Compendio di tradizioni teologiche greche

    di Lucio Anneo Cornuto

    Traduzione di Paolo Ciacchi (Diss. Trieste 2002)

     

    Cap. 1. Il Cielo (ho ouranós), ragazzo mio, con la sua volta avvolge la terra e il mare, e tutto ciò che si trova trova sulla terra e nel mare: per questa ragione esso ricevette tale denominazione, perché è un guardiano (oùros) che sta al di sopra di tutto e che delimita (horíizon) la natura. Alcuni invece affermano che esso fu chiamato ouranòn dall'atto del "prendersi cura" (tou oréin) o di "vegliare" (orèuein) sugli enti, il che significa "proteggere". Da ciò ricevette il nome sia il portinaio (ho thyr-oròs) sia il verbo "avere molta cura" (poly-orèin). Altri invece lo fanno derivare dall' "essere osservato in alto" (hor-àsthai áno;).

    Esso, assieme a tutto ciò che circonda, è chiamato anche kòsmos dal fatto di essere disposto (dia-kekosmèsthai) perfettamente. Alcuni tra i poeti affermavano che fosse figlio di Acmone, alludendo all'infaticabilità (to ákmeton) del suo movimento rotatorio, oppure, intuendo che esso è immortale, dimostrano questo attraverso l'etimologia: infatti noi diciamo che i morti sono esausti (ke-kmekènai).

    L'essenza del cosmo è ignea, come è evidente dal sole e dalle altre stelle. Di conseguenza anche l'etere (aithèr), la parte piú esterna del cosmo, ricevette il nome dal fatto che arde (àithesthai); alcuni invece asseriscono che esso sia stato denominato in questo modo dall'atto del "correre incessantemente" (tou aéi thein), il che significa "muoversi con impeto".

    Anche le stelle (ta àstra) infatti sono per casi dire "instabili" (à-stata), dal momento che non stanno mai ferme ma si muovono continuamente.

    È altresí ragionevole che pure gli dèi (tous theoùs) abbiano derivato il loro appellativo dalla "corsa" (thèuseos): in un primo tempo infatti gli antichi supponevano che fossero dèi quelle entità che vedevano spostarsi senza posa, e li consideravano responsabili dei mutamenti dell' atmosfera e della conservazione dell'universo.

    Forse però gli dèi (the-ói) potrebbero essere "fondatori" (the-tères), vale a dire artefici, degli eventi.

    Cap. 2. Proprio come noi siamo retti dall'anima, anche il cosmo ha un'anima che lo tiene insieme: questa è chiamata Zèus, perché vive (zòsa) fin dal principio dei tempi e per sempre, ed è causa del vivere (tou zèn) per i viventi (tois zòsi). Per questa ragione si dice che Zeus regni sull'universo, proprio come tra noi si potrebbe dire che l'anima e la natura regnino su di noi.

    Lo chiamiamo anche "Dia" poiché a causa (dià) di lui ogni cosa è posta in essere e si conserva. Presso alcuni è chiamato anche "Deus", forse dall'atto del bagnare (dèuein) la terra o dall'elargire ai viventi l'umidità, essenziale alla vita; [ed il caso genitivo di questa forma è "Deòs", che in qualche modo appare accanto alla forma "Diòs".] Si dice che egli abiti nel cielo, dato che là c'è la parte piú importante dell'anima del cosmo: infatti anche le nostre anime sono fuoco.

    Cap. 3. È stato tramandato che Era (Hèra), che è l'aria (ho aèr), fosse sua moglie e sua sorella. Si è subito congiunta ed unita con lui sollevandosi (airo-mène) dalla terra, dopo che quello le era salito sopra. Essi sono nati dal loro contemporaneo flusso (rhýseos); la sostanza infatti, una volta fluita (rhyèisa) in uno stato di sottigliezza, dà origine al fuoco e all'aria (ton aèra). Per questo motivo favoleggiavano che la loro madre fosse Rea (Rhèan) e che il loro padre fosse Cronos (Krònon), vuoi perché questi fatti avessero avuto luogo in misure di tempo (khrònou) stabilite, vuoi perché la divisione (dià-krisin) negli elementi si fosse compiuta attraverso l'aggregazione (sýn-krisis) ed il ribollire della materia; oppure, l'ipotesi piú convincente, perché l'etere e l'atmosfera si formarono quando la natura era stata messa in movimento dal fuoco per "realizzare" (kràinein), ovvero per portare a compimento, gli enti.

    Cap. 4. Per questa ragione gli antichi dicevano anche che Poseidone (Poseidòna) era un figlio di Cronos e di Rea: anche l'acqua infatti ha origine dalla trasformazione descritta. Poseidone è la forza produttrice dell'elemento liquido che si trova nella terra ed attorno ad essa: dunque o è stata cosí chiamata dall'atto del bere (pòseos) e dal concederlo, oppure vi è un'ipotesi secondo la quale la sua natura trasuda (idíei he phýsis) [physiidíon], oppure egli è stato cosí denominato, come se fosse uno "scuotitore del suolo" (pedo-sèion), in relazione alla sua caratteristica che sarà spiegata.

    Cap. 5. Si dice che anche Ade sia un loro fratello. Egli è la parte piú densa dell'aria e quella piú vicina alla terra. Insieme a loro anch'egli nasce quando la natura comincia a fluire e a creare gli enti in base ai progetti che reca in se stessa. È chiamato Ade (Hà-iden) o perché, di per sé, egli è invisibile (a-òratos) - ragion per cui, dividendo il dittongo, lo chiamano anche A-ídes ("colui che non si vede") - o, per antifrasi, quasi che egli fosse "colui che ci è gradito" (ho handànon): verso costui infatti ci sembra che le anime si dirigano al momento del trapasso, mentre la morte per noi non è affatto gradita (handà nontos)!

    Fu anche chiamato Plutone perché, dal momento che ogni cosa è soggetta a corrompersi, non c'è niente che alla fine non sia a lui destinato e non diventi sua proprietà.

    Cap. 6. Dal momento che Rea era già a ragione raffigurata secondo il flusso (rhýsis) che è stato spiegato e dato che le attribuivano anche la causa delle piogge, poiché per lo piú accade che esse avvengano con tuoni e lampi, la presentarono anche mentre si compiaceva di tamburi, piatti, suoni di corni e processioni con le torce.

    Inoltre, dato che le piogge precipitano dall'alto e molte volte provengono chiaramente dalle montagne (apò ton oròn) [in un primo tempo le attribuirono il nome Ida (ten Íden), un altissimo monte che è possibile vedere (idèin) da lontano], la denominarono Orèian ("abitante della montagna") e rappresentarono i piú nobili tra gli animali che si aggirano nelle montagne (en tois òresi), i leoni, condotti alla briglia da lei [forse anche perché le tempeste hanno un aspetto alquanto feroce]. Inoltre essa è cinta da una corona turrita o perché in origine le città erano erette sulle alture (epi tòn oròn) per ragioni di sicurezza, o perche essa è fondatore del modello primo di cittá: il cosmo.

    Le consacrano un bocciolo di papavero a rappresentare che la medesima fu causa della generazione degli esseri viventi. Per questo circondano il suo petto con degli altri oggetti simbolici, ritenendo che la varietà degli enti ed ogni cosa che esiste ha avuto origine attraverso lei. Inoltre sembra che anche l'Atargatide presso i Siri sia la medesima; essi la onorano astenendosi dalla colomba e dal pesce, spiegando che gli elementi che rivelano in particolare il fondamento dell'essenza sono aria e acqua.

    Essa è detta propriamente "Frigia" perché è oggetto di somma venerazione presso i Frigi: tra loro si sviluppò in modo imponente il servizio sacerdotale dei Galli, rivelando forse qualcosa di simile a ciò che fra i Greci era stato narrato nel mito riguardante la castrazione di Urano. In primo luogo si racconta che Cronos ingoiava i figli che gli erano nati da Rea: [è stato interpretato cosí in modo assolutamente logico], dal momento che ciò che nasce in base al principio del movimento di cui si è detto, di nuovo, per lo stesso principio, scompare secondo un avvicendamento ciclico. In effetti il tempo (ho khrònos) è qualcosa di simile: è consumato da esso ciò che in esso ha origine. Successivamente affermano che Rea, quando le era nato Zeus, al suo posto aveva consegnato a Cronos una pietra avvolta in fasce, dicendo che questa era il frutto del parto; quella pietra fu da lui ingoiata, e Zeus, allevato di nascosto, divenne sovrano del cosmo.

    In questo caso l'inghiottimento è stato interpretato diversamente: è stato composto un racconto sulla nascita del cosmo, in cui la natura che lo governava crebbe ed assunse il dominio, proprio quando questa pietra che noi chiamiamo terra, come se fosse stata "inghiottita", fu saldamente fissata nella parte piú centrale di esso. 79Diversamente infatti gli enti non sarebbero esistiti se non fossero stati saldamente appoggiati sulla terra come su delle fondamenta, dal momento che da lí tutto nasce e riceve nutrimento.

    Cap. 7. Da ultimo si narra che Cronos aveva evirato Urano, il quale scendeva di continuo per congiungersi con Gea, e cosí aveva posto fine alla sua violenza; ma Zeus, dopo averlo espulso dal regno, lo fece precipitare nel Tartaro.

    Attraverso queste storie fanno allusione al fatto che l'ordine che regola la nascita dell'universo, che dicevamo chiamarsi "Cronos" dall'atto del "realizzare" (kràinein) gli enti, inviò sulla terra il flusso dell'aria, che intanto diventava piú intenso, rendendo piú tenui le esalazioni. Invece la natura del cosmo, che noi dicevamo chiamarsi Zeus, quando ebbe acquisito forza, frenò l'eccessiva instabilità del mutamento e lo arrestò, procurando cosí un'esistenza piú lunga al cosmo stesso.

    [In modo assai appropriato chiamano Cronos anche "dai contorti consigli" (ankylo-mèten) poiché risulterà contorto (ankýlon), cioè difficile da capire, ciò che penserà volgendo tali grandezze.]

    Cap. 8. Seguendo una diversa linea di pensiero, affermavano che Oceano fosse origine di tutto - non ci fu solo un racconto mitologico riguardante questo tema - e che sua moglie fosse Teti. È possibile che Oceano (Okeanòs) sia il pensiero che viene velocemente (okèos neòmenos) e che di continuo muta, e che Teti (Tèthys) sia la costanza delle qualità. Dalla loro commistione o accoppiamento hanno origine gli enti: nulla esisterebbe se prevalesse uno dei due, rimanendo disgiunto.

    Cap. 9. Successivamente, in modo diverso, si afferma che Zeus sia padre degli dèi e degli uomini perché la natura del cosmo è stata la causa della loro esistenza, come i padri generano i figli.

    Lo chiamano "adunatore di nembi" e "altitonante" e gli attribuiscono il fulmine e l'egida (aighída) per il fatto che in alto sopra di noi si formano le nuvole e i tuoni e da li precipitano giú i fulmini e le tempeste (tas kat-aighídas), [o diversamente] (scil. glieli attribuiscono come) al dio che aveva ottenuto la reggenza del cielo quando 1'intera area sovrastante la terra era stata assegnata.

    E a causa degli uragani (tas aighídas) [i quali appunto ricevettero il loro nome dal fatto di imperversare (aí-ssein)] Zeus fu denominato "portatore dell' egida "(aighi-okhos), mentre per altre simili ragioni, facili da comprendere, era detto anche "pluvio", "fruttifero", "cataibate", "lampeggiante", ed in molti altri modi, a seconda delle diverse concezioni. Gli si rivolgono con epiteti quali "salvatore", "difensore del recinto", "difensore della città", "protettore degli antenati", "nume tutelare di una stessa stirpe, degli ospiti e del focolare", "consigliere", "dedicatario di trofei" e "liberale". Tuttavia il numero dei suoi epiteti è illimitato, poiché egli si trova in relazione con tutte le forze e le forme della natura, ed è causa di tutti gli avvenimenti, e tutto sorveglia. Cosí fu detto che egli era anche padre della Giustizia (tes Díkes) - è costui infatti che guida la società degli uomini nelle loro azioni e che li esorta a non commettere reciproche ingiustizie (a-dikèin) - padre delle Grazie (tòn Kharítòn), da lí infatti derivano i principi del "fare cosa gradita" (tou kharí-zesthai) e del compiere benefici, e padre delle Stagioni (tòn Horòn), le quali, in relazione ai mutamenti dell'atmosfera che preservano ciò che accade sulla terra e tutto il resto, hanno ricevuto il nome dalla loro azione di custodia.

