Rec. Testa a Segal

    Frontespizio del volume di R. A. Segal
    Robert A. Segal
    MYTH. A Very Short Introduction
    Oxford University Press, Oxford 2004, pp. 163
    Recensione di 
    Alessandro Testa
    Tallinn University - GRIMM Trieste

     

    Due considerazioni preliminari a mo' di incipit:

    1) nel quadro della produzione di conoscenza scientifica, considero l'attività di divulgazione un aspetto non solo importante ma necessario ed eticamente inderogabile: essa rappresenta, a mio avviso, la piú evidente forma di riconoscenza e rispetto intellettuale che uno studioso possa esprimere nei confronti dei "non specialisti" – e cioè della gran parte della società civile;

    2) allo stesso tempo, la divulgazione scientifica può rappresentare un ramo particolarmente delicato e fragile della produzione letteraria di un determinato studioso, specie nel campo delle scienze umane e sociali, poiché ciò che ne risulta presta spesso il fianco tanto al rischio di banalizzazione e appiattamento di problematiche che sono al contrario complesse e stratificate, quanto a quello di veicolare in forma di assunti, contenuti spesso ancora dibattuti o addirittura oggetto di severe critiche e revisioni.

    Per queste ragioni, se da un lato le pubblicazioni divulgative non sempre attirano l'attenzione degli addetti ai lavori, per ragioni di politica editoriale e di contenuto, dall'altro esse costituiscono, o dovrebbero costituire, l'insieme delle conoscenze del "pubblico" su un dato argomento o su una data disciplina, cioè delle virtuali summae dello stato dell'arte in un determinato campo di indagine scientifica. Questi punti rendono insomma molto complessa, almeno per il sottoscritto, una valutazione serena di un'opera di carattere divulgativo, e ciò a non voler menzionare una riserva di carattere generale: fatta salva l'ovvia necessità di chiarezza e brevità, la questione dei ragionevoli limiti e dell'estensione dello spazio editoriale è fondamentale, e resta quindi da capire in che misura sia giusto e opportuno costringere una porzione, per quanto piccola, dello scibile umano nello spazio di 150 pagine in formato tascabile. Ma questa è una problematica che trascende il caso specifico che qui è in questione.

    R. A. Segal è una delle autorità nella piú recente storia degli studi sul "mito", malgrado la sua fama sia di gran lunga maggiore negli Stati Uniti – dove ha insegnato durante la prima metà della sua carriera – di quanto non sia in Europa. Il suo Theorizing about Myth fu, a suo tempo, salutato come una raccolta di saggi di grande interesse, ricevendo tendenzialmente recensioni molto positive sia in Europa che negli U.S. Il manualetto che qui si recensisce è una sorta di versione concentrata di quel libro.

    A questo punto, prima di entrare nei dettagli dell'analisi, mi piacerebbe interpellare direttamente il lettore: chi fosse interessato a un generico giudizio sull'opera potrà tranquillamente riferirsi al solo ultimo paragrafo di questa lunga pagina elettronica, e omettere, con un semplice tocco di mouse, l'intera, lunga parte critica e teorica che segue, la quale è costituita da diversi paragrafi dedicati a diverse problematiche presenti nel libro. Il lettore specialista vi troverà invece contenuti piú familiari.

    A dispetto del titolo, la breve introduzione di Segal non ha come oggetto il "mito", ma le moderne "mitologie" (nel senso di metodi e correnti di studio sul "mito"): "this book is not an introduction to myth but to approaches to myth" (p. 1).
    Essa è divisa in 8 capitoli tematici ("Myth and science", "Myth and philosophy", "Myth and religion", etc.) trasversalmente interconnessi da un filo conduttore tematico: la storia, reale o virtuale – vedremo in che termini – delle interpretazioni dei miti di Adone. Questa suddivisione pone infatti già dall'indice evidenti problemi di rappresentatività: il capitolo "Myth and structure" avrebbe potuto essere "diluito", per cosí dire, in ciascun altro (e specialmente in "Myth and society"), visto che nessuna "struttura" esiste separatamente da una data dimensione dell'attività umana (politica, religiosa, mentale, etc.), cosí come il capitolo "Myth and psychology" e, in particolar modo, la sua ampiezza, risultano chiaramente da una chiara e in qualche modo arbitraria scelta di carattere intellettuale: altri studiosi di "mito" e mitologia, specialmente europei, avrebbe difficilmente presentato un paragrafo con tale titolo, e semmai soltanto per criticare radicalmente i metodi di studio del "mito" che, in passato, hanno trovato la loro giustificazione nelle tradizioni irrazionalistiche o in quelle di Freud e Jung.
    Ancora piú curiosamente, nessun capitolo è dedicato a tematiche storicamente seminali nella storia degli studi sul "mito": "Myth and language" e "Myth and fairytale", due tra i temi maggiormente in voga tra la seconda metà dell'800 e la prima metà del secolo successivo, sono due tra i virtuali capitoli la cui assenza risulta, a mio avviso, sensazionale. La natura artificiosa dei capitoli risulta quindi particolarmente visibile già ad un primo sguardo.

