Rec. Testa a Moro Sirene

    Waterhouse, J. W. (1849-1917) The Siren, ca. 1900
    Elisabetta Moro
    L'enigma delle sirene. Due corpi. Un nome
    L'ancora del Mediterraneo (collana "gli alberi"), pp. 155, Napoli 2009 (I ed. 2008)
    Recensione di 
    Alessandro Testa
    Univ. di Tallinn - GRIMM Trieste

     

         Quando ho cominciato a leggere questo libro, non mi era affatto chiaro quale fosse il suo taglio stilistico e a che genere di pubblico si rivolgesse. Se il titolo sembra un po' ammiccare agli enigmi e ai misteri dei varietà televisivi della prima serata, in realtà l'autrice, Elisabetta Moro, è una studiosa che ha al suo attivo un numero considerevole di pubblicazioni e che vanta una doppia formazione da storica delle religioni e da antropologa. La sua letteratura mostra incursioni anche in altri domini, come quello della storia delle tradizioni popolari: nel 2009 Moro ha curato con un altro antropologo italiano un godibilissimo libro dal titolo Il libro delle superstizioni, il quale, sebbene ricordi dappresso il noto volume del Di Nola Lo specchio e l'olio. Le superstizioni degli italiani, risulta originale e ben bilanciato tra le necessità della divulgazione e quelle del rigore scientifico.
    Ciò che sin dall'inizio si prefigge l'autrice è di intraprendere "un itinerario comparativo debitore nei confronti dell'antropologia del mondo antico come della teoria lévi-straussiana del mito" (p. 8), e in effetti l'autrice ci introduce presto - subito dopo il canonico e doveroso incipit etimologico - al problema della "forma mitologica" della sirena, una forma plasmata da diverse opposizioni, come quella tra natura e cultura o tra aria e acqua. In effetti, quella della sirena è per l'autrice una "alterità fatta corpo" (p. 16). Il lettore ritroverà sovente questa indicazione nel volume, sebbene declinata in diverse maniere.
    Il primo capitolo è il luogo in cui l'autrice presenta tanto il suo oggetto di studi che le questioni di carattere metodologico che lo concernono. Moro naviga nel sirenico mare delle interpretazioni mitologiche, dove il canto di Lévi-Strauss è accompagnato dal coro degli antropologi, degli antichisti, dei poeti greci e latini, di Giambattista Vico, di Edmund Leach e molti altri. In questo mare, Moro pesca nella ricca varietà di opzioni interpretative offerta dalla storia degli studi: lo struttural-funzionalismo anglosassone, il formalismo, uno strutturalismo rivisitato e in parte "personalizzato", l'antropologia storica francese, quella che fa capo al gruppo senese guidato da Maurizio Bettini, e altro ancora. Talvolta però le diverse voci di questo canto non sembrano armonizzarsi perfettamente, donde una vaga sensazione di cacofonia di approcci, suggestioni e proposte che in questo primo, lungo capitolo non mi è parsa rara.
    Com'è noto, le Sirene, a seconda delle diverse fasi, periodi e momenti della tradizione, non sono descritte in modo uniforme. Esse sono presentate nella maggior parte dei casi come esseri di aspetto ittio- o ornito-morfo, e con la testa di donna. A dispetto delle fonti classiche, a partire dal Medioevo l'aspetto antropo-ittiomorfo diviene sempre piú popolare, fino a diventare canonico nella contemporaneità. Sempre a seconda delle varianti, esse sono messe in relazione col mondo aereo, terrestre, acquatico o infero. Loro qualità primaria è quindi l'ambiguità, visto che, oltre che sul loro aspetto, le tradizioni letterarie non sono univoche neanche sulla loro natura: esseri benefici talvolta, piú spesso esiziali, la loro caratterizzazione sembra oscillare sempre tra opposti inconciliabili. Invece di proporre una lettura diacronica o concentrarsi su una tradizione o un determinato periodo, Moro in questo primo capitolo prova a costruire un modello della "metamorfosi" (nel senso letterale del termine greco), ma, pur padroneggiando le fonti e la storia degli studi, rende arduo al lettore il reperimento di un filo d'Arianna per uscire dal labirintico peplo delle varianti e delle rivisitazioni del mito della sirena negli ultimi 2700 anni. Di fatto, solo il modello interpretativo dell'alterità permette all'autrice di rimettere ordine in un dossier dove Omero, Pausania e Luciano vengono giustapposti a Ovidio, Boccaccio, Cartari, Borges