Claude Calame e Bruce Lincoln (Press Universitaires de Liège, Liège 2012)", di prossima pubblicazione in Studi e Materiali di Storia delle Religioni, n. 80 (2).

    [11] Tra i quali non si può non ricordare il bel libro sulla mitologia greca (The Uses of Greek Mythology, Rutledge, London-New York 2002 [I ed. 1992]) recensito su questo stesso sito dallo scrivente: http://grmito.units.it/content/rec-testa-dowden.

    [12] A. van Gennep, Manuel de folklore français contemporain,  1937-1958, Picard, Paris.

    [13] Il post scriptum è un'appendice molto ben riuscita e per certi aspetti anche necessaria: l'autore, infatti, vi chiarisce alcuni aspetti problematici dell'intera opera, non mancando di evocare le indubbie, non poche difficoltà incontrate nella realizzazione della stessa.

    [14] Quella di Dowden è un'ipotesi che ne richiama diverse altre accomunate dal ricorso alla nozione di "grande festa" e alla sua importanza nelle società antiche (l'espressione "grande festa" è usata da Vittorio Lanternari in un libro ormai datato ma ancora affascinante: V. Lanternari, La Grande Festa, Vita Rituale e Sistemi di Produzione nelle Società Tradizionali, Il Saggiatore, Milano 1958). L'ipotesi non è discussa in chiave teorica, ma solo indotta sulla base delle evidenze storiche e presentata come possibile elemento unificante della dimensione rituale dei pagani europei. Una certa nozione di festa come evento rituale collettivo fondante e rigenerativo è presente nell'interpretazione di Dowden, ma, come già detto, non è discussa. Per una valutazione critica e una storia degli studi sulle teorie e nozioni relative alla festa, non solo nelle società antiche, rimando al mio "Rethinking the Festival: Power and Politics", in Method & Theory in the Study of Religion, n. 26 (1), 2014, pp. 44-73 (specie la prima metà del saggio).

    [15] Malgrado la sostanziale diversità di vedute, Angelo Brelich e Mircea Eliade si incontrano su questo terreno (gli argomenti che sostengono questa mia opinione si trovano a p. 48 dell'articolo citato nella precedente nota e alle pp. 109-11 di A. Testa, "Dioniso nelle mitologie francesi e italiane", in Limes, revista de estudios clásicos, n. 25, 2012, pp. 89-115).

    [16] Cfr. la nota n. 10.