    Una mitologia di un dato studioso interpellato da Segal, a seconda della sua rilevanza e pertinenza con le diverse tematiche, può esser presentata in uno o piú capitoli; a esempio, aspetti della riflessione sul "mito" dei "padri fondatori" della moderna scienza del "mito" come E. B. Tylor, B. Malinowski od O. Rank, sono presenti in quasi tutti i capitoli, e alcuni di questi aspetti sono in realtà trattati alla stregua di paradigmi teorici comparativi da giustappore, di volta in volta, ad altri sviluppati successivamente da altri studiosi. Tuttavia, anche la scelta degli autori risulta problematica e non affatto razionale. Non è sempre chiaro, infatti, sulla base di quali criteri l'autore includa/escluda determinati autori o dedichi maggiore/minore spazio ad altri. Pensatori come F. Nietzsche, H. Usener, E. Rohde e L. Wittgenstein, a esempio, non solo non sono trattati, ma non sono mai nemmeno menzionati.
    Uno studioso come J.-P. Vernant, autore almeno 6 libri dedicati al "mito", in special modo greco (Mythe et pensée chez les Grecs, Mythe et religion en Grèce ancienne, Mythe et société en Grèce ancienne, Entre mythe et politique, e con P. Vidal-Naquet, Mythe et tragédie en Grèce ancienne e Mythe et tragédie en Grèce ancienne deux), è citato solo en passant. Stesso vale per G. Dumézil, non solo autore di una serie impressionante di studi rivoluzionari sulle culture di origine indo-europea, ma anche geniale ideatore di una originale, e prima, mitologia strutturale comparativa. A Georges Dumézil sono dedicate due misere righe.
    Per rimanere sul piano delle lacune problematiche, non si può qui tacere come, confermando una tendenza ormai esplicita nella letteratura anglofona, nessuno studioso italiano sia menzionato. Stupisce la mancanza di menzioni anche solo superficiali a studiosi come U. Bianchi, A. Brelich, M. Bettini (a voler citare solo i piú noti), che a problemi di mitologia hanno dedicato non pochi studi, spesso brillanti e originali, per non menzionare la mancanza ancora piú eclatante di riferimenti a D. Sabbatucci, autore di studi imprescindibili su diversi maggiori argomenti di mitologia: Sabbatucci non solo è stato uno dei primi interlocutori italiani dello strutturalismo francese applicato allo studio del "mito", ma è stato anche colui che ha rivoluzionato le interpretazioni dei miti orfici (Saggio sul misticismo greco), costituendo la base teorica sulla quale molti piú blasonati studiosi francesi hanno in seguito costruito le loro interpretazioni; egli ha inoltre studiato la spinosa questione della "mancanza di mitologia" – o meglio della "demitizzazione" – nella Roma antica (Lo stato come conquista culturale) e ha scritto un'importante e imponente monografia sul rapporto tra "mito" e storia durante la "rivoluzione democratica" ateniese (Il mito, il rito e la storia). Oltretutto, è stato un infaticabile "demistificatore" di mitologie non piú scientificamente sostenibili (Sui protagonisti di miti; Da Osiride a Quirino).
    Come giustificare l'assenza di un Sabbatucci o di un Usener, quando allo stesso tempo si dedica spazio a un J. Georg von Hahn, il cui contributo allo studio del "mito" è stato alquanto modesto, o un intero paragrafo ad Albert Camus, il quale, fatta salva l'originalità e l'importanza letteraria del "suo" Sisifo, non ha di fatto portato nessun contributo rilevante alla teoresi sul "mito" e alla pratica della sua interpretazione? Certo, bisogna riconoscere a R. A. Segal l'abilità di condensare intere bibliografie e problematiche teoriche anche molto complesse in poche righe – ma è questa abilità una virtú? –, sebbene piú d'una volta esse ne risultino, di conseguenza, banalizzate e appiattite. Brevità e densità di contenuti sono caratteristiche di per sé positive, nelle pubblicazioni divulgative; a mio avviso, tuttavia, esse non dovrebbero mai esser anteposte alla necessità di completezza e correttezza intellettuale. Resta il giudizio negativo sulla procedura di inclusione/esclusione e sul rapporto tra quantità e qualità dei contenuti: trovo che un libro che, programmaticamente, si proponga di presentare brevemente gli approcci moderni allo studio del "mito" non possa mutilare cosí gravemente, come si è detto, la tradizione tedesca, o trattare tanto lacunosamente quella francese; per non parlare di quella italiana, praticamente obliterata.