e molti altri. Queste prime pagine, seppur suggestive, peccano per un eccesso di dispersione dei dati storici e critici e per una patente tendenza alla sovrainterpretazione, tendenza che a volte suscita nel lettore una sgradevole idea di "troppa carne al fuoco". Del resto la mobilitazione del paradigma comparativo non fa che rendere piú evidente quest'eccesso e questa tendenza. In effetti, una buona parte di queste prime pagine è incentrata sul problema teorico e pratico della comparazione. Anche in questo caso, seppur suggestivi, alcuni punti nelle argomentazioni di Moro paiono nondimeno deboli. A esempio: dopo un veloce accenno alle stridule grida delle streghe volanti trobriandesi raccontate dagli argonauti malinowskiani, l'autrice si sofferma sulla relazione tra la morfologia della sirena e l'iconografia della dea Syria. In questo caso, per giustificare il suo accostamento comparativo su basi altre da quelle del contatto storico e della "mera" diffusione geografica, l'autrice interpreta tale divinità alla stregua di un principio divino individualizzante, che accomuna (e "si nasconde sotto" [p. 22]) molte deità femminili del Mediterraneo, alcune delle quali di non secondaria importanza, come Afrodite, Era, Giunone, Astarte, Ecate e altre. Esse rappresenterebbero dunque altrettanti simulacri in cui tale divinità-principio si sarebbe, in qualche modo, manifestato, quale vera teofania di scaturigine asiatica alla conquista dell'immaginario occidentale. L'autrice sembra qui percorrere lo stesso percorso che portò Marcel Detienne a muoversi, dalla sua iniziale prospettiva strutturalista (negli anni '70), verso i terreni della fenomenologia di matrice ottiana (negli anni '80 e ‘90: si pensi a libri come Dionysos à ciel ouvert o Apollon le couteau à la main), dove le preoccupazioni di un'antropologia che si voglia realmente storica (o meglio storicista) – e che quindi storicizzi le varie tradizioni mitiche – sono obliterate in favore di un approccio essenzialista che cerca il nome, il senso e la configurazione ultima (o originale) di una data rappresentazione divina. In questo senso, l'atteggiamento dell'autrice è ambiguo in tutto il saggio: se a p. 88 l'autrice rifiuta, per ciò che concerne la relazione tra Syria e Cibele, di appoggiarsi alle teorie che rintracciano le affinità nella loro rappresentazione in una presunta matrice archetipica, ancora a p. 86 ella non esita ad affermare, servendosi di una retorica perfettamente eliadiana, che la "signora d'Oriente [la dea Syria] diventa il grado zero della manifestazione ierofanica. Materia prima e indeterminata della significazione numinosa" (p. 86).
    Un altro elemento che nel saggio assume presto una certa importanza, è il dettaglio morfologico dell'ittiomorfismo, ciò che causa una prevedibile ipertrofia di fonti e studi. Questo procedimento – che a tutta prima ricorda la morfologia culturale di marca warburghiana rivisitata nel celebre "paradigma indiziario" di Carlo Ginzburg – non sembra però essere del tutto fruttuoso, poiché la moltiplicazione dei dati non è sempre giustificata dall'autrice, e la loro messa a punto critica non è di conseguenza sempre convincente. In effetti, il difetto principale di questa procedura comparativa risiede, a mio avviso, proprio nell'abuso del ricorso alle analogie individuate grazie all'intuizionismo delle Familienänlichkeiten ("somiglianze di famiglia") di wittgensteiniana memoria, analogie che invece di raffinare la comparazione causano spesso la caduta in un associazionismo analogico di tipo frazeriano (contro cui proprio lo stesso Wittgenstein, al contrario, si scagliò nelle sue celebri Note sul Ramo d'oro di Frazer). La virtuosa strada del comparativismo "ben temperato" (p. 28) che l'autrice, citando Jean-Pierre Vernant, auspica di poter percorrere, è piuttosto invocata che coerentemente intrapresa, e del resto la sua citazione risulta a mio avviso fuori luogo: nonostante i suoi stessi auspici, Vernant è stato uno degli storici delle religioni che meno hanno seguito la strada della comparazione, e nella sua letteratura si fa fatica a trovare un saggio dove essa sia sistematicamente praticata. Nonostante – o forse grazie a – ciò, Vernant fu un grecista e un antropologo di prima grandezza.