    Rappresentano Zeus come un uomo nel fiore degli anni, dal momento che non rivela né decadenza fisica né immaturità, bensí ciò che è proprio per un uomo adulto: per questo gli sono offerte in sacrificio vittime in perfette condizioni.

    Lo scettro è il simbolo del suo potere, essendo un ornamento regale, oppure è simbolo del fatto che egli è infallibile e ben saldo, come chi si sia appoggiato ad un bastone; l'arma da lancio che tiene nella mano destra ha un nome piú perspicuo di una dettagliata spiegazione.

    Di frequente è anche raffigurato mentre afferra la Vittoria: infatti egli è superiore a tutto e niente lo può sconfiggere. Si dice che un uccello a lui sacro sia l'aquila, perché questo è il piú veloce dei volatili. È coronato d'ulivo perché esso è sempre rigoglioso, grasso e di grande utilità, oppure per la somiglianza della sua lucentezza con quella del cielo.

    Da alcuni egli è detto anche "punitore" (alàstiòr) e "spirito vendicatore" (palamnàios) perché punisce i maledetti (alàstoras) e gli assassini (palamnàious): i primi sono stati cosí chiamati dal fatto di commettere peccati tali per cui c'è da sdegnarsi (alastèsai) e da piangere, gli altri dal fatto di compiere con le loro mani violente (tais palàmais) nefandezze inespiabili.

    Cap. 10. In base a questo piano sono nate le cosiddette Erinni (Erinnýes), le quali vanno alla ricerca (ereunètriai) dei peccatori; esse sono Megèra, Tisífone e Aletto, quasi che il dio fosse avverso (megàirontos) a queste persone, punisse (tinny-mènou) gli omicidi (phònous) da loro commessi e facesse questo senza tregua (alèktòs ), vale a dire incessantemente.

    Veramente degne di rispetto, le medesime divinità sono anche "Benevole" (Eumenídes): infatti, in accordo con la benevolenza (eumèneian) della natura verso il genere umano, è stato disposto anche che la malvagità sia perseguita. Hanno lo sguardo agghiacciante, perseguitano gli empi con fuoco e fruste, e sono chiamate "riccioli di serpente" per il fatto di provocare una simile visione nei malvagi, ai quali facciano scontare la pena per i delitti commessi.

    Si dice che esse abitino nella dimora di Ade per il fatto che i tormenti di questa gente giacciono nell'oscurità, e che la punizione sopraggiunge imprevista contro quelli che la meritano.

    Cap. 11. Come conseguenza di questi fatti si dice anche che

    "l'occhio di Zeus tutto vede e tutto ascolta dall'alto"

    Infatti come è possibile che ad una forza che tutto pervade sfugga un evento che accade nel cosmo?

    Chiamano Zeus anche con l'appellativo "mite" (mèilikhon) in quanto egli si placa facilmente (eu-mèilikton) nei confronti di chi si dissocia dalle ingiustizie compiute, ritenendo che non sia necessario rimanere irriconciliato con loro. Per questo motivo ci sono anche altari di Zeus "Protettore dei Supplici", (cap. 12.) ed il poeta affermava che le Suppliche (tas Litàs) fossero figlie di Zeus: esse sono zoppe, perché quelli che supplicano toccando le ginocchia cadevano a terra; sono rugose, a dimostrazione della prostrazione dei supplicanti; sono guerce, per il fatto che, quando i supplicanti trascurano certe preghiere (litanèias), esse mantengono un po' piú lontano le loro necessità.

    Cap. 13. Zeus è anche la Moira perché, la distribuzione di ciò che tocca a ciascuna persona non è visibile (mè horomène): da qui le altre parti assegnate (meríidon) sono state denominate "sorti" (moiròn).

    Il Fato (Àisa) è la causa invisibile (à-istos) e sconosciuta di ciò che esiste - si manifesta ora l'oscurità delle cose viste separatamente - oppure, come dicono i piú vecchi, è "quella che esiste sempre" (he aèi oùsa).

    Il Destino (Hei-marmène) è ciò in base al quale tutto quello che esiste è stato preso (mè-mar-ptai) e riunito in un ordine e in una successione che non hanno termine [la sillaba ei contiene una combinazione proprio come in "concatenamento" (heirmoi)].

    La Necessità (anàg-ke) è ciò che è impossibile spezzare ((an)àxai) e da cui è impossibile scampare, oppure è ciù verso cui tutto quello che nasce prende a crescere (ten anagogèn).

    Secondo una diversa metodologia sono introdotte tre Moire in accordo con la triplice natura del tempo: la prima tra loro è stata denominata Cloto (Klothò) dal fatto che gli avvenimenti, che fanno seguito gli uni agli altri, somigliano alla filatura (klo-sei) della lana, motivo per cui la raffigurano vecchissima mentre fila. La seconda è stata denominata Lachesi (Làkh-esis) dal fatto che ciò che è concesso a ciascuna persona assomiglia alla porzione (lèxei) assegnata dalla sorte. La terza è Atropo (Àtropos) a causa del fatto che gli eventi disposti secondo la sua volontà sono irreversibili (atrèptos èkhein). Ma sembrerebbe appropriato che la medesima potenza ottenesse i tre appellativi.

    E la medesima potenza è Adrasteia (Adràsteia), chiamata cosí o in riferimento al fatto che essa è inevitabile e dalla quale non si può fuggire (an-apò-drastos), o per il fatto di compiere sempre (aèi dràin) azioni secondo la propria volontà, quasi che essa fosse "una che è sempre in azione" (Aei-dràsteia). O perché il prefisso privativo in questo caso può indicare quantità, come avviene nell'espressione "in una boscaglia priva di legname": Adrasteia in questo caso è "colei che è molto efficiente" (poly-dràsteia).

    Essa è anche soprannominata "Nemesis" dall'atto del distribuire (tes nemèseos), infatti ripartisce ciò che spetta a ciascuno; è altresí detta Týchhe dall'atto del creare per noi (tèukhein) le circostanze e di essere responsabile di ciò che accade agli uomini; Opis dal fatto che, rimanendo nascosta - cioè come se "seguisse da dietro" (òpis-then) - ed osservando attentamente ciò che è compiuto da noi, punisce le azioni che meritano una punizione.

    Cap. 14. Inoltre si dice che Zeus abbia generato le Muse da Mnemosine, dal momento che egli fu anche promotore delle discipline relative all'educazione, le quali si acquisiscono in modo naturale con esercizio e con una ferrea memoria, e sono assolutamente essenziali per vivere bene.

    Si chiamano Muse (Moùsai) dalla "ricerca" (tes mòseos), ossia "indagine": per questo è stato detto

    "O sciagurato, non ricercare (me mòso) le mollezze, che tu non abbia (da patire) cose gravi!.

    Le Muse sono nove a causa del fatto che rendono forti, come sostiene qualcuno, ed eccellenti quelli che si rivolgono a loro: infatti il numero nove è tale che, quando è costruito in base alla sua radice quadrata, è il primo numero, dopo l'unità, che sembra essere partecipe di una qualche perfezione.

    Da alcune persone si afferma che le Muse siano soltanto due, per altri sono tre, per altri quattro, per altri ancora sette. Tre, a causa della perfezione della triade di cui si è accennato sopra, oppure anche perché ci sono tre tipologie di analisi attraverso le quali si completa il pensiero filosofico. Due, dal fatto che ci tocca sia riflettere sia compiere ciò che è necessario: in queste due azioni infatti consiste l'essere educati. Infine quattro e sette, probabilmente a causa del fatto che gli antichi strumenti musicali avevano questo numero di note.

    Inoltre furono rappresentate di sesso femminile [perciò anche le virtú e l'educazione si trovano ad avere nomi femminili] come prova del fatto che la vasta cultura sia conseguenza (del)lo stare in casa, cioè dello stare fermi in un posto.

    Stanno insieme e danzano assieme a dimostrazione del fatto

    che le virtú sono inseparabili tra loro ed indivisibili.

    Sono particolarmente occupate negli inni per gli dèi e nel servirli, dal momento che fondamento dell'educazione è il concentrare lo sguardo verso il divino ed è necessario che quelli che mettono in pratica questo modello di vita lo celebrino sempre.

    Inoltre, una delle Muse è Clio (Kleiò), dal fatto che quelli che hanno un'educazione ottengono fama (klèos) e rendono famosi (kleí-zein) se stessi e gli altri. Euterpe, perché i loro incontri sono piacevoli (epi-terpèis) e stimolanti. Talia (Thà-leia), o per il fatto che la loro vita è prospera (thàllein), oppure perché essi hanno anche la virtú della convivialità, dal momento che durante i banchetti (tais thalèiais) si comportano in modo garbato e raffinato.

    Melpomene, dalla soave melodia (tes molpès) della voce di qualcuno, quando essa è accompagnata da musica (mèlous) - gli uomini per bene infatti sono da tutti celebrati con canti (mèlpontai), ed anche essi stessi celebrano con canti (mèlpousi) gli dèi e chi è nato prima di loro.

    Tersicore (Terpsi-khòre), a causa del fatto che gli uomini ben educati provano piacere (tèrpesthai) e sono felici (khàirein) per la maggior parte della loro vita, oppure perché persino in conseguenza del solo fatto di essere visti (horà-sthai) essi procurano piacere (tèrpsin) a chi si avvicina a loro - anche se in questo caso nel nome proprio ci sarebbe una lettera di troppo; o forse anche perché gli antichi usavano istituire cori (khoroús) in onore degli dèi, mentre i piú esperti componevano i canti per loro.

    Erato, avendo ricevuto il nome dall' "amore" (tou èrotos), o rappresenta l'attenzione nei confronti di ogni genere di filosofia, oppure presiede alla facoltà del domandare (to èresthai) e del rispondere, appunto perché si ritiene che le persone serie siano abili nella discussione.

    Polinnia (Polýmnia) è "la virtú molto celebrata nei canti" (poly-hýmnetos), oppure, con maggiore probabilità, "colei che celebra con inni (hymnoùsa) molti (polloùs) uomini", sia perché ha ereditato dalla tradizione tutto ciò che era stato celebrato con inni (hymnèitai) relativamente alle generazioni piú vecchie, sia perché essa presta attenzione ai racconti derivanti dai poemi e dagli altri scritti.

    Urania è la conoscenza riguardante l'astronomia (ta ourània) e la natura dell'universo - infatti gli antichi chiamavano "cielo" (ouranòn) l'intero cosmo.

    Calliope è l'arte oratoria che rende piacevole l'eloquio (kallí-phonos) ed elegante l'espressione (kalli-epès): ricorrendo ad essa esercitano il governo ed arringano i popoli, dal momento che con la persuasione e non con la forza li guidano verso qualunque meta essi si prefiggano: per questa ragione egli afferma che Calliope, in particolare,

    "accompagna (opedèin) i re venerabili.

    Alle Muse sono attribuiti vari strumenti, in quanto ciascuno dimostra che la vita degli uomini per bene si trova in armonia ed è in sintonia, cioè è coerente, con se stessa.

    Apollo danza con loro a causa del suo rapporto con l'arte delle Muse: infatti si è tramandato che anch'egli suonasse la cetra, per la ragione che conoscerai tra poco.

    Dicono che esse danzino sulle montagne, poiché chi ama la cultura ha necessità di stare da solo e di ritirarsi perennemente in luoghi isolati,

    "senza la solitudine non si scopre niente che rechi onore,

    come afferma l'autore di commedie.

    Per questo motivo si racconta anche che Zeus, dopo essersi congiunto con Mnemosine per nove notti, abbia generato le Muse: infatti c'è bisogno della ricerca fatta durante la notte farsi un'educazione. Proprio per una ragione non diversa da questa i poeti chiamarono la notte "colei che reca buoni consigli" (euphròne); ed Epicarmo, per esempio, afferma:

    "se si ricerca qualcosa di saggio si dovrebbe riflettere durante la notte",

    e

    ""tutto ciò che è di notevole importanza lo si scopre piuttosto di notte".

    [Alcuni sostenevano che esse fossero nate da Urano e da Gea, ritenendo che fosse necessario considerare antichissimo il racconto che le riguarda].

    Esse sono coronate con foglie di palma (phòiniki), come alcuni ritengono, a causa dell'omonimia, cioè dal fatto che l'alfabeto sembra essere una scoperta dei Fenici (Phoinílon); come invece è da ritenersi piú ragionevole, a causa delle qualità della pianta: delicata, rigogliosa, perenne, difficile da salire, produttrice di dolci frutti.

