rec_Braccini_a Norcia Achille

    Gagneraux Benigne, L'éducation d'Achille, 1785
    Norcia Giuseppina
    L'ultima notte di Achille
    Castelvecchi (Coll. Narrativa) : Roma 2018
    Recensione di 
    Tommaso Braccini
    Università di Torino

     

    In tanti, fin dall’antichità, hanno provato a raccontare Achille circumnavigando Omero, prendendo in prestito gli occhi di un altro, magari di un contemporaneo ai fatti narrati, per poter ritrarre il figlio di Peleo da un’angolazione diversa. A parlare, nel corso dei secoli, sono stati cosí semplici soldati greci, come il sedicente Ditti Cretese, che in una sorta di romanzo storico ante litteram descrive un Achille sentimentale e condannato dal suo amore per una figlia di Priamo; oppure, piú di recente, figure ben piú note, come Patroclo (in The Song of Achilles di Madeline Miller, 2011) o addirittura Elena (in Memorie di una cagna di Francesca Petrizzo, 2010), di cui si descrive - ponendosi peraltro sulla scia di tradizioni già presenti nei poemi ciclici - una relazione con il figlio di Peleo.
    Giuseppina Norcia sceglie un punto di vista contemporaneamente piú intimo e piú distaccato, sovrumano ma allo stesso tempo indissolubilmente legato alla parte terrena di Achille. Nel suo romanzo, L'ultima notte di Achille, a parlare è Thànatos, la Morte, che ricorda e dipana la vicenda del Pelide all’interno dell’episodio con cui si apre e si chiude il libro, l’incontro tra Achille e Priamo per il riscatto del corpo di Ettore. Nel tessere la trama del suo romanzo, l’autrice non cerca svolte sensazionali o rivelazioni sconcertanti. Alla base ci sono i classici (Omero, ma anche Euripide, lo Stazio dell'Achilleide), riletti con sobrietà e illuminati con tocchi delicati che danno vita al quotidiano degli eroi. Il ménage di Peleo e Teti in una baracca sul mare, Patroclo roso dai sensi di colpa che martoria il proprio corpo, una cena silenziosa e pensierosa tra Chirone, Teti e Achille, in procinto di abbandonare per sempre il suo maestro sono piccoli squarci che danno vita e profondità alla rilettura del mito. Naturalmente l’autrice si sofferma anche sul rapporto tra Patroclo e Achille, ma il suo sguardo è attirato soprattutto, e non banalmente, dalla storia del giovanissimo eroe (sotto le mentite spoglie di Pirra, “la Rossa”) con Deidamia: una scoperta dell’amore che sboccia tra suggestioni saffiche (le compagne della ragazza si chiamano Andromeda e Atti) e sensuali estasi dionisiache.
    Poi, dopo Sciro, Achille verrà travolto dal fiume in piena della guerra, di cui scoprirà la brutalità ancor prima di essere giunto a Troia: l’orrore del sacrificio di Ifigenia ad Aulide, voluto da Agamennone per ragioni di potere, dal punto di vista psicologico è forse il vero turning point per il protagonista del romanzo. Il passo della narrazione a questo punto accelera, la storia diviene scabra ed essenziale: le esequie di Patroclo non sono accompagnate da giochi, nel duello con Ettore non c’è l’intervento di Atena. Si torna al punto di partenza, all’incontro con Priamo nel quale Achille, sempre in bilico tra dimensione bestiale e divina, ritrova la sua umanità. Thànatos non ne racconta la morte, vi accenna soltanto, dopo aver descritto Achille che indugia un’ultima volta a contemplare pensieroso, tra gli intarsi dello scudo divino procuratogli da Teti, la scena felice della vendemmia, con ragazzi e ragazze che fanno festa accompagnati dalla musica. La "vita semplice" che il figlio di Peleo, condannato all’eternità, non ha mai vissuto e non vivrà mai, e che forse rimpiangerà sempre: "Vorrei vivere e far da servo a uno qualsiasi: / un uomo a cui manchi il podere e che abbia poco per campare, / piuttosto che regnare sull’intero mondo delle ombre defunte" dirà l’ombra di Achille, ormai unito per sempre a Thànatos, a Odisseo.

     

    Tommaso Braccini

    GRiMM - Università di Torino