    In realtà, questi aspetti procedurali su cui mi sono dilungato sono propedeutici alla definizione del metodo dell'autrice, il quale, qui come altrove nel libro, si pone prima di tutto sul piano della rappresentazione conscia dell'oggetto culturale in questione (le sirene) e delle effettive forme che tale rappresentazione acquisisce nelle fonti letterarie. Una volta ordinate sulla base della loro pertinenza con il contesto o con il tipo di testo che le trasmette, queste forme possono in un secondo momento esser studiate: a) sul piano della caratterizzazione semantica tramite un'analisi dei significati a cui tali forme rimandano; b) sul piano del sistema di relazioni inconsce che spesso non hanno un rapporto diretto con il messaggio veicolato dalla narrazione mitica. L'autrice predilige a volte quello a volte questo approccio, in alcuni casi con qualche ambiguità e semplificazione: non tutte le opposizioni sono strutturali, cosí come non tutte le analogie sono formali. D'altronde nell'analisi strutturale lévi-straussiana (la quale, è bene ribadirlo, non è la sola analisi strutturale possibile, si pensi agli approcci della semiotica strutturale di impronta greimasiana), le relazioni logiche che sottendono e strutturano le narrazioni possono essere di vario genere: di opposizione certo, ma anche di corrispondenza, di commutazione, di inversione. L'analisi dell'autrice si sofferma quasi solamente sulle relazioni oppositive, forse proprio a causa di quel paradigma dell'alterità che ella utilizza come chiave di lettura dell'intero corpus documentario sulle sirene (e che utilizzerà poi per chiarire i rapporti tra queste e la dea Syria), paradigma che rimanda meno alla speculazione di Lévi-Strauss che al modello interpretativo di Angelo Brelich, che reperiva principalmente sulla base della sostanziale – e piú o meno conscia – contrapposizione umano/non umano (o culturale/non culturale) il significato di una data rappresentazione mitica.
    Il secondo capitolo, interamente dedicato alle tradizioni greche sulle sirene e sulla loro genesi, è decisamente piú omogeneo e convincente. Vi è sviluppata una prospettiva insieme antropologica e storico-religiosa rispettosa delle fonti ma allo stesso tempo aperta a suggestioni analitiche eterogenee. Il terzo capitolo è altrettanto convincente e palesa già nel titolo ("Contro Afrodite") una importante influenza "parigina". Di nuovo lo spazio/tempo dei dati da interpretare è circoscritto, ed anche i richiami all'analisi strutturale di Lévi-Strauss sono piú pertinenti di quelli presenti nel primo capitolo. Il dossier documentario è, stavolta, largamente debitore del dossier raccolto da Luigi Spina nel libro – curato da quest'ultimo e Maurizio Bettini – Il mito delle sirene. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi (del quale si può vedere una recensioni di Alberto Cecon. GRIMM, in questo medesimo sito).
    Con il quarto capitolo, le problematiche dell'antropologia si fanno piú urgenti. L'autrice si consacra a una definizione delle relazioni significanti tra mito e identità nel caso delle "fondazioni", reintroducendo la comparazione come strumento metodologico operativo. Anche se lo spettro comparativo è ampio, i dati storici sono nondimeno trattati in maniera francamente piú corretta. Grazie alla comparazione transculturale riguardante alcuni casi di miti di origine e di fondazione di città, Moro mette in luce dei patterns culturali (sia mitici che cultuali) che hanno caratterizzato e caratterizzano diverse società distanti nel tempo e nello spazio, concludendo, da buon antropologa, che l'obiettivo di siffatte inchieste non dovrebbe essere la ricerca di una presunta origine (o originalità) di dati elementi e temi culturali, ma piuttosto la messa in luce del fatto che il mito, anche e soprattutto quando narra episodi remoti, non fa nient'altro che dirci qualcosa su una cultura nel momento in cui essa lo produce e lo usa.
    Nell'economia della narrazione, il quarto capitolo rappresenta una sorta di parentesi. Vi è questione principalmente della sensibilità etnografica di Luciano di Samosata in un'opera comunque importante nella documentazione che Moro utilizza. In realtà, sia il quarto che il quinto capitolo costituiscono dei lunghi détours che servono a riannodare il filo del discorso e ricondurlo a una figura incontrata già nel primo capitolo: la dea Syria da Hierapolis. La corposa divagazione sul suo culto prima siriano, poi mediterraneo, permette a Moro di configurare in modo chiaro, una volta per tutte, l'obiettivo perseguito dal suo studio: un tentativo "di dimostrare come la dea Syria possa avere influenzato la progressiva mutazione delle sirene-uccello omeriche in donne-pesce senza perdere nulla della ricchezza di funzioni e significati mitici che la connotano" (p. 82); come a dire, per riprendere le parole di un Maurizio Bertolotti in questo caso apertamente warburghiano: "è vero che sono gli uomini a scegliere, tra le forme che la tradizione offre, le piú adatte alle loro esigenze espressive, tuttavia è altrettanto vero che le forme non sono gusci vuoti che si possano riempire di qualsiasi contenuto, ma possiedono una loro interna energia simbolica". Proprio sulla base di questo assunto, che rimanda a una posizione ben presente in Elisabetta Moro, io parlerei, per ciò che concerne il suo metodo, piú di un personale struttural-formalismo che di strutturalismo tout court.