    Cap. 15. Dal momento che, come si è detto, ci capita anche di essere caritatevoli, la maggioranza dei narratori ha tramandato che le Grazie (tas Khàritas) fossero figlie di Zeus: secondo alcuni gli sono state generate da Euridome per il fatto che il desiderio di offrire doni è soprattutto caratteristico di casate (dòmon) estese (eurèon) e ben consolidate.

    Secondo altri esse sono nate da Eurinome, dal momento che questo dimostrerebbe che i possessori (hoi nemò-menoi) di grandi ricchezze sono in un certo qual modo piú generosi (kharis-tikòteroi) oppure lo dovrebbero essere. Alcuni invece dicono che sono nate da Eurimedusa, e tale etimologia tende verso la medesima interpretazione: infatti gli uomini sono padroni delle loro proprietà. Altri ancora, a loro attribuiscono Era come madre, affinché esse siano le piú nobili tra le divinità quanto a stirpe, come lo sono relativamente alle loro azioni.

    Per suggerire una diversa interpretazione, le Càriti sono rappresentate nude: infatti anche coloro che non possiedono nulla sono in grado di fornire qualche benefico aiuto [di concedere molti favori], senza che sia affatto necessario disporre di notevoli sostanze per essere un benefattore, come è stato detto nel seguente motto:

    "un animo buono è il migliore dei doni;

    altri invece ritengono che per mezzo della loro nudità si dimostri il fatto che bisogna essere liberi e senza impedimenti per concedere dei favori (kharízesthai).

    Alcuni sostengono che esse siano due; altri invece, tre: due perché è necessario che alcuni facciano per primi un favore (khàritos) e che gli altri poi lo ricambino; tre invece perché è lodevole che chi sia stato ricambiato agisca a sua volta con un atteggiamento di riconoscenza (kharistikòs), affinché questo processo si svolga senza soluzione di continuità: infatti anche la loro danza (tes khorèias) in forma circolare dimostra qualcosa di simile.

    Altri invece sostenevano che ci fosse una Càrite per chi rendeva un utile servizio, una seconda per chi riceveva il favore e attendeva l' opportunità di contraccambiare, e una terza per chi a sua volta ricambiava il favore quando si presentava l'occasione.

    [Inoltre, dal momento che è necessario che le buone azioni siano compiute con contentezza e poiché le Càriti rendono felici quelli che ricevono il beneficio, in un primo momento tutte le Càriti hanno ricevuto questo appellativo comune derivante dal nome della "gioia" (tes kharàs). Si racconta anche che esse siano avvenenti e che elargiscano (kharízesthai) fascino ed attrattiva. In seguito ciascuna ha ricevuto un appellativo personale: Aglae, Talia, Eufrosine; per questo motivo alcuni affermavano che la loro madre fosse Evante; altri invece, Aigle.

    Inoltre Omero diceva che una delle Càriti convivesse con Efesto, a causa del fatto che le opere artistiche sono fonte di piacere (epi-khàrita).]

    Cap. 16. Si tramanda che Ermes sia la loro guida, dimostrando in questo modo che è necessario elargire favori (kharízesthai) con buon senso (eu-logístos): quindi non a caso, ma a chi li merita. Infatti chi è stato trattato con ingratitudine (ho a-kharistethèis) diventa piú riluttante a fare del bene.

    Ermes è la Ragione (ho lògos) che gli dèi inviarono a noi dal cielo, dopo averlo reso 1'unico uomo dotato di capacità razionali (ton logikòn) tra le creature che vivono sulla terra, e consideravano questo come il dono di gran lunga superiore a tutti gli altri.

    Il suo nome deriva dal "rivolgere il pensiero all'atto del parlare" (erèin mès-asthai), il che significa "impegnarsi in un discorso razionale" (lègein); oppure dal fatto di essere il nostro "baluardo" (èr-yma hem-òn) e, per cosí dire, la nostra fortezza.

    Poi però in un primo momento è stato chiamato "messaggero" (diàktoros), o dal fatto di avere una voce acuta (diàtoros) e penetrante, oppure dall' atto del trasportare (diàgein) i nostri pensieri verso le anime di coloro che ci stanno vicino: per questo motivo gli consacrano anche le lingue.

    In seguito egli è soprannominato "benefico" dal fatto di essere un grande benefattore e perché quelli che ricorrono a lui acquisiscono forza in sommo grado; è detto anche "vigoroso" (sò-kos), in quanto è protettore (so -tèr) delle case (ton òi-kon) [oppure, secondo alcuni, perché egli è forte].

    Il fatto poi che egli sia chiamato "innocuo" (a-kàketa) sarebbe una prova di qualcosa del genere: infatti la ragione non è nata per fare del male (to kakoùn) e distruggere, ma piuttosto per compiere azioni salvifiche; per questo motivo gli attribuirono Igea come moglie.

    Egli è "Argifonte" (argei-phòntes), come se la parola fosse "illuminatore" (arge-phàntes), dall'atto del far apparire (phàinein) chiaramente (leukòs) ogni cosa, cioè del rendere tutto chiaro - gli antichi infatti "chiaro" (to leukòn) lo chiamavano "luminoso" (argòn). Oppure è cosí denominato dalla rapidità (tes takhýtetos) del suo eloquio - anche "rapido" (takhý), infatti si dice argòn. Egli è detto "dal bastone d'oro" (khrysò-rrapis) perché anche la percossa (ho rapismòs) proveniente da lui è preziosa: infatti hanno un grande valore gli ammonimenti opportuni ed il pentimento di chi presta loro attenzione.

    È stato tramandato anche il nome di "araldo degli dèi": infatti affermavano che egli riferisse agli uomini quanto accadeva tra gli dèi. "Araldo", perché con voce potente presenta alle orecchie i consigli rivelati in base alla ragione; "messaggero", perché noi conosciamo il volere degli dèi grazie ai pensieri che ci sono elargiti in base alla ragione.

    Egli inoltre indossa alati calzari e si muove armoniosamente attraverso l'aere, motivo per cui le parole sono dette "alate". E per questa ragione chiamano Iris la messaggera "dai piedi di vento" e "dai piedi celeri come il turbine", introducendo questi epiteti per via del suo nome.

    Favoleggiarono anche che Ermes fosse "conduttore di anime" (psykhopompòn), riunendo in una parola ciò che gli era proprio: l'accompagnare le anime dei defunti (psykhagogèin). Appunto per questo motivo gli mettono in mano una verga,

    "con la quale incanta gli occhi degli uomini che vuole",

    e alludendo chiaramente agli occhi della mente,

    "ed anche fa risvegliare chi è addormentato;"

    inoltre è capace di stimolare con facilità chi è rilassato e di calmare chi è agitato.

    Di conseguenza sembrò che egli inviasse i sogni e fosse un profeta [in questo modo] che faceva mutare le visioni secondo la sua volontà: "anche i sogni sono messaggeri degli dèi".

    Ed i serpenti, i quali, attorcigliati alla suddetta verga, completano la figura del caduceo, stanno ad indicare che pure gli uomini piú crudeli sono attratti ed ammaliati da lui; egli infatti fiacca i conflitti che sorgono tra di loro e li unisce con un nodo indissolubile: per questa ragione sembra che il caduceo sia anche un simbolo di rappacificazione.

    [Del resto anche coloro che perseguono la pace portano ramoscelli tra le mani, in ricordo del fatto che la terra vuole essere coltivata e che c'è rispetto per le piante coltivate che producono frutti.]

    Affermavano che Ermes fosse nato a Zeus da Maia, alludendo cosí ancora una volta al fatto che la ragione fosse risultato di osservazione e di ricerca; e difatti quelle che assistevano (hai maioùmenai) le donne durante il parto, per questa ragione sono state chiamate levatrici (màiai), come se portassero alla luce gli infanti compiendo una ricerca.

    Inoltre Ermes è raffigurato senza mani e senza piedi, e di forma quadrata: quadrato, per il fatto che egli ha una certa fermezza e stabilità, cosicché persino i suoi punti di caduta sono basi di appoggio; privo di mani e di piedi, perché non ha bisogno né di mani né di piedi per realizzare ciò che gli è prefisso.

    Gli antichi erano soliti costruire Erme (effigi di Ermes) dall'aspetto piuttosto vecchio e barbuto, con il membro virile eretto, ed Erme dall'aspetto piú giovane ed imberbi, con pudenda rilassate; in questo modo volevano dimostrare che nelle persone di età avanzata la ragione è feconda e matura [la quale in realtà probabilmente fa raggiungere le mete che essa si propone], mentre nella gioventú acerba essa è sterile ed immatura.

    È collocato lungo le vie (tais hodòis) ed è chiamato "protettore delle strade" (en-òdios) e "guida", poiché bisogna impiegarlo come guida in ogni azione, ed anche perché egli è colui che, con i suoi consigli, ci conduce sulla strada (eis ten hodòn) che dobbiamo seguire, o forse perché c'è bisogno di solitudine (eremías) per la sua preparazione ed il suo servizio.

    Dal momento che la ragione è comune ed è la medesima in tutti gli uomini e negli dèi, nel caso in cui qualcuno, procedendo sulla via, trovi qualcosa, di solito proferiscono il detto "Ermes è comune" [il quale appunto è complice della scoperta, dato che si trova ai lati delle strade]: in questo modo dimostrano che le persone considerano che sia comune anche ciò che è stato trovato (to heuremènon); ne consegue che i ritrovamenti casuali sono chiamati "cose favorite da Ermes" (hermàion).

    Inoltre ammassano le pietre sulle Erme: ogni passante ne aggiunge qualcuna, o perché (ciascuno) ritiene di fare, per quanto è nelle sue possibilità, qualcosa di utile e per il bene comune attraverso l'azione del pulire la strada; o pensando di invocare Ermes come testimone, o perché pensa di manifestare l'ossequio verso il dio, se non ha nient'altro da offrirgli in dono; oppure perché vuole rendere la statua piú visibile per i passanti; o ancora come prova del fatto che la parola proferita sia costituita da piccole parti.

    È anche detto in modo appropriato "[primo] protettore dell'Agorà" (agoràios) poiché sovrintende a coloro che parlano in pubblico (ton agoreuònton); e dall'Agorà la sua azione si estende prontamente anche agli acquirenti (tous agoràzontas) ed ai venditori, dal momento che tutte queste attività si devono svolgere con raziocinio. Di conseguenza sembrò che egli fosse anche sovrintendente dei commerci (ton emporiòn) e fu denominato "dio dei commerci" (empolàios) e "dio dei guadagni" (kerdòios), perché per gli uomini era 1'unica fonte di veri profitti (ton kerdò8n).

    È inventore della lira, ossia dell'armonia, e della concordia, per cui quelli che vivono in conformità con essa sono felici, quando capita che essi abbiano una disposizione d'animo in sintonia (hermosmènen).

    Inoltre alcuni, volendo rendere nota la sua capacità sfiorando persino l'assurdo, tramandarono che egli fosse un ladro, ed alcuni eressero un altare di "Ermes Truffaldino"; egli infatti di nascosto sottrae agli uomini le opinioni prese in precedenza e talvolta, con la sua forza persuasiva, cela furtivamente (klèpton) la verità. Per questo motivo affermano che alcuni si servono di "discorsi maldestri" (epi-klòpois): infatti ingannare con artifici retorici è prerogativa di coloro che sanno come servirsi del linguaggio.

    È detto anche "dio della Legge" (nòmios), in quanto la ragione ha una funzione correttiva: essa infatti stabilisce ciò che si deve fare in una comunità e proibisce ciò che non andrebbe fatto. E proprio per la somiglianza delle parole, egli fu trasferito anche alla cura dei pascoli (ton nomòn).

    Infine, lo venerano anche nelle palestre, accanto ad Eracle, poiché ritengono che sia necessario impiegare la forza fisica assieme al raziocinio; infatti, contro chi confida esclusivamente nella forza del corpo, trascurando del tutto la ragione - la quale ha introdotto nella vita le arti - si potrebbe opportunamente ribattere:

    "o misero, la tua forza ti ucciderà!

    Cap. 17 Come testimonianza del fatto che tra gli antichi Greci siano sorti numerosi e multiformi racconti inventati (mythopoiías) riguardanti gli dèi - poiché ne sorsero alcuni tra i Magi, altri tra i Frigi ed anche tra gli Egizi, i Celti, i Libici ed altre popolazioni - si potrebbe addurre anche ciò che in Omero è detto da Zeus nei confronti di Era in questo modo:

    "oppure non ricordi quando pendevi dall'alto e dai piedi

    ti feci calare due incudini ...?