    Come si è detto, il Leitmotiv che permette a Segal di tracciare un sentiero tematico nella selva di autori e correnti piú o meno pertinentemente ed esaustivamente introdotte è la storia delle interpretazioni dei miti su Adone. Ma anche questo espediente si rivela, a uno sguardo piú attento, alquanto debole. In primis, per esemplificare alcune marche del pensiero di un dato studioso, Segal spesso impresta, letteralmente, il suo pensiero agli studiosi che, nella loro produzione, non hanno parlato di Adone e dei suoi miti. La procedura è la seguente: laddove nell'opera di uno studioso sussiste una interpretazione dei miti su Adone, Segal ne delinea i contorni e ne riassume le conclusioni; laddove tale interpretazione non sussiste, egli, propriamente, la inventa. Inutile sottolineare la scarsa validità e correttezza di tale procedura. Ma i problemi relativi ad Adone non finiscono qui. È importante ricordare che in un articolo non piú recentissimo ma ormai celebre ("Adonis: A Greek Eternal Child"), lo stesso R. A. Segal ha proposto una interpretazione in chiave psicologistica della vicenda mitologica di Adone. Se ne riparlerà. Questa considerazione è utile per sondare la debolezza delle sue argomentazioni anche in un territorio, come quello delle interpretazioni su Adone, che egli dovrebbe al contrario ben conoscere. In effetti, oltre ai già ricordati "commenti" di Segal sulla storia degli studi su Adone, che si rintracciano in ogni capitolo, ad Adone è dedicata anche una intera sezione di ben 4 pagine. Ora, se da un lato Segal non si astiene dal presentare il suo punto di vista su Adone e le basi su cui esso è costruito, dall'altro in questa sezione manca qualsiasi citazione a studiosi che hanno profondamente riflettuto e ampiamente scritto sui miti che riguardano lo sfortunato giovane: G. Piccaluga, P. Xella, S. Ribichini e D. Sabbatucci sono completamente assenti, cosí come, cosa ancora piú grave, nessuna menzione è fatta di un volume imprescindibile su Adone: Adonis. Relazioni del colloquio in Roma, 22-23 maggio 1981, libro pubblicato nel 1984 e che raccoglie tutte le piú importanti interpretazioni – principalmente di carattere antropologico, storico e filologico – posteriori a quella di Detienne (il testo non è citato neanche nella parte della bibliografia tematica dedicata proprio agli studi su Adone!). Oltre ad imporre il suo punto di vista secondo espedienti stilistici a dir poco dubbi, R. A. Segal non sembra rispettare neanche le piú basilari convenzioni della prassi scientifica.