    Nel pieno del quinto capitolo, l'autrice riprende a navigare tra le fonti. Il Mediterraneo antico è esplorato alla ricerca della dea-pesce, delle sue "manifestazioni", dalla coppia Derceto-Seramide fino ad arrivare, seguendo Cumont, al culto di Syria presso i Romani.
    Nonostante il fascino del suo viaggio, non seguiamo sempre l'autrice sul tortuoso percorso nello spazio/tempo dei miti sirenici: non la seguiamo, a esempio, quando rispolvera l'ambigua categoria kerényiana (ma meglio sarebbe dire junghiana) di "mitologema" (p. 31, 36, 39, 76, 115) usata principalmente – ma non solo – per caratterizzare l'aspetto seduttorio delle sirene; stesso dicasi per quella di "mitema" (p. 71), che lo stesso Lévi-Strauss, dopo averla proposta negli anni '50, decise di abbandonare.
    Nelle conclusioni, i vari aspetti (l'ambiguità, l'acquaticità, l'aspetto fondativo) incontrati nei miti e nelle fonti citate dall'autrice si incontrano per sigillare le maglie dell'intreccio interpretativo. Ciò che ne risulta, è l'immagine di una "eroina culturale" che, seppur diversamente connotata, possiede una intrinseca carica simbolica. Un'eroina culturale che in alcuni casi è addirittura poliade, come lo sono di solito le dee dalla femminilità ambigua e "sirenica": Atena, Partenope, Syria; un'ambiguità (alterità) che è infine la cifra piú caratterizzante della dea-pesce rintracciata da Moro, una "creatura ibrida, seduttiva, doppia, fondatrice" (p. 101), plasmata e riplasmata nei secoli da un immaginario mitopoietico e allo stesso tempo incantatore.
    Con un'ultima sfilata di stranezze e mostruosità, il libro si chiude con un gustoso "bestiario positivista" in cui l'autrice rintraccia, in alcuni episodi ottocenteschi relativi al ritrovamento e all'esposizione di false sirene, alcune modalità di manipolazione e rivisitazione semantica del simbolo della donna-pesce. In questo caso, ad essere preponderanti sono le preoccupazioni dell'antropologia del corpo, della costruzione del senso, della mitologia contemporanea.
    Il libro risulta in ultima analisi godibile, ben documentato e costituisce sicuramente un importante contributo all'intelligenza della mitologia delle sirene. I riferimenti alla storia degli studi ne rendono solide le basi, anche se poi non tutte le interpretazioni sono ricevibili, né tutti i riferimenti metodologici puntuali. Il volume è, inoltre, di piacevole lettura, grazie alla buona prosa dell'autrice, una prosa suggestiva e ben disciplinata che nondimeno talvolta predilige il virtuosismo letterario alla chiarezza espressiva (e, purtroppo, al rigore scientifico). In questo senso, il libro risente (ma qualcuno dirà si giova) della rimessa in discussione dei paradigmi metodologici, retorici e stilistici di un'antropologia che, a partire dagli anni '80 in poi, ha profondamente cambiato il suo modo di concepire (e scrivere) le culture. Non è quindi casuale l'importanza che nel libro è accordata alle immagini, in un capitolo a colori incentrato quasi esclusivamente sulle variazioni iconografiche sul tema della sirena nella contemporaneità; né sono casuali le concessioni al pop, come quando, a p. 38, il "sistema religioso" greco è paragonato a "un software che si aggiorna continuamente" oppure quando, a p. 85, gli esseri ibridi, sono detti somigliare "agli ologrammi. Due immagini su un solo supporto".
    Sembra che le sirene e i loro enigmi suscitino una sempre maggiore curiosità sia tra gli studiosi che presso il "grande pubblico". Per questo motivo, il libro non sfugge al paragone con il già citato volume di Bettini e Spina (del 2007), per tacere di altri recenti volumi di minore fortuna ma di non minore scrupolo scientifico, come il recentissimo Sirene di Sicilia (a cura di N. Ravazza, 2010) o Il rovinoso incanto. Storia di Sirene antiche (L. Mancini, 2005). Se lo studioso di cose mitologiche non può che rallegrarsi di cotanto interesse per delle figure che tutto sommato non sono di primissima importanza nella mitologia greca (o quantomeno di importanza non comparabile a quella di eroi e dèi), d'altro canto confesso che, a mio giudizio, il fatto che nel giro di pochissimi anni siano stati pubblicati cosí tanti saggi su un medesimo oggetto di studi ha qualcosa di inquietante.

    Alessandro TESTA
    GRIMM - Trieste