    È verosimile che il poeta presenti questo come un frammento di un antico mito, secondo il quale si narrava che Zeus avesse appeso Era all'etere con catene d'oro - per il fatto che le stelle hanno dei bagliori dorati - e ai suoi piedi avesse legato due incudini - chiaro riferimento alla terra e al mare - dalle quali era tirata verso il basso l'aria ("Era", ho aèr), la quale non poteva essere strappata via da nessuna delle due parti.

    Omero fa menzione anche di un altro mito, quello riguardante Tetide, che racconta come Zeus sia stato da lei salvato,

    "quando gli altri dèi dell'Olimpo volevano legarlo:
    Era, Poseidone e Pallade Atena
    ".

    È evidente che ognuno di questi dèi, per proprio conto, tramava di continuo contro Zeus, con 1 'intenzione di ostacolare questo ordinamento universale; e ciò è proprio quello che sarebbe avvenuto, se fosse prevalso l'elemento umido e tutto quanto fosse stato reso liquido; o se il fuoco avesse bruciato tutto, oppure l'aria.

    Ma Tetide (Thètis), dopo aver disposto (dia-thèisa) tutto in modo adeguato, schierò contro le suddette divinità Briareo, il gigante dalle cento mani; attraverso di lui forse le esalazioni emanate dalla terra si diffondono uniformemente dappertutto, poiché, per mezzo di "molte mani", avviene la divisione in tutti gli individui. Considera tu se Briareo sia stato cosí denominato per l'atto del sollevare (to àirein) il, per cosí dire, "nutrimento" (ten boràn) delle parti del cosmo.

    [Egeone (Ai-gàion) è colui che è sempre (aèi) felice e gioioso (gàion).]

    Peraltro non bisogna fondere assieme i racconti, né trasferire i nomi dall'uno all'altro, né ritenere assurdo se alle genealogie tramandate in base a questi racconti qualche elemento finzionale sia stato aggiunto da parte di persone che non comprendono quello a cui esse alludono, ma che si servono dei racconti come anche delle storie inventate.

    Quindi per parte loro narrarono che per primo fosse nato il Caos, proprio come riferisce Esiodo, e dopo di lui la Terra, il Tartaro ed Eros; dal Caos poi furono generati l'Erebo e la Notte; e dalla Notte il Cielo ed il Giorno.

    Il Caos (Khàos) è l'elemento liquido nato prima dell'ordinamento dell'universo, chiamato cosí dall'atto del fluire (apò tes khýseos); oppure esso potrebbe essere il fuoco, il quale è, per cosí dire, "ciò che brucia" (kàos) [ed esso è fluito (kè-khytai) perché composto da particelle minute].

    Certamente una volta, ragazzo mio, tutto quanto era fuoco e tornerà nuovamente ad esserlo, in base ad un avvicendamento ciclico.

    Infatti, una volta che esso si sia estinto nell'aria, avviene una completa trasformazione in acqua, la quale prende una parte sottostante della sostanza per condensazione ed una che si assottiglia per rarefazione.

    Poi giustamente affermavano che dopo il Caos fossero nati la Terra e l'oscuro Tartaro [che il poeta sopra citato, Esiodo, chiamò "recesso della Terra", perché esso la circonda, nascondendola].

    Si disse anche che Eros fosse nato assieme a loro; egli è l'impulso all'atto di generare; infatti non appena qualcosa nasce da qualcos'altro, bisogna credere che questa potenza stupenda e degna di essere contemplata assista alla generazione.

    L'Erebo (Èreb-os) nacque dal Caos, ed è il principio che fa sí che qualcosa sia coperta (erèph-esthai) e avvolta da un'altra; motivo per cui anche la Terra, una volta ottenuto tale principio, immediatamente generò Urano di forma simile alla sua,

    "in modo che l'avvolgesse interamente,
    affinché la dimora per gli dèi beati fosse sempre al sicuro
    ;

    Urano, che è una sede sicura per le stelle, le quali, eterne, si muovono su di lui.

    La Terra dunque fece nascere il Cielo (Urano) dai vapori, ed ora infatti, alquanto comunemente, "cielo" (ouranòs) è chiamata 1'intera sostanza rarefatta che circonda la terra.

    Anche la Notte è figlia del Caos, poiché l'aria, che si era per prima sollevata dall'elemento liquido primordiale, era opaca e tenebrosa; in seguito, rarefacendosi, si trasformò in etere ed in luce: per questo è stato ragionevolmente detto che l'etere e la luce fossero nati dalla notte.

    Si sostiene altresí che la Terra abbia generato le montagne e successivamente gli abissi del mare "senza l'amabile unione d'amore": infatti il mare s'insinuò negli spazi cavi della terra, rimanendo sul fondo durante la trasformazione, e le montagne assunsero le loro altezze intorno all 'irregolarità dell'avvallamento.

    Successivamente a questi avvenimenti c'è la nascita dei cosiddetti Titani. Essi potrebbero essere una varietà degli enti. Come Empedocle enumera nel poema Sulla natura,

    "la Crescita, la Decadenza, il Riposo, il Risveglio
    il Movimento, l'Immobilità, la Grandezza ornata di molte di corone
    "
    e la Confusione, il Silenzio, la Profezia

    e molte altre, alludendo alla suddetta varietà degli enti, cosí, da parte degli antichi, il nome "Giapeto" (Ia-petòs) fu dato al processo razionale in base al quale erano nati esseri dotati di parola e l'universo intero era stato reso chiassoso, come se egli fosse uno "che emette suoni" (i-aphetòs), infatti ià significa "voce". Poi c'era Ceo (Kòios), per opera del quale gli enti hanno delle qualità (poià tinà) per il fatto che gli Ioni usavano spesso la lettera k al posto della p; oppure egli è la causa del comprendere (tou koèin), cioè del riflettere o del pensare; Crio, per opera del quale alcuni enti comandano e dominano gli avvenimenti, mentre altri ne sono sottomessi ed assoggettati: da qui forse ha ricevuto il nome l'ariete (tou krioù) che si trova tra le greggi; Iperione (Hyperíon), per opera del quale alcuni enti si aggirano al di sopra (hyperàno) di altri; Oceano (Oke-anòs), per opera del quale essi sono portati a compimento (aný-etai) velocemente, [il quale è stato chiamato anche "dalle dolci correnti" (akala-rrèites) perché il suo flusso (ten rhýsin) rivela una certa calma e lentezza, come il moto del sole; egli è anche chiamato "dai profondi vortici" (bathy-dínes) perché crea vortici (dinèisthai) che arrivano in profondità (bathèos)]; Teti, per opera della quale alcuni enti rimangono per lungo tempo in un'unica condizione.

    Tea (Thèia) è la causa della vista, Rea, del flusso (tes rhýseos), Febe ("La Splendente"), del fatto che alcuni enti sono puri e splendenti - anche se, assieme a queste, si devono al tempo stesso comprendere anche le cause delle condizioni opposte. Mnemosine è la facoltà del rifarsi agli eventi passati; Themis, la causa dell'atto dello stipulare accordi fra di noi e del mantenerli; Cronos è il già citato fondamento di ogni evento che si compie, dato che egli è il piú mirabilmente dotato tra i figli di Gea. Esiodo affermava che era il piú giovane a causa del fatto che, anche dopo la nascita delle divinità suddette, egli attendeva, come se si trovasse nell' atto della nascita.

    Ma un giorno potresti avere un'esposizione piú completa rispetto a quella della ("Genealogia") di Esiodo, dal momento che - come credo - egli accolse alcuni elementi dai poeti piú antichi ed altri, dai tratti piú mitici, li aggiunse di sua mano: n questo modo fu alterata anche la maggior parte dei primitivi racconti riguardanti gli dèi.

    Ora però bisogna esaminare i miti celebrati a gran voce dalla maggior parte della gente.

    Cap. 18. Poiché fin dall'antichità si è tramandato che Prometeo avesse plasmato con la terra il genere umano, bisogna dedurre che "Prometeo" sia il nome assegnato alla previdenza, (ten promètheian) dell'anima che è nell'universo, quella che i moderni chiamarono "provvidenza" (prònoian); in base a questa infatti gli altri enti ricevettero un'esistenza e dalla terra nacquero gli uomini, dal momento che la conformazione del cosmo fin da principio era adatta a questo processo.

    [Inoltre si dice che un tempo Prometeo fosse stato assieme a Zeus: infatti ogni carica ed ogni posizione di comando su un gran numero di persone necessita di molta previdenza (promethèias), e la funzione di Zeus ha un'enorme bisogno di essa.]

    Inoltre affermano che egli abbia rubato il fuoco per gli uomini, ritenendo che la nostra intelligenza e previdenza avessero già concepito 1'uso del fuoco. I miti tramandarono che esso fosse stato portato giú dal cielo perché lí era presente in quantità eccessiva, oppure perché i fulmini si abbattevano giú da lí incendiando queste zone con il loro urto. Forse alludevano a qualcosa del genere anche attraverso il mito del gambo di ferula.

    Per questa azione Prometeo fu legato e punito in modo che il fegato gli fosse continuamente divorato da un'aquila: infatti la nostra solerzia, la quale, assieme alle altre qualità, ha il vantaggio sopra menzionato, sperimenta qualche svantaggio contrario alla sua natura, quando sia legata alle preoccupazioni della vita che provocano sofferenze: è come se fosse divorata fino alle viscere dalla sollecitudine per delle inezie.

    Affermavano che il fratello minore di Prometeo fosse Epimeteo, il quale aveva in un certo senso un'indole alquanto ingenua, a causa del fatto che la previdenza, nell'ordine, precede l'educazione basata su fatti già accaduti, nonché la riflessione tardiva (epimètheia): infatti è vero che "ciò che è già stato fatto persino uno stolto l'intende!".

    [Per questo affermavano che costui convivesse assieme alla prima donna che erae nata, dal momento che il sesso femminile è per natura in una certa misura piú stolto e propenso a riflettere tardivamente anziché preventivamente.]

    Alcuni affermano anche che Prometeo fosse inventore delle arti, per la sola ragione che ci volevano intelligenza e perspicacia (promètheia) per scoprirle.

    Cap. 19. La maggior parte della gente tuttavia le attribuisce ad Atena e ad Efesto: ad Atena, perché sembra essere saggezza e perspicacia, ad Efesto, a causa del fatto che la maggior parte delle arti realizza i propri lavori per mezzo del fuoco.

    Infatti l'etere, ossia il fuoco vivido e puro, è Zeus, mentre il fuoco abitualmente utilizzato e mescolato all'aria (aero-migès), è Efesto (Hèph-aistos), cosí denominato dal fatto che "è stato acceso" (èph-thai). Per questo motivo affermavano che egli fosse nato da Zeus e da Era, mentre altri dicevano da Era soltanto (tes Hèras): infatti le fiamme, essendo formate da particelle piuttosto dense, ricevono il loro sostegno, per cosí dire, soltanto dall'aria (tou aèros) completamente riscaldata.

    Secondo la tradizione egli è zoppo, forse a causa del fatto che è considerato goffo il suo incedere attraverso il bosco, simile a quello dei claudicanti; o forse dal fatto di non poter camminare senza un qualcosa di ligneo, cioè un bastone; alcuni invece affermavano che egli zoppicasse poiché il suo movimento verso l'alto rispetto a quello verso il basso [in relazione al suo movimento] è ritenuto disuguale ed irregolare: infatti quest'ultimo è piú lento.

    Si dice che egli fosse stato scagliato giú dal cielo fin sulla terra da Zeus, perché quelli che, forse per primi, incominciarono ad usare il fuoco, si erano imbattuti in Efesto che bruciava in seguito al lancio di un fulmine: infatti essi non potevano ancora essersi imbattuti nel concetto di elemento ardente.

    Affermavano che sua moglie fosse Afrodite, in un racconto dello stesso tipo che presentava come sua moglie una delle Càriti: infatti, come noi sosteniamo che le opere d'arte hanno una certa grazia (khàrin), cosí diciamo anche che su di esse si diffonde una certa bellezza (aphrodíten) - sempre che ciò non sia stato inventato a dimostrazione del fatto che vi è una gran quantità di elemento igneo negli impulsi verso i rapporti sessuali.

    Si favoleggia che egli avesse legato Ares, il quale aveva una relazione adulterina con la sua donna; [il mito si trova in Omero, perché esso è antichissimo], dal momento che il ferro ed il bronzo sono domati dalla forza del fuoco. La favola dell'adulterio dimostra che, per sua natura, 1'istinto aggressivo e violento non è affatto adatto all'indole allegra ed amabile, ma se invece in qualche modo esso si sforza per avere il suo rapporto intimo con lei, produce un risultato bello e nobile: l'Armonia derivante da loro due!