    Ci soffermeremo ora sulle ragioni per cui il capitolo "Myth and society" è, sorprendentemente, piú corto di "Myth and psychology", di gran lunga il capitolo piú lungo e articolato del libro. Come accennato, nel suo Theorizing about Myth e soprattutto nel suo articolo su Adonis, Segal ha mostrato quali siano le sue principali referenze metodologiche: la sua interpretazione di Adonis è largamente e sistematicamente basata sul ricorso ad archetipi junghiani. Per Segal, Adonis rappresenterebbe la versione greca dell'"eternal puer", succube di quella "Grande Madre" che rappresenta uno dei piú importanti tra gli archetipi junghiani. Segal quindi, a gran dispetto delle prospettive storiche e antropologiche, che hanno da tempo evidenziato l'inconsistenza di archetipi e altre presunte strutture metastoriche, se poste sotto la luce del relativismo culturale, non nasconde i suoi debiti intellettuali, anzi, li esalta, nelle sue analisi. Difficile però, per storici e antropologi, accettare questa prospettiva e, di conseguenza, le sue implicazioni, specie in un libro pensato per il "grande pubblico".
    Non stupisce a questo punto il fatto che, dopo Adone, l'altro personaggio presente in modo preponderante in questo libro sia l'immancabile Edipo. Segal, in effetti, cita e discute spesso il "mito di Edipo", che rappresenta un altro caso paradigmatico nella trattazione, non solo nel capitolo "Myth and psychology". Ma a cosa si riferisce Segal quando menziona questo "mito di Edipo", cosí frequentemente ricordato? Segal non dà risposta a questa piú che legittima domanda, né potrebbe, a mio avviso, visto che il "mito di Edipo" a cui egli si riferisce non esiste. Segal, in effetti, cade nella stessa trappola metodologica che rende tanto insidiose le speculazioni post-freudiane sul mito di Edipo, e che J.-P. Vernant ha magistralmente messo in luce nel suo articolo "Œdipe sans complexe". Sulla figura di Edipo esistono diversi "miti", diverse storie, diverse narrazioni, alcune delle quali ritualizzate sotto forma di dramma teatrale, prodotti letterari e performances che sono esito sia di varie rielaborazioni di materiali tradizionali che del genio poetico dei poetici tragici. Nessun "mito" univoco, convenzionale, universale, eterno, dunque. Qual è l'Edipo che alcuni pensatori del '900 hanno innalzato a paradigma di una repressa, primordiale condizione umana? Il personaggio perduto delle tradizioni orali? L'Edipo di Eschilo, o quello di Euripide? Quello di Sofocle, o quello di Seneca? Qual è la versione "autentica" del "mito", che sarebbe foriera di un piú profondo e universale valore ontologico? Chi è il "vero Edipo"? Segal, colpevolmente e gravemente, dimentica di dire che un Edipo "piú vero" di un altro, semplicemente, non esiste, e che quindi tutti i pensatori che, nonostante questa inconsistenza, si sono appigliati all'espediente del ricorso alla suggestiva cultura greca, madre del "miracolo" intellettuale occidentale, per ricoprire con una patina di autorità le proprie riflessioni sulla condizione umana, si situano al di fuori del campo di una riflessione rigorosa e critica – quindi scientifica – su quei prodotti dell'attività speculativa e poetica che, sulla base di alcuni elementi formali, funzionali o strutturali comparabili, convenzionalmente definiamo "miti".

    Di questo libricino, però, principe è un altro, tra i vizî: il trattamento dell'oggetto stesso del libro, la categoria di "mito". Infatti, qualsiasi cosa si nasconda dietro questa espressione/nozione, nell'intera trattazione essa è data per manifesta e scontata, mai criticamente introdotta, mai discussa. La sola definizione di "mito" che si rintraccia, e che l'autore presenta all'inizio del suo libro, ha la virtú della brevità e della comprensibilità, certamente, ma anche il difetto dell'ovvietà e dell'inconsistenza teorica: "I propose defining myth as a story" (p. 4). Questo è tutto. La basilare, imprescindibile questione della natura greco-centrica del termine e della nozione a cui rimanda non è mai neppure accennata, nonostante l'argomento della costruzione e legittimità della categoria di "mito" sia uno dei piú dibattuti degli ultimi anni, almeno negli studi storici, antropologici e storico-antropologici sul mito. Questa considerazione ci dà modo, oltretutto, di valutare un'altra inaccettabile lacuna sul piano degli studi/studiosi presentati: C. Calame, attivo e apprezzato studioso di "mito" e "miti" da lunghi anni, nel suo Mythe et histoire dans l'antiquité grecque (recentemente ristampato e tradotto sia in Inglese che in Italiano), decostruisce in modo convincente e ampiamente documentato quella stessa categoria "generale" di "mito" che invece Segal usa apoditticamente e con grande leggerezza. Che sia un caso, quindi, la mancanza di menzioni agli studi di Calame sulla "invenzione" della mitologia? (la stagione di studi sulla "invenzione della mitologia" è stata in realtà inaugurata da M. Detienne con il suo L'invention de la mythologie, altro fondamentale studio non citato da Segal.)
    Che sia casuale l'infelice scelta di liquidare in modo sprezzante il metodo scelto da Calame e altri? Segal scrive infatti: " [per descrivere il "mito"] I will use the term 'story' rather than 'narrative', the fancier term preferred today" (p. 84). Egli bolla ironicamente come "fancy" tutti quegli approcci che hanno faticosamente cercato di scollare la nozione di "mito" dalla sua dimensione essenzializzata per restituirla alle condizioni della sua produzione, agli aspetti narratologici, performativi e contestuali di una "narrazione", quella del mito, che non è mai solo "poetica" o meramente scrittura o enunciazione di una "storia", ma sempre, e altrettanto, "pratica". Ma la dimensione pragmatica del "mito" non interessa il nostro Autore, che decide pertanto di cassarla come "fancy".
    Il punto problematico, in questo caso, non è solo di natura scientifica, ma anche etica: l'acritico uso della categoria di "mito", in un libro divulgativo sul "mito", non può che sortire l'effetto di certificarne ex cathedra la validità e quindi radicarne ancora di piú la presenza nella coscienza del lettore. In questo modo, vanificati sono gli sforzi intellettuali di chi, ben al contrario, lavora affinché a radicarsi nelle coscienze sia piuttosto la necessità di relativizzazione e contestualizzazione storica dei fenomeni culturali. In breve, l'obiettivo che R. A. Segal sembra porsi nel libro – obiettivo coerente con la sua prospettiva psicologistica ed essenzialistica – è di contribuire alla reificazione di quello che Calame, nel suo già ricordato Mythe et histoire dans l'antiquité grecque, ha definito "l'impertinente concetto enciclopedico di mito".

    Alla fine del libro, Segal perde una ulteriore occasione per rettificare una tra le tante storture della sua opera: nell'ultimo capitolo, infatti, invece di giustificare il suo ricorso a prospettive a-critiche come quelle archetipiche o di dedicare spazio alle prospettive storiche e critiche summenzionate - che vengono praticamente obliterate - egli afferma candidamente: "I propose applying to myth the analysis of play by the English child psychiatrist and psychoanalist D. W. Winnicott (1896-1971)" (p. 138). Non entrerò nel merito della questione, anche perché a mio avviso di merito non ne ha alcuno, cosí come non mi soffermerò a lungo sulle pagine conclusive del libro, non solo deludenti ma anzi di singolare povertà.
    Ricorderò soltanto come, alla mancata discussione su alcuni tra i fondamentali approcci contemporanei allo studio del mito, Segal supplisca regalandoci luminosi esempli di a-critica e a-storica applicazione della sua categoria di "mito": nelle ultimissime pagine si discetta infatti di "Anthony Robbins, salesman par excellence for success" (p. 140), di Tom Cruise, "professionally obliged to sue anyone who calls him gay" (p. 141), e Lana Turner, "spotted innocently drinking a milkshake at Schwab's drug store on Hollywood Bouleverd" (ibid.). In che modo questi possano costituire degli argomenti utili a meglio comprendere le numerose dimensioni interpretative del "mito" è un mistero che riguarda meno la moderna esegesi del "mito" che la stessa attività mitopoietica...

    Per concludere, da un punto di vista della veste tipografica, il libro è ovviamente agile e maneggevole, ma, francamente, trovo la scelta di non giustificare il corpo del testo è di gusto dubbio; la leggibilità, d'altronde, non se ne giova affatto. Altrettanto sorprendentemente, per una pubblicazione della Oxford University Press, le poche immagini presenti sembrano esser state scelte in modo casuale, e sono tendenzialmente poco significative e presentate in un piatto bianco e nero.

    Sulla base di quanto precedentemente argomentato, la mia opinione finale sul libro è la seguente: Myth. A Very Short Introduction è un libro intellettualmente e culturalmente dannoso, sebbene possa essere utile agli specialisti come esempio di ciò che una storia degli studi sul mito non dovrebbe essere; un libro, per giunta, che sconsiglio vivamente ai non esperti – ciò ch'è piú grave, trattandosi di un testo che vuole essere divulgativo –, i quali potranno invece rivolgersi a scritti di ben altro spessore, sullo stesso tema, per soddisfare la propria curiosità intellettuale, a condizione di esser disposti a leggere qualche semplificazione in meno e qualche pagina in piú.

    Alessandro Testa

    Tallinn University - GRIMM Trieste