Rec. Testa a Usener

    Lai, Gian Lucio, Diluvio universale (1984) Collezione privata
    Hermann Usener
    Le storie del diluvio (Die Sintfluthsagen, Verl. von Friedrich Cohen, Bonn 1899)
    a cura di - e tradotto da - Ilaria Sforza Morcelliana, Brescia 2010
    Recensione di 
    Alessandro Testa
    Università di Tallin - GRIMM Trieste

     

    Questa recensione non concerne un libro nuovo, ma una riedizione di un "classico" degli studi tedeschi. Una difficoltà intrinseca sussiste nel recensire un libro uscito piú di 110 anni fa: è ovvio che in qualche misura esso sia "superato".
    Tuttavia, ciò non implica o non dovrebbe implicare che non si possano metterne in risalto i pregi, cosí come i difetti. Un siffatto approccio permette per di piú di trarne un doppio insegnamento: quello generalmente metodologico che risulta dalla sua lettura critica; quello relativo ai contenuti di esso ancora fecondi.
    Hermann Usener è un autore di cui lo studente universitario italiano ha di solito una conoscenza soltanto manualistica (seppure). Ciò è dovuto forse alla nota antipatia che molti ingiustificatamente nutrono per il tedesco, o forse ancora, piú semplicemente, perché gli interessi di ricerca di Usener – cosí come il suo metodo – non sono piú cosí attuali. Quale che sia la ragione di questo parziale disinteresse, chi vi scrive è certamente tra quelli che, durante la propria formazione universitaria, non ha incontrato la produzione scientifica di questo studioso. Altrettanto certamente la nuova serie di traduzioni della Morcelliana sopperisce alla prima delle precedenti riserve, e rende fruibile al pubblico italiano una parte non modesta – per mole e rilevanza – della letteratura dello studioso tedesco.

    La recente edizione de Le storie del diluvio è stata introdotta e tradotta in modo eccellente da Ilaria Sforza, filologa e studiosa di cose mitiche classiche che ha già dato prova di esemplare rigore scientifico oltreché di interesse per la figura e l'opera di Usener, di cui ha curato, sempre per Morcelliana, anche l'edizione di San Ticone, nel 2007.
    Nella sua introduzione Ilaria Sforza rileva che lo scopo dichiarato di Usener fu di reperire il "Mythenkern" (il "nocciolo del mito") del diluvio, l'unità semantica primigenia, sorta di "mitema" ante litteram (1.). Questa necessità non sorprenda: sebbene Usener sia stato a suo modo un pioniere e un innovatore del modo di concepire l'indagine mitologica, egli fu pur tuttavia uomo del suo tempo, interpellato dai problemi della poligenesi, della diffusione, della comparazione, della natura delle produzioni mitiche e di altri temi ancora del tutto mülleriani come il rapporto tra esperienza, linguaggio e mitopoiesi.
    Usener dichiara sin dal principio di non volersi occupare dei racconti del diluvio dei popoli esotici indagati dagli etnologi, e di volersi concentrare sui miti scritti di popoli antichi.
    Nel primo capitolo egli presenta i suoi materiali, che sono, in ordine: 1) le tradizioni babilonesi; 2) la tradizione biblica; 3) le tradizioni indiane (vediche); 4) le tradizioni classiche (greche e latine); 5) una tradizione "ibrida" di età ellenistica, in parte semitica in parte ellenica. Andando oltre alla suddivisione di Usener, si può in realtà ulteriormente semplificare la classificazione delle fonti, che possono esser divise in 3 macro-categorie: 1) tradizioni semitiche; 2) tradizioni "ariane", come dice Usener; 3) tradizioni indiane (nel libro è evidente la scelta di Usener di distinguere nettamente le ultime due, donde la scelta di non usare l'espressione – già alla fine del XIX secolo ritenuta piú corretta – di "Indoeuropei").
    Il secondo capitolo è dedicato a una dottissima disamina filologica onomastica, condotta principalmente a partire dalle figure di Ercole e di Deucalione. In questa sede non si entrerà ovviamente nel merito delle questioni filologiche o della fortuna delle ipotesi useneriane, pertanto mi limiterò a ricordare che l'intera analisi dell'Autore è orientata verso l'isolamento di una figura mitica a partire dagli attributi tràditi dal culto, dal nome e dai miti dei due eroi ricordati. Tale figura viene rintracciata in Zeus fanciullo, da cui Usener distilla ulteriormente un altro personaggio, a suo avviso, mitologicamente piú "puro" perché primigenio, e che rappresenterebbe una sorta di matrice mitopoietica: il dio fanciullo, protagonista del terzo capitolo dell'opera.
    I capitoli quarto e quinto sono dedicati ad altre "immagini mitiche": quella della nave e quella del pesce e alle relative declinazioni poetiche indagabili filologicamente.
    Con il sesto capitolo si entra invece nella parte piú densa del libro. Le pagine sul tesoro celeste sono tra le piú felici dell'opera cosí come quelle dedicate alle immagini mitiche – oggi preferiremmo dire motivi o temi mitici – dell'idilliaca, irraggiungibile residenza degli dèi e quelle in cui Usener discute del simbolismo ittico di Cristo. In generale, come ebbe a notare per primo Marcel Mauss, è l'intero capitolo sesto ad essere forse il piú riuscito, nonostante alcune proposte dell'autore non siano piú ricevibili. Di certo la critica al "sensorialismo" di certa mitologia comparata a lui coeva o di poco precedente che vi si rintraccia è corretta, anche se improntata sull'ipotesi di "immagine mitica", ipotesi che, a differenza di altre proposte dell'autore, non ha avuto particolare fortuna negli studi successivi, con la debita e documentata eccezione di Gernet (e di Kerényi, forse), che Sforza ricostruisce dettagliatamente. D'altronde, gli stessi allievi diretti o indiretti di Gernet – tra tutti, ricorderei Jean-Pierre Vernant – l'abbandonarono velocemente.
    Prima di passare alle conclusioni, è necessario spendere qualche parola sul concetto useneriano di "immagine mitica", anche perché esso è correlato a quello di "Mythenkern". Usener è alla ricerca delle "forme mitiche piú semplici, piú antiche e non contaminate dal rimpasto che dei motivi fa la poesia, forme che si prestano al confronto e permettono di riconoscere il nocciolo del racconto mitico sviluppato o per meglio dire avviluppato dalla poesia" (p. 179). Questa posizione "nucleare" o "primordiale" sul mito è oggi difficilmente difendibile, non fosse che per la constatazione che, per le culture antiche, la mancanza di documentazione scritta precedente i "rimpasti" dei poeti rende di fatto inconoscibile – o comunque metodologicamente estremamente ardua – l'identificazione dei motivi primi, dei "noccioli" del mito. Al di là del testo nulla diventa piú certificabile dall'analisi documentaria: ciò che vuol dire avventurarsi nelle brume delle origini del pensiero simbolico, che sono precluse all'indagine storica. Ma il tempo di Usener fu il tempo dei grandi entusiasmi storicistici, filologici e comparativi: nulla era precluso a chi avesse l'ingegno e la volontà di addentrarsi nei meandri di significati celati nei testi di culture ormai scomparse o nelle sottigliezze semantiche dei poeti o nelle "sopravvivenze" del folklore. Marcel Mauss si accorse da subito della difficoltà di una tale proposta interpretativa che vedeva in alcune "immagini" anziché in altre degli elementi per così dire piú "puri" del pensiero mitico, ed espresse le sue perplessità in un giudizio generale sulla concezione useneriana delle immagini mitiche, giudizio puntualmente riportato da Ilaria Sforza: "il punto di vista dell'autore è di un simbolismo esagerato".
    La teoria delle immagini mitiche intese come lontane risultanze di eventi esperienziali primigeni e quella del "nocciolo" – che si può tranquillamente definire archetipale – di una narrazione mitica costituirono inoltre, a partire dal '900, degli apripista all'applicazione di teorie psicologistiche (che poi sarebbero diventate, principalmente, freudiane e junghiane) allo studio delle mitologie antiche e della mitologia greca in particolare. Tali teorie non molto possono rivelarci sui significati di un prodotto culturale di una data società (il mito o piuttosto determinati gruppi di miti, come nel nostro caso) e implicano anzi la formazione di un quoziente di a-scientificità e di aleatorietà nei risultati che in effetti è usualmente introdotto all'interno del campo dell'antropologia storica o della storia delle religioni per il tramite del Cavallo di Troia della psicologia. In realtà, la storia e l'antropologia moderne scientificamente fondate rifiutano il ricorso a chiavi di lettura pre-costituite da vere e proprie mitologie para-scientifiche come quella freudiana; esse rifiutano altresì l'assimilazione dell'inconscio a un sistema di rappresentazioni rimosse e/o immutabili (che siano "simboli", "archetipi" o quant'altro) e protendono invece verso un'analisi dei prodotti simbolici in quanto determinati da fattori culturali, ambientali, economici, ecologici, etc.: in una parola, da fattori determinanti storici. Tali prodotti, che la storia e l'antropologia indagano in quanto relativi al loro contesto di appartenenza, seppur in larga parte operativi a livello incosciente, non possono in ogni caso esser concepiti come delle emanazioni o degli epifenomeni mentali di un'universale matrice simbolica che opererebbe pressoché indistintamente, in tutti gli uomini, nella vita affettiva, nei miti, nei ricordi, nel mondo onirico (2.).
    Nel libro c'è un punto preciso e primo in cui Usener incardina la sua ipotesi teorica sulle immagini mitiche ai materiali sul diluvio: "Dunque, questa immagine [mitica] e l'accessorio costantemente associato a essa, la cassa o l'arca [...], in cui il dio viene trasportato è un motivo che si ripete anche in altri racconti" (p. 101). Questa conclusione provvisoria è integrata 100 pagine oltre: "alla base [delle immagini mitiche discusse nel testo] sta senza dubbio la rappresentazione del sorgere della luce: il dio, talvolta trasportato da un'imbarcazione, viene elevato attraverso il diluvio sulla cima del monte o viene portato su un'isola o su uno scoglio e sale poi in cielo". Oltre alle riserve teoriche precedentemente espresse, un problema di fondo risulta a questo punto patente nel modo di procedere dell'Autore: nel primo dei due stralci citati, Usener, dopo aver discusso dei diversi protagonisti delle storie del diluvio, afferma perentoriamente che a esser trasportato su una cassa o su un'arca era un dio. Il problema è che, in effetti, nei diversi miti a esser trasportato è un eroe (Deucalione) oppure un uomo (Utnapishtim; Noè) oppure una figura dallo statuto ambiguo (Manu), mai un essere riconducibile esclusivamente alla sfera divina (con forse la sola eccezione del caso egiziano, di cui si dirà a breve, caso che comunque non è affatto dirimente). Ancora una volta, fu già Mauss a notare come Usener, pur di seguire la sua ipotesi "nucleare", avesse trascurato di concentrarsi sulla reale valenza dei piú importanti miti del diluvio: sia nel caso biblico che in quello greco si trattava, prima di tutto, di un'antropogonia. E ancora, se pure tutti i protagonisti dei diversi miti fossero stati "dèi della luce", e abbiamo visto che cosí non fu, comunque non tutte le tradizioni terminano con un'apoteosi.
    Una parte delle conclusioni su cui qui non ci soffermeremo e che lascio alla curiosità del lettore, Usener la dedica allo sviluppo delle diverse tradizioni mitiche e alle loro relazioni storiche piú o meno documentabili o presumibili. Anche queste pagine sono tra quelle che meglio hanno resistito all'usura delle conclusioni useneriane. L'ipotesi di fondo non ne è però intaccata: ancorché non legate da evidenti relazioni storiche e letterarie, le piú importanti narrazioni mitiche, a cui a mo' di elemento probatorio finale viene aggiunta una testimonianza egiziana (la cui relazione con il diluvio, tuttavia, è alquanto dubbia), sarebbero state accomunate da un solo punto essenziale e letteralmente radicale: una comune scaturigine mitopoietica che Usener individua nell'immagine primordiale del sorgere della luce, immagine che col passaggio dalla preistoria alla storia, dalla "pura" oralità dei primordi alla "contaminante" scrittura dei poeti sarebbe stata diversamente sviluppata dalle diverse tradizioni, diluendosi nei rivoli delle letterature storiche. Una conclusione che, come afferma elegantemente Sforza, se da un lato ha regalato un'interpretazione generale univoca e seducente dei miti del diluvio, dall'altro "ha impedito a Usener di guardare con piú umiltà alla terra" (p. 37) e quindi di scorgere la reale natura delle storie del diluvio e la loro funzione narratologica antropogonica e di "rinnovamento del cosmo".

    Il saggio di Usener è a un tempo affascinante e pericoloso. Affascinante perché costruito sulla base di una esemplare conoscenza delle fonti, di una robusta padronanza degli strumenti filologici e di intuizioni spesso felici e illuminanti; pericoloso perché i numerosi pregi dell'opera, l'ampiezza delle conoscenze dell'Autore, i meriti scientifici della ricerca rischiano di obliterare gli aspetti metodologicamente superati che oggi, per il lettore meno accorto, potrebbero risultare fuorvianti. Alcuni di essi sono stati discussi precedentemente, altri sono stati taciuti per brevità. Ciononostante, se letto criticamente e tenendo conto delle riserve metodologiche e contenutistiche a cui qui si è accennato e che pure Ilaria Sforza non manca di ricordare nella sua introduzione critica, Le storie del diluvio costituirà di certo una lettura interessante per l'uomo di cultura e imprescindibile per lo studioso di miti antichi di area mediterranea e vicino-orientale.

    Alessandro TESTA
    Università di Tallinn
    GRIMM - Trieste

     

    NOTE

    1. Qui uso il termine "mitema" in senso diacronico e non nel senso con cui lo utilizzò Lévi-Strauss, mutuandolo dalla terminologia della linguistica strutturale.
    2. La questione è ovviamente di grande rilevanza e portata. In questa sede lo scrivente ha inteso riassumere molto brevemente quelli che sono i termini della questione pressoché unanimemente accettati dai rappresentanti delle discipline di cui egli ha migliore conoscenza; termini che d'altronde egli stesso condivide. Un testo fondamentale per comprendere appieno la posta in gioco, ma anche per comprendere quanto siano inconsistenti certe "teorie" se vagliate a partire da una severa procedura analitica storico-antropologica, è il giustamente celebre articolo di Jean-Pierre Vernant "Œdipe sans complexe", in J.-P. Vernant, P. Vidal-Naquet, Mythe et tragédie en Grèce ancienne, La découverte, Paris, 1972, pp. 75-98.