    Inoltre, si dice che Efesto avesse assistito Zeus nel parto, quando dava alla luce Atena, e, spaccando il suo cranio in due parti, l'avesse fatta balzar fuori; infatti il fuoco, di cui si servono le arti, essendo stato un collaboratore per la rivelazione della naturale perspicacia degli uomini, la portò alla luce, proprio come se fosse stata nascosta. Peraltro noi affermiamo che coloro che ricercano qualcosa in modo da trovarla, ce l' "hanno in grembo" e la "partoriscono".

    Cap. 20. Atena è dunque il senno di Zeus, dato che è identica alla previdenza (tèi pronòiai) che si trova in lui: per questa ragione sono eretti templi di Atena "Pronoia".

    Si dice che fosse nata dalla testa di Zeus, forse perché gli antichi supponevano che la facoltà-guida della nostra anima risiedesse lí - proprio come credettero anche altri che sono vissuti dopo; o forse perché la parte piú alta del corpo umano è la testa, mentre quella del cosmo è l'etere, dove risiede la sua anima razionale e la sostanza del suo intelletto. Secondo Euripide,

    "vetta degli dèi, l'etere splendente, che circonda la terra".

    [Atena non ha una madre a causa del fatto che la nascita della virtú ha caratteristiche differenti, e perché essa non è come quella di coloro che sono nati da un accoppiamento.]

    Dunque, dopo aver ingoiato Metis (l' Astuzia), Zeus fece nascere Atena, dal momento che, da astuto (meti-ètes) ed intelligente qual era, da nessun altro luogo se non dal suo stesso consiglio egli derivò il principio della propria saggezza.

    Il nome di Atena presenta difficoltà etimologiche a causa della sua antichità: alcuni affermavano che derivasse dall'atto di osservare attentamente (athrèin) ogni cosa, come se essa fosse "Atrena" (Athrenàn); altri invece, a causa del fatto che Atena (A-the-nàn), pur essendo una femmina (the-leian), presentasse pochissime caratteristiche femminili (the-lýtetos), quali la fragilità. [Altri dicevano che derivasse dal fatto che la virtú per sua natura non possa essere ferita (me thè-nesthai) né sottomessa;] Ma forse, se si tratta di "Atenaia", come gli antichi usavano chiamare Atena, essa è l' "abitante dell'etere" (aithero-nàia).

    La sua verginità è simbolo della purezza e del suo essere immacolata; [qualcosa di simile è la virtú].

    È raffigurata armata di tutto punto, e raccontano che sia nata cosí, dimostrando che il pensiero è preparato in maniera autosufficiente ad affrontare le imprese piú grandi e gravose: infatti le piú grandi sembrano essere le imprese belliche.

    Per questa ragione le attribuiscono il possesso di un'indole in grande misura virile e di uno sguardo terrificante: qualcosa di simile lo dimostra anche la lucentezza (tes glaukòtetos) dei suoi occhi; infatti anche i piú forti degli animali, come le pantere e i leoni, hanno uno sguardo scintillante (glaukà eisí) poiché dagli occhi emettono un luccichio difficile da fronteggiare con lo sguardo. Alcuni invece sostengono che essa sia rappresentata in questo modo a causa del fatto che l'etere è luccicante (glaukòn).

    In modo del tutto appropriato condivide con Zeus l'egida, dal momento che non presenta caratteristiche diverse da quelle a causa delle quali Zeus sembra distinguersi ed essere superiore a tutto quanto.

    Sull'egida vi è una testa di Gorgone posizionata al centro del petto della dea, che fa sporgere in fuori la lingua, come se la ragione fosse l'elemento piú evidente nell'organizzazione dell'universo.

    I serpenti e la civetta (he glàux), a causa della somiglianza degli occhi, sono consacrati a costei, in quanto è la dea "dagli occhi di civetta" (glauk-òpidi): infatti il serpente ha uno sguardo penetrante che mette spavento, è guardingo ed insonne, e non sembra facile da catturare ["non bisogna che un uomo di consiglio dorma tutta la notte"].

    È chiamata "Infaticabile" (Atrytòne), come se "non fosse logorata" (ou tryomène) da nessuna fatica, oppure perché l'etere è inesausto (atrýtou); è anche detta "Tritogenia" (Trito-ghèneia), perché essa stessa è colei che suscita (he en-gen-nòsa) nei malvagi il tremito di paura ed i brividi di terrore (to trèin kài trè-mein) - infatti ha intrapreso una guerra contro la malvagità. Altri invece affermano che con questo nome sono rappresentati i tre generi (ta trí-a gèn-e) di speculazione relativi alla ricerca filosofica, e questa interpretazione presenta una rettifica piú intelligente rispetto a quella basata sulla concezione arcaica.

    La denominano anche "Incitatrice del popolo in armi" (laos-sòon) a causa del fatto che, durante le battaglie, essa incita (to sèuein) il popolo in armi (toùs laoùs) [come fu chiamata "Dispensatrice del bottino" (leí-tis) dal nome "bottino" (lèi-as)], o piúttosto perché essa è "salvatrice" (sò-teiran) delle genti in armi (tòn laòn) che hanno bisogno di lei; infatti bisogna considerare la saggezza un guardiano della città (pòleos), della casa e di tutta l'esistenza. Proprio in seguito a ciò Atena è stata denominata sia "Difensore della città" (erysí-ptolis) sia "Patrona della città" (poliàs), proprio come Zeus è stato denominato "Patrono della città" (polièus): entrambi infatti sono protettori delle città (ton pòleon).

    È detta anche Pallade (Pallàs) a causa della giovinezza a lei attribuita dal mito: di conseguenza, con questo nome sono designati anche i giovani (hòi pàllè-kes) e le concubine (palla-kài): infatti la gioventú è volubile ed inquieta (pallò-menon).

    Costruiscono i suoi templi soprattutto sulle rocche, perché vogliono dimostrare la difficoltà di affrontarla in combattimento e la sua inespugnabilità negli assedi, oppure il fatto che essa osserva dall'alto quelli che si sono rifugiati presso di lei, oppure perché rappresentano la sublimità di ciò per cui Atena è parte della natura.

    Inoltre i poeti la chiamano "Dea di Alalcomenio" e "predatrice" (age-leída), facendo derivare il primo epiteto dall'atto del "respingere" (tou alalkèin) - infatti essa è abile (hikané) a difendere e a portare aiuto: da questa caratteristica è denominata anche "Nike", ed il secondo, o dal fatto che essa guida (tou àge-in) i popoli in armi (toùs la-oùs), oppure dall'essere indomita allo stesso modo delle vacche che pascolano liberamente (tàis agelàiais bousín), proprio quelle che le offrono in sacrificio.

    Si dice che abbia inventato i flauti - proprio come le altre raffinatezze nell'ambito delle arti, motivo per cui essa sovrintende all'arte della lavorazione della lana - ma che li abbia gettati via, credendo che la melodia da essi diffusa rendesse effeminati gli animi e sembrasse assai poco virile e adatta alla guerra.

    L'ulivo è il dono che le si offre, sia perché è rigoglioso, sia perché ha una certa lucentezza (glaukopòn ti); inoltre l'olio d'oliva non si adultera facilmente con un altro liquido, ma rimane sempre puro, cosicché esso sembra essere in relazione con la verginità.

    Fu chiamata Areia ("Bellicosa") per il fatto di essere abile nel comandare e nel predisporre le azioni di guerra, e pronta a battersi in difesa di ciò che è giusto: infatti essa è l' "Abilità" in ogni campo ed un concentrato di tutte le virtli; [le attribuiscono gli epiteti di "equestre", "domatrice di cavalli", "colei che trafigge con la spada" e molti altri, ed innalzano i trofei di legno d'ulivo. In particolare le assegnano Nike come compagna, la quale fa indietreggiare dinanzi ad uno solo (hení èi-kein) che sia superiore, ed è rappresentata alata a causa dei repentini spostamenti e del facile mutamento della sorte degli schieramenti in battaglia].

    Si tramanda anche che Atena avesse primeggiato nella lotta contro i Giganti; è soprannominata "Colei che uccide i Giganti" in accordo con tale tradizione.

    È verosimile infatti che i primi uomini nati dalla terra fossero tra loro violenti ed irascibili, a causa del fatto che non erano ancora in grado di discernere, né era stata attizzata la scintilla della concordia, pur insita in loro.

    Ma gli dèi, per cosí dire, "stuzzicandoli" e facendo ricordare loro l'attitudine al ragionamento, ebbero il sopravvento; e soprattutto la capacità relativa al ragionamento li conquistò completamente e li sottomise: e cosí sembra che li abbiano respinti ed annientati, proprio come fecero con i Giganti. Dunque costoro diventarono diversi in seguito al cambiamento, come anche i loro discendenti, dopo essere stati riuniti in città per opera di Atena Poliade.

    Cap. 21. Anche altri dèi si occupano delle faccende belliche, tuttavia essi non si pongono piú come obiettivo la stabilità e quanto concerne alla razionalità - come invece faceva Atena -; al contrario, essi appaiono in un certo modo piú turbolenti: sono Ares ed Eniò. Zeus li introduceva all'azione incitando gli esseri viventi l'uno contro l'altro, e, a volte - fatto che non è inutile neppure per gli uomini - inducendo ad una decisione per mezzo delle armi, affinché gli uomini potessero ben gradire la nobiltà e il valore presenti in loro stessi e, in particolare, la convenienza della pace reciproca.

    Per questa ragione quindi è stato tramandato che Ares fosse figlio di Zeus [per una ragione non diversa rispetto a quella per cui Atena è "figlia di padre potente"]. Riguardo Eniò le opinioni divergono se essa sia madre, figlia, o nutrice di Ares, sebbene non faccia nessuna differenza. Infatti Eniò è "colei che infonde" (he en -ièisa) ardimento e vigore ai combattenti, oppure, per eufemismo, (è stata cosí denominata) dal fatto di essere assai poco benevola (en -s) e mite.

    Ares invece ebbe il suo nome dall'atto del catturare (tou airèin) e dell'annientare (an-airèin), oppure dal termine "danno" (tes arès), che significa "distruzione". O al contrario, per antifrasi, come se coloro che l'ebbero cosí denominato lo volessero ammansire: infatti egli separa e distrugge ciò che è connesso assieme (ton pros-er-mosmènon) [la denominazione dunque nasce dall'atto dello "stringere insieme" (tou àr-sai), che è come dire "congiungere" (h-ar-mòsai)], dal momento che forse ad un concetto del genere può essere associata anche Armonia (tes H-ar-monías), che il mito tramandò essere nata da lui.

    In modo appropriato egli è detto anche "macchiato di sangue", "funesto per i mortali", "dio del grido di guerra" e "dal1'urlo possente", dal momento che, nelle battaglie a file serrate, da parte dei combattenti vengono lanciate grida potentissime: per questa ragione alcuni in suo onore sgozzano degli asini, a causa della loro irrequietezza e della sonorità del raglio. La maggior parte della gente invece gli sacrifica dei cani, a causa dell' audacia e della prontezza ad attaccare dell'animale.

    Si dice inoltre che egli sia onorato particolarmente dai Traci, dagli Sciti e da quei popoli presso i quali è tenuto in grande considerazione l'esercizio dell'arte della guerra e vi è indifferenza nei confronti del diritto.

    Affermano che 1'uccello a lui sacro è l'avvoltoio, a causa del fatto che esso si trova in abbondanza dovunque ci siano molti cadaveri di soldati uccisi in combattimento (areí-phthora: "uccisi da Ares").

    Cap. 22. Dopo queste considerazioni, ragazzo mio, bisogna parlare di Poseidone.

    Precedentemente è stato detto che egli si identificava con la potenza ordinata che è in relazione con l'elemento liquido, ma ora questo va spiegato.

    Dapprima lo denominarono "divinità che fornisce nutrimento" (phy-tàlion), dal momento che 1'umidità, chiaramente presente nella terra, è un fattore che contribuisce a far crescere (tou phý-esthai) ciò che dalla terra è nato; in seguito lo denominarono "scuotitore del sottosuolo" (enosí-khthona), "scuotitore della terra" (enosí-gaion), "squassatore del mondo sotterraneo" (seisí-khthona) e "agitatore della terra (gàias)", perché credevano che i terremoti (seis-mòi) si verificassero per nessuna altra causa se non in conseguenza della caduta del mare e delle altre acque nelle cavità della terra: infatti egli fa sí che i vapori presenti in essa, essendo compressi e cercando una via di sfogo, ribolliscano, e che la terra si spezzi; a volte si producono anche dei muggiti (mykè-mata) lungo la frattura. [A ragione Poseidone da alcuni è chiamato anche "muggente" (myke-tàs), dal momento che il mare produce una tale risonanza (èkhon): per questa ragione esso è detto "echeggiante" (ekh-èessa), "ululante" e "rimbombante".] In seguito a ciò anche i tori sembrarono avere qualche attinenza con lui, e la gente gli offre in sacrificio tori completamente neri a causa del colore degli abissi marini [anche perché affermano allegoricamente che l'acqua sia "nera"], dal momento che egli a ragione era già stato chiamato "divinità dalla chioma scura" e rappresentato in tale veste. Sempre per questo motivo raffigurano i fiumi provvisti di corna e con un aspetto taurino, ritenendo che il loro flusso abbia un che di violento e di mugghiante (myketikòn): e difatti lo Scamandro, in Omero,

    "mugghiò, come un toro quando...".

    Secondo un altro punto di vista Poseidone è detto da alcuni "divinità che sostiene la terra" e "sostenitore delle fondamenta", ed in molti luoghi gli offrono sacrifici come "Poseidone Asfalio" (Asphalèioi), come se dipendesse da lui [egli (l'elemento liquido) è una forza che tiene legato] il fatto che gli edifici sulla terra stiano ben saldi (asphalòs).

    La sua insegna è un tridente (tríaina), o perché la gente si serve di esso per catturare i pesci, oppure perché credono che questo sia lo strumento adatto per il movimento della terra, proprio come è stato detto:

    "Ennosigeo, brandendo di sua mano il tridente,
    lo guidava, e le fondazioni tutte rovinò
    "

    [sia "tridente", sia "Tritone" (ho {T}ríton) ed "Anfitrite" (Amphi-{t}ríte), sono connessi con un'etimologia nascosta, vuoi perchéla lettera t è pleonastica, allora essi sono stati cosí denominati dal loro "flusso" (tes rhýseos), vuoi per qualche altra ragione.

    Tritone, che è di duplice aspetto, ha una parte del corpo di uomo ed una di mostro marino, dal momento che anche il già citato elemento liquido possiede un potere, da un lato, benefico, dall'altro, dannoso.

    Inoltre Poseidone è chiamato "dall'ampio petto" (eurý-sternos) a causa dell'ampiezza della distesa marina, proprio come è stato detto:

    "sull'ampio (eurèa) dorso del mare".

    Conseguentemente a questa sua caratteristica è detto sia "dal vasto dominio" (eury-mèdon) sia "dall'immane forza" (eury-bías); ed anche "signore dei cavalli", forse dal fatto che il movimento attraverso il mare, quando usiamo le navi, è veloce esattamente come quando usiamo cavalli; di conseguenza i posteri accolsero la tradizione che egli fosse anche protettore dei cavalli.

    Inoltre, in alcuni poeti, è detto anche "guida delle ninfe" e "protettore delle fonti", per le ragioni menzionate precedentemente. Ninfe (Ným-phai) infatti sono le sorgenti d'acqua potabile, cosí denominate dal fatto di "apparire sempre giovani" (tou aèi nèai phài-nesthai) o dalla loro caratteristica di luccicare (tou phài-nein).

    [Le ragazze che si maritano le chiamano "ninfe" per il fatto che adesso (nýn), per la prima volta, si fanno vedere (tou phài-nesthai), mentre prima stavano nascoste.]

    Allo stesso tipo di ragionamento si connette anche il fatto che Pegaso (ton Pèg-ason) sia figlio di Poseidone, anch'egli cosí denominato dalle sorgenti (ton peg-òn).

    A causa della violenza che è osservata in relazione al mare, i miti tramandarono che tutti quelli che erano violenti e nutrivano mire ambiziose - come ad esempio il Ciclope, i Lestrigoni e gli Aloeidi - fossero progenie di Poseidone.

    Cap. 23. Nereo (ho Ne-rèus) è il mare che è stato chiamato in questo modo dall'atto dello scorrere (tou nèi-sthai) lungo se stesso.

    Inoltre chiamano Nereo anche "vecchio del mare" a causa del fatto che la schiuma rifulge sulle onde proprio come una chioma canuta; e difatti Leucotea (he Leuko-thèa), che si dice sia figlia di Nereo, rivela qualcosa di simile, vale a dire il biancore (tò leukòn)della schiuma.

    Cap. 24. È altresí verosimile la tradizione secondo la quale Afrodite è nata nel mare, per nessun'altra ragione se non perché sono necessari movimento e umidità per far nascere ogni essere, ed entrambi questi elementi si trovano in abbondanza nel mare.

    Ed al medesimo ragionamento mirarono anche coloro che affermavano che essa fosse figlia di Dione (Di-ònes): infatti "liquido" (di-eròn) è l'elemento umido.

    Afrodite è la forza che fa accoppiare il maschio con la femmina, ed ha avuto questo nome forse a causa del fatto che lo sperma degli esseri viventi è "schiumoso" (aphrò-de), oppure, come suppone Euripide, a causa del fatto che quelli che ne vengono sopraffatti sono "privi di ragione" (à-phro-nas).

    Essa è rappresentata molto avvenente a causa del fatto che agli uomini è sommamente gradito il piacere durante un amplesso: infatti esso si distingue da tutti gli altri piaceri; per questo è detta anche "amante del sorriso" (philo-meidès); infatti i sorrisi (ta meidi-àmata) e la gaiezza sono adatti a questo genere d'incontri.

    Come divinità associate, con gli altari in comune, Afrodite ha le Càriti (tas Khàritas), Peito (Peithò) ed Ermes, a causa del fatto che le persone amate sono attratte dalla forza persuasiva (peithòi), dalla ragione e dal fascino (khàrisi), oppure a causa dell'attrattiva dei rapporti intimi.

    È detta Citerea (Ky-thèreia) a causa delle gravidanze (tas ky-èseis) risultanti dagli accoppiamenti, oppure a causa del fatto che i desideri per le gioie d'amore sono per lo piú tenuti nascosti (to kèu-thesthai).

    Per questo ora sembra anche che l'isola di Citera (ton Ky-thèron) sia sacra ad Afrodite, e forse anche Cipro (he Ký-pros), dal momento che nel suo nome ha una qualche assonanza con "il nascondersi" (tei krý-psei). Pafo è la dimora che le è propria, cosicché essa è detta "Pafia" (Paphía), forse - per omissione della a - da "illudere" (tou (a)-paphí-skein), che significa "ingannare". Essa infatti ha, secondo Esiodo, "sorrisi ed inganni", secondo Omero,

    "un discorso seducente (pà(r)ph-asin),
    che ruba il senno anche ai saggi"
    .

    La sua fascia è ricamata (Ke-stòs), cioè come "ornata" (ke-kasmènos), oppure "trapunta" (diake-ke -ntemènos), e variopinta, ed ha il potere di legare assieme e di stringere saldamente insieme.

    Inoltre è chiamata Urania ("Abitante del cielo"), Pandèmia ("Diffusa tra tutto il popolo") e Pòntia ("Abitante del mare"), a causa del fatto che la sua potenza è contemplata sia in cielo (en ouranòi), sia in terra, sia in mare.

    [Affermavano anche che i giuramenti d'amore (tous aphrodísious hòrkous) fossero privi di valore, e che la loro violazione non fosse punibile, in quanto, qualora essa possa essere facilmente ottenuta con giuramenti, è accaduto che quelli che tentavano di ottenere i suoi favori se la siano procurata con i giuramenti che facevano (?).]

    Tra gli uccelli, essa mostra particolare gradimento per la colomba, per il fatto che l'animale è pulito ed affettuoso - quasi lo dimostrasse con i suoi "baci" - mentre al contrario la scrofa, a causa del suo sudiciume, sembra esserle estranea. Tra le piante, si è senza dubbio ritenuto che appartenessero ad Afrodite il mirto, a causa del gradevole profumo, ed il tiglio (he phil-ýra), sia a causa del nome [poiché: è derivato opportunamente dal verbo "amare" (tói phil-èin),] sia perché, per intrecciare le ghirlande, sono soliti servirsi principalmente di esso.

    Inoltre hanno cura di offrire in dono alla dea il bosso (ten pý-xon), rendendo grazie ad esso una sorta di omaggio al suo deretano (ten py- gèln).

    Cap. 25. Non vi è nulla di sorprendente se Eros è venerato assieme a lei e sta accanto a lei, dal momento che essa ha tali caratteristiche: perciò la maggior parte dei poeti lo ha tramandato come figlio di Afrodite. Eros è un fanciullo a causa del fatto che gli innamorati hanno 1'intelletto immaturo e facile da ingannare; è alato perché li rende sventati, oppure perché, come un uccello, vola sempre incontro ai loro pensieri, all'improvviso; è arciere, perch&eacuet; le sue prede subiscono qualcosa di simile ad una ferita in seguito allo sguardo dei loro amati) anche senza avvicinarsi e senza toccare i loro prediletti, ma solo a guardarli da lontano! [gli è offerta anche una torcia, poiché egli sembra infiammare le loro anime].

    È plausibile che egli fosse chiamato Eros (Èrota) dalla "ricerca" (tes epizetèseos) delle persone amate; infatti il verbo cercare (to erèin) è impiegato nel senso di andare alla ricerca (tou zetèin), come è detto nel verso

    "Ífito, invece, cercando (erèon) le cavalle ...

    Da qui - come penso - anche l' "indagine" (tes er-èune ricevuto il suo nome.

    Peraltro la tradizione attesta piú Èroti a causa della volubilità degli amanti [ed il fatto che Afrodite sia stata corredata da molti di questi come accompagnatori.]

    Si chiama anche "Desiderio amoroso" (Hí-meros), sia che sia stato cosí denominato in riferimento all'atto dello "slanciarsi" (to hí-esthai) ed al muoversi per il godimento delle persone avvenenti, sia che sia stato cosí denominato per imitazione della deviazione mentale, come se si avesse la mente "instupidita" (me-morò-sthai). È detto "Passione d'amore" (pò-thos) dall'imitazione dei baci - donde ebbe il nome anche il "papà" (ho pà-ppas) - oppure dal fatto che gli amanti si informano molto (po-llà pyn-th-ànesthai) riguardo ai loro amati [e proprio a quelli: da dove (pòth-en) stanno venendo e dov'erano].

    Inoltre alcuni reputano anche che 1'intero cosmo sia Eros, perché esso è bello ed affascinante, giovane ed allo stesso tempo il piú vecchio di ogni cosa, è fornito di una grande quantità di fuoco, ed in velocità compie il suo moto, come se fosse colpito da un tiro con l'arco o spinto da ali.

    (Cap. 26.) Diversamente reputano che anche Atlante (ton À-tl-anta) sia l'intero cosmo, dal momento che instancabilmente (a-tal-aipòros) produce quanto è posto in essere in base ai disegni racchiusi in lui, ed in questo modo - cioè instancabilmente - tiene anche sollevata la volta del cielo. Ritengono che egli tenga come "alte colonne" le forze degli elementi, in base alle quali alcuni tendono verso l'alto mentre altri tendono verso il basso: da queste forze infatti sono sostenuti il cielo e la terra. Egli è detto "capace" (oloò-phrona) a causa del fatto che si prende cura (to phron-tízein) dell'universo nella sua interezza (ton hòlon) e provvede alla conservazione di tutte le [sue] parti.

    Ritengono anche che da lui siano nate le Pleiadi (tas Plei-àdas), le quali rappresentano il fatto che egli aveva generato tutte le stelle (ta àstra), che sono "parecchie" (plèi-ona): Atlante infatti si identifica con Astreo (Astrà-ioi) e con Taumante (Thàuma-nti). Perciò non sta fermo, essendo del tutto senza requie, anche se egli - poiché sembra stare assolutamente ben saldo ed essere tranquillo - suscita una grande meraviglia (thauma-smòn) in coloro che si fermano a contemplare la sua disposizione ordinata.

    Cap. 27. Ritengono che anche Pan sia l'intero cosmo, dal momento che egli è equivalente al "tutto" (toi pan-tí).

    Ha le membra inferiori irsute e simili a quelle di un capro, a causa dell'asperità della terra, mentre la parte superiore ha forma umana, per il fatto che nell'etere risiede la facoltà guida del cosmo, che appunto è quella razionale.

    È rappresentato lascivo e libidinoso a causa della grande quantità sia dei principi generativi che ha accolto in sé, sia di ciò che da essi deriva per commistione.

    Trascorre la maggior parte del tempo in luoghi solitari, dal momento che in questo modo è rappresentata la sua natura solitaria: infatti il cosmo è uno ed unico.

    Insegue le Ninfe, dal momento che prova piacere per gli umidi effiuvi che scaturiscono dalla terra, senza i quali sarebbe impossibile che l'universo prendesse consistenza. Il suo brio e la sua indole giocosa stanno a dimostrare il movimento perpetuo dell'universo.

    Indossa una pelle di cerbiatto o di leopardo a causa dell'aspetto screziato delle stelle e degli altri colori che si osservano in esso.

    È altresí un suonatore di flauto, forse a causa del fatto che il cosmo è attraversato da ogni sorta di venti, o forse perché ha un'armonia che appare selvaggia ed austera, in ogni caso non adatta ad una pubblica esibizione.

    A causa del fatto che egli abitava sulle montagne e nelle caverne, derivò anche la corona di pino, dal momento che l'albero aveva a che fare con le montagne ed era imponente; inoltre derivò anche il fatto che si definissero "panici" gli sconvolgimenti improvvisi ed irrazionali: infatti, in un modo simile, sia gli armenti sia le greggi di capre si agitano, quando sentono qualche rumore proveniente dal bosco oppure da luoghi cavernosi e dirupati.

    Inoltre lo considerarono opportunamente anche patrono dei piccoli appartenenti al gregge: forse per questo nelle sculture lo raffiguravano con le corna e con lo zoccolo bisulco; o forse perché alludevano all'ambiguità delle orecchie, che in lui erano prominenti.

    Allo stesso modo anche Priapo potrebbe essere il cosmo: attraverso di lui "escono alla luce" (pr-òeisin eis phòs) tutti gli enti; cosí infatti, in modo esageratamente superstizioso, gli antichi rappresentavano le loro idee riguardo alla natura del cosmo.

    Ad esempio la grandezza delle sue pudenda dimostra la potenza fecondatrice, che nel dio è smodata, mentre l'offerta d'ogni sorta di frutti sul suo petto dimostra l'abbondanza dei frutti nati e portati alla luce all'interno del grembo durante le stagioni adatte.

    Egli è presentato anche come custode dei giardini e delle vigne, poiché a colui che fa nascere si addice anche il preservare (to sòzein) ciò che fa nascere [da qui infatti si dice che anche Zeus sia "salvatore" (sotèr)]: le viti rappresentano la fertilità e la purezza, mentre i giardini rappresentano soprattutto ciò che è variegato, piacevole e che rende facile l'atto generativo; infatti egli ha per lo piú la veste di questo tipo, cioè variegata.

    Inoltre nella sua mano destra sporge un falcetto, o perché usano questo per la potatura delle viti, o perché a chi fa la guardia si addice anche di essere armato per la sua sicurezza, oppure come se la medesima potenza, dopo aver prodotto gli enti, li distruggesse recidendoli.

    Il Buon Genio (Agathòs Dàimon) o è nuovamente il cosmo, dato che anch'esso è carico di frutti, oppure è la ragione che lo governa, in base alla quale esso divide (datèitai: dài-omai) e ripartisce ciò che spetta, da "buon (agathòs) dispensatore" qual esso è.

    Egli è custode e protettore di ciò che concerne la casa, per il fatto che il cosmo preserva con successo la sua propria casa, e perché offre se stesso come modello anche per gli altri.

    Il corno (to kèr-as) di Amaltea (tes Amal-thèias) è un attributo che gli è proprio, in cui fioriscono tutte assieme (hàma ... al-dèskei) le cose che crescono durante i periodi (toùs kair - oús) opportuni; ma esse non gli nascono per uno scopo unico, ma gli nascono tutte in una volta e in grande varietà, per molti scopi. Oppure il corno è cosí chiamato perché esso periodicamente distrugge (amal-dýnei) e, di nuovo, annienta (ker-aízei) ogni cosa; oppure a causa dell'impulso a faticare che da esso nasce, come se i beni non capitassero a quelli che battono la fiacca (mal-akizomènois).

    Cap. 28. Proseguendo, ragazzo mio, bisogna parlare di Demetra e di Estia: ciascuna delle due sembra che non sia diversa dalla terra.

    Gli antenati denominarono quest'ultima Estia (Hest-í-an) a causa del suo "stare (to hestàn-ai) eternamente ferma" [o perché essa è stata posta (te-thèisthai) dalla natura nella parte piú interna (es-otàto), oppure a causa del fatto che l'intero cosmo s'innalza (hestànai) sopra di lei come sopra delle fondamenta]; e Demetra (De-metran), a causa del fatto che, come una madre (metròs), partorisce e nutre tutti gli esseri, quasi che la terra fosse "madre" (gèn metèra) oppure che Deò fosse "madre" (Deò metèra), per il fatto che sia essa sia ciò che le sta sopra è concesso in abbondanza agli uomini, in modo da essere distribuito (da-tèisthai) e mangiato nei banchetti [oppure perché è sopra di lei che la gente "scopre" (dè-ein) - il che significa "trova" - ciò che sta cercando].

    Estia è rappresentata vergine a causa del fatto che 1 'immobilità non è atta a procreare niente - ed è per questa ragione che anche il suo tempio è custodito da vergini; Demetra invece non lo è piú, dato che per lo meno ha partorito Kore, vale a dire La Sazietà (ton Kòron) [la risorsa per essere nutriti fino a sazietà (kòros)].

    Il fuoco sempiterno (aèi-zoon) è stato attribuito ad Estia a causa del fatto che anch'esso sembra essere sempre lo stesso; o forse perché i fuochi presenti nel cosmo sono tutti alimentati da lí, e a causa di costei sussistono; oppure perché essa è "colei che dona la vita" (zèi-doros) e madre delle creature viventi, (zòion), per le quali l'elemento igneo è principio del vivere (tou zèn).

    Nelle sculture essa è rappresentata in forma rotondeggiante, ed è collocata al centro delle case, a causa del fatto che anche la terra ha tale forma ed è collocata in questo modo, dopo aver subito una compressione: donde, per onomatopea, la terra è stata denominata anche Cthòn.

    [O forse la terra (he kh-thòn) fu cosí chiamata dal fatto di "estendersi" (tou kh-èiesthai) o di "contenere" (kh-orein) ogni cosa, come è stato detto nel verso

    Questa soglia potrà accogliere (kh-èisetai entrambi.]

    Il mito racconta che essa era prima ed ultima, per il fatto che gli enti nati da lei, in lei si dissolvevano, e da lei erano costituiti: in relazione a ciò, anche durante le cerimonie sacrificali i Greci erano soliti incominciare da lei, in quanto prima, e finire con lei, in quanto ultima.

    Attorno a lei sono poste ghirlande bianche per il fatto che essa è coronata ed avvolta da ogni parte dall'elemento piú splendente.

    Nondimeno Demetra, raffigurata durante l'atto di spargere i semi, è introdotta in modo molto appropriato coronata di spighe.

    Questo infatti è il dono piú indispensabile che sia stato elargito all'umanità: il cibo coltivato.

    E si favoleggia che Trittolemo di Eleusi lo avesse diffuso in ogni punto del mondo abitato, dopo che Demetra l'ebbe fatto salire (anabibasàses) su un carro di draghi (drakònton) alati.

    Effettivamente è probabile che uno degli antenati per primo avesse "visto chiaramente" (drakèin) e compreso - dal momento che un dio lo aveva innalzato (anabibàsantos) ad un piú elevato livello di intelligenza - il trattamento dell'orzo [in qual modo esso sia trebbiato (trí-etai) e separato [grazie al fatto che esso è lanciato in aria] dalle loppe]; [per questo anche della veccia è adatta per la semina;] da qui Trittolemo (Trip-tòl-emos) ha assunto il suo nome: "colui che trebbia (ho tríp-sas) il farro (tas oul-às)": l'orzo è detto anche "farro" (oul-ài); Eleusi è il luogo dove esso fu scoperto per la prima volta.

    (Demetra fu chiamata anche "Eleusina" dalla "venuta" (tes elèuseos) in una di vita realmente umana, che ebbe luogo a vantaggio degli uomini proprio lí per la prima volta.]

    Il mito di Ades che aveva rapito la figlia di Demetra fu raccontato a causa della temporanea sparizione dei semi sotto terra.

    Invece lo scoramento della dea e la sua ricerca in ogni parte del cosmo fu un'aggiunta seriore.

    Effettivamente un comportamento di questo tipo lo esibisce, presso gli Egizi, Osiride, il quale è cercato e ritrovato da Iside, e, presso i Fenici, Adone (ho Àdo-nis), il quale, a turno, trascorre sei mesi sopra la terra e sei mesi sotto; egli è stato cosí denominato dal fatto che il prodotto di Demetra era gradito (tou h-ad-èin) agli uomini.

    Si racconta che un cinghiale l'aveva colpito uccidendolo, perché le scrofe sembravano essere divoratrici delle messi; oppure perché essi alludevano al dente dell'aratro, dal quale il seme è nascosto sotto terra. Inoltre si dice che sia stato disposto in questo modo, cioè che Adone fosse rimasto per lo stesso periodo di tempo, sia presso Afrodite, sia presso Persefone, per la ragione che abbiamo detto.

    Inoltre, la figlia di Demetra la chiamarono "Persefone" (Per-se-phònen) a causa del fatto che l'operosità è stancante e procura (ois-tikèn: phèr-o) fatiche (pònon); oppure per il fatto che la sopportazione è prodotta (phèr-esthai: "è portata fuori ") dalle fatiche (ek pònon).

    Digiunano in onore di Demetra, o venerandola con un particolare tipo di "primizia", [ossia] con l'astenersi per un'giorno dai doni che sono stati da lei elargiti, oppure per paura di una carestia, qualora fosse sopraggiunta la divinità (†?), ma quando spargevano sementi, essi estinguevano i propri debiti: per questo motivo durante il periodo propizio per la semina celebrano la sua festa.

    Ma in primavera offrono sacrifici a Demetra Verdeggiante (Khlò-ei) con giochi e con festose celebrazioni, poiché vedono che la natura germoglia (khlo-àzonta, "è verdeggiante") e fa intravedere una speranza di abbondanza per loro.

    Da qui sembrò che anche Pluto (ho Ploútos) fosse figlio di Demetra.

    Infatti opportunamente è stato detto:

    del grano e dell'orzo, o fanciullo; la migliore ricchezza (ploútos).

    Inoltre l'abbondanza è in qualche modo l'opposto dell'avere fame, ed avendo in mente questo Esiodo afferma:

    "Lavora, Perse, illustre stirpe, affinché la Fame t'abbia in odio,
    ma ti voglia bene Demetra dai bei riccioli
    !

    Molto opportunamente offrono in sacrificio a Demetra scrofe gravide, volendo rappresentare la prolificità e la facilità nel concepire e nel portare a termine la gravidanza.

    Le consacrano anche i papaveri, seguendo un ragionamento: infatti la loro rotondità e sfericità rappresentano la forma della terra, che è sferica, e la loro irregolarità rappresenta le cavità e le prominenze delle montagne - le loro parti interne assomigliano a caverne e a cunicoli; inoltre i papaveri producono innumerevoli semi, proprio come la terra.

    E grazie all'abbondanza dei cereali, gli uomini smisero di procurarsi il cibo con difficoltà e con risse; e cosí, accordandosi reciprocamente sulle misure relative ai terreni arati e spartendosi (dia-nemò-menoi) i prodotti secondo giustizia, affermavano che Demetra fosse stata per loro fondatrice di leggi ( nòmon) e di norme (thesmòn): in seguito a ciò si rivolsero a lei con l'epiteto di "promulgatrice di decreti" (thesmo-thètin), in quanto essa era latrice di leggi (nomo-thètis) - anche se taluni supponevano non correttamente che "thes-mòn" fosse il nome del frutto (ton karpòn), come conseguenza del fatto che esso "è messo da parte" (tou apotí-thes-thai) ed "accumulato" ( thes-aurízesthai).

    [Inoltre, praticando la filosofia, cominciarono a celebrare i misteri (mys-tèria) in suo onore - contenti, allo stesso tempo, della scoperta di ciò che è utile per la vita ed anche della festa solenne - come a mostrare che avevano cessato di combattere gli uni contro gli altri per i generi di prima necessità, e che "erano sfamati" (mys-iàn), il che significa "si erano saziati". È dunque plausibile che da qui avessero ricevuto il loro nome "i misteri", (ta mys-tèria) - motivo per cui in alcune fonti Demetra è chiamata anche "Mysía" - oppure dal fatto che ciò che è difficile da comprendere necessita di una "ricerca" (mòses).]

    Cap. 29. Per questa ragione si dice anche che da Themis (Thè-midos) Zeus avesse generato le Stagioni (tas H-òr-as), dalle quali tutto ciò che per noi è un bene, è protetto (or-èuetai) e sorvegliato.

    Tra loro, una si chiama "Buon Ordine" (he Eu-nom-ía), dalla distribuzione ordinata (tes dia-nem-eseos) di ciò che spetta ad ognuno; l'altra è "Giustizia" (he Díke), dall'azione di separare in due parti (díkha), gli uni dagli altri, coloro che sono in contrasto; l'altra ancora è "Pace" (he Eirène), dal suo fare in modo che si decida ricorrendo al dialogo e non alle armi: [infatti "la parola" la chiamavano "eirène"]; [mentre la guerra (ho pòl-emos) è stata cosí denominata dal fatto di "uccidere molti" (tou pol-loùs ol-lýnai), oppure dal fatto di ambire "con azioni violente" (palàmais) ad avere la meglio sugli avversari].

    Cap. 30. A ragione, sembrò che anche Dioniso per qualche aspetto fosse la Pace (Eirène), dal momento che era protettore degli alberi coltivati ed era una divinità dispensatrice [e per questo si fanno libagioni]: le campagne infatti sono devastate dei loro alberi durante le guerre; in periodo di pace (en eirènei) invece fioriscono i prodotti destinati ai banchetti, per i quali il vino è indispensabile.

    Accade che Dioniso (ho Diònysos) [essendo diò-nyxos] o sia stato chiamato come se fosse diànysos, per il fatto che noi "piangiamo" (to diàinein) con dolcezza, oppure, quasi fosse diàlysos, per il principio in base al quale gli diedero l'appellativo di "dissolutore" (lý-sion) e di "liberatore" (lýdion) [perché libera (lý-onta) dagli affanni]; alcuni invece affermano che questo nome fosse entrato nel linguaggio comune in conseguenza del fatto che Zeus (Día), sulle pendici del monte di Nisa (Nýs-ion), avesse per primo fatto apparire la vite.

    Si dice altresí che fosse stato partorito per opera del fuoco, [poiché il mito rappresenta il suo essere ardente e la natura ignea dei corpi e delle anime - infatti, secondo i poeti, il vino ha veramente una sorta di energia pari a quella del fuoco -] e che, dopo essere stato cucito nella coscia di Zeus, lí fosse portato a pieno sviluppo [a causa del fatto che il vino è portato a maturazione e raggiunge la perfezione, (†?) se infatti è conservato quando non è ancora di eccellente qualità, ...] , poiché la sua prima nascita è quella che ha luogo nel corso della maturazione della stagione del raccolto, che avviene quando le calure raggiungono il culmine; mentre la seconda nascita è quella che ha luogo durante il periodo della pigiatura, quando egli è spremuto fuori con i piedi; ed allo stesso tempo bisogna intendere qualcosa del genere riferita al fatto dell'essere "spremuto (partorito) fuori dalla coscia".

    È chiamato Bromio, Bacco, Iacco, Evio, Babaktes e Iobacco a causa del fatto che, dapprima quelli che lo pigiavano e poi anche quelli che, in un secondo momento, ne facevano uso fino all'ubriachezza, emettevano molti suoni di questo genere.

    Del divertimento nei simposi e del delirio che segue sono emblema i Satiri (hoi Sà-tyroi), i quali hanno ricevuto il loro nome dall'atto di sogghignare (apò tou se-se-rènai), gli Scirti (hoi Skirtòi), dall'atto del saltellare (tou skàirein), i Sileni (hoi Silenòi), dall'atto di sbeffeggiare (tou silàin-ein), e i Sevidi (hoi Seu-ídai), dall'azione dell'istigare (tou sèu-ein), il che significa "incitare, scuotere".

    Ugualmente attraverso costoro è rappresentata l'andatura barcollante dei bevitori, caratterizzata per cosí dire da fiacchezza ed effeminatezza.

    E per questo motivo Dioniso è raffigurato anche con fattezze femminili o provvisto di corna, volendo suggerire che gli ubriachi da un lato perdono le loro energie, dall'altro usano violenza, ed hanno un'indole difficile da trattenere ed impetuosa.

    Inoltre la sua veste fiorita rappresenta la varietà di colori della stagione estiva, mentre la sua nudità, presente nella maggior parte delle raffigurazioni scultoree, rappresenta il denudamento del carattere che avviene nel corso dei simposi. Per questo motivo sembra che sia stato proferito anche il motto "vino e verità;" forse a causa di questo infatti Dioniso possiede talora anche facoltà profetiche.

    Al baccano degli ubriachi sembrò confacersi anche il frastuono dei tamburi e dei tamburelli, che i seguaci di Dioniso prendono con sé nelle loro cerimonie iniziatiche. Inoltre molti, durante la raccolta del frutto, usano flauti ed altri strumenti di questo tipo.

    Il tirso sta a dimostrare il fatto che gli accaniti bevitori di vino non si accontentano dei propri piedi, ma hanno bisogno di oggetti che li sosterranno.

    Inoltre alcuni tirsi hanno anche delle punte di lancia nascoste sotto le foglie, come se qualcosa che provochi dolore a volte stesse nascosta nell'allegria che accompagna l'eccesso del bere, dal momento che alcuni incorrono in azioni violente e in deliri. Appunto in seguito a ciò Dioniso fu chiamato "furente" (main-òles), ed "Invasate" (Main-àdes) furono chiamate le donne del suo seguito.

    Egli è raffigurato sia giovane sia vecchio, a causa del fatto che il vino è adatto ad ogni età, anche se i giovani ne fanno un uso alquanto sconsiderato, mentre gli anziani se ne servono in modo piú garbato.

    I Satiri sono rappresentati nell'atto di congiungersi con le ninfe, ed anche nel tentativo di sedurne alcune e di violentarne altre per gioco, per il fatto che la miscela del vino con l'acqua era stata considerata giovevole.

    Inoltre rappresentano le pantere aggiogate a Dioniso e nell'atto di seguirlo, o a causa della screziatura della loro pelle, dal momento che egli stesso e le Baccanti indossano una pelle di cerbiatto, oppure pensando che l'ebbrezza moderata ingentilisca persino i caratteri piu selvaggi.

    Gli immolano il capro a causa del fatto che questo animale sembra essere responsabile della distruzione delle viti e degli alberi di fico; per questo motivo, sparsi per i villaggi dell'Attica, i giovinetti campagnoli lo scuoiano e saltano sulla sua pelle.

    Dioniso forse potrebbe gradire un sacrificio di questo tipo per il fatto che il capro è un animale atto alla monta. Di conseguenza, anche l'asino è spesso presente nei suoi corteggi; inoltre in suo onore sono consacrati i falli e si celebrano le Falloforie: infatti il vino ha delle proprietà che stimolano al rapporto sessuale, al punto che per questa ragione alcuni offrono sacrifici in comune a Dioniso e ad Afrodite.

    La canna (ho nàrth-ex), attraverso la curvatura dei cannelli, rappresenta il movimento barcollante, in qua e in là, degli ubriachi [allo stesso tempo essi sono leggeri e facili da portare]; alcuni invece affermano che essa rappresenta l' "assenza di articolazione" (to à-narth-ron) del loro balbettio [come se avesse delle "articolazioni" (àrth-ra)].

    Le Baccanti si aggirano sulle montagne ed amano i luoghi solitari a causa del fatto che il vino è prodotto non nelle città, bensí nelle campagne.

    Dioniso fu chiamato "Ditirambo" (dithýr-ambos), vuoi perché fa vedere le "due porte" (to dí-thyr-on) della bocca e fa in modo che si rivelino segreti, vuoi credendo che, per causa sua (di' autòn), i giovani salgano (anab-ainònton) addirittura sulle porte (tas thýr-as), o piuttosto vi entrino dentro (emb-ainònton), vale a dire che si avventano sui chiavistelli scuotendoli violentemente.

    Inoltre sembrò che fosse portato a distruggere qualunque cosa e ad essere un guerriero, e che per primo avesse introdotto il trionfo celebrato in occasione delle vittorie militari.

    Il trionfo (ho thr-íambos) ricevette il suo nome dall'usanza di "gridare" (tou thr-oèin) e di "schernire" (iamb-ízein); anche per questo, nelle celebrazioni dei trionfi contro i nemici, molti, nello sbeffeggiare, ricorrono agli anapesti.

    Gli consacrano la ghiandaia perché è un uccello ciarliero, e lo chiamano "Bassareo" (bassarèa ) dal "parlare" (tou bàzein), ed "Irafiote" (eir-aphiòten), dall'azione dello "sfogare la discordia" (tou èrin aphiènai).

    È coronato con l'edera a causa della sua somiglianza con la vite e a causa dell'affinità dei corimbi con i grappoli d'uva; [ la sua natura la porta a rovinare gli alberi, perché si arrampica su di essi e si attorciglia piuttosto saldamente attorno ai tronchi].

    Le rappresentazioni teatrali onorano Dioniso perché sono adatte per i banchetti, come il canto e la cetra: infatti essi "sono complementi del banchetto".

    Inoltre si favoleggia che, dopo essere stato dilaniato da parte dei Titani, fosse stato riassemblato da Rea (tes Rhèas es rhý-seos): infatti coloro che hanno tramandato il mito alludevano al fatto che i contadini, che sono creature della terra, mescolassero assieme i grappoli d'uva e separassero, le une dalle altre, le parti di "Dioniso" in essi contenute, e quindi che la confluenza (he sýr-rhysis) del mosto nel medesimo luogo le facesse riunire nuovamente, ottenendo da esse un solo corpo.

    Peraltro il mito narrato dal poeta - e cioè che il dio, sfuggendo una volta all'insidia di Licurgo, sprofondò in mare e poi Teti (he Thètis) lo mise in salvo - ha un significato evidente.

    Le viti infatti sono nutrici (ti-thè-nai) di Dioniso; ma Licurgo, da vendemmiatore qual era, le saccheggiò, ossia le ripulí dei loro grappoli. Quindi il vino, una volta mescolato al "mare", fu custodito al sicuro.

    E riguardo a Dioniso questo è quanto.

    Cap. 31. Eracle (Her-a-klès) è il Logos universale, in base al quale la natura è forte e possente [ed è insuperabile]; inoltre è dispensatore di forza e di vigore (alkès) anche ai singoli individui.

    È stato cosí denominato forse dal fatto di avere relazione con gli eroi (toùs hèr-oas), ritenendo che fosse proprio lui a far sí che le persone nobili fossero rese celebri (kle-ízesthai); infatti gli antenati usavano chiamare "eroi" quelli che erano forti nel corpo e nell'animo e che per questo sembravano essere partecipi della stirpe divina.

    Tuttavia non bisogna lasciarsi confondere dalle storie piú recenti: infatti, a causa del valore, il figlio di Alcmena e di Anfitrione fu considerato degno dello stesso appellativo del dio, cosicché le caratteristiche che appartenevano al dio sono diventate difficili da distinguere da quelle che si raccontano riguardo all'eroe.

    Forse la pelle di leone e la clava potrebbero essere state trasferite a costui dall'antica teologia.

    [infatti non era sembrato possibile che egli, il quale era un valente comandante e giungeva con il suo potere in molte parti della terra, si aggirasse nudo, armato solamente di clava, invece era possibile che l'eroe fosse stato decorato con le insegne del dio, dopo la sua divinizzazione per i benefici da lui resi.]

    Ciascuno dei due attributi potrebbe essere simbolo di forza e di nobiltà: il leone infatti è la piú robusta tra le fiere, mentre la clava, la piú potente tra le armi.

    Inoltre il dio potrebbe essere rappresentato come un arciere, sia in relazione al fatto che egli giunge dappertutto, sia perché anche il lancio dei dardi ha in sé un elemento di "tensione"; [non è privo di fondamento che un condottiero, confidando in armi di questo genere, si scontri con eserciti schierati].

    In modo appropriato gli abitanti di Cos tramandarono che egli convivesse con Ebe, in quanto [egli] era piuttosto "completo" per quanto riguarda la capacità di ragionare, come è stato detto:

    "le mani dei giovani sono piú robuste per fare qualcosa,
    ma le anime dei vecchi sono molto piu capaci
    ".

    Suppongo che anche la schiavitú presso Omfale sarebbe bene per lui che fosse piú convincente: gli antichi infatti, attraverso questo racconto, dimostravano ancora una volta che anche gli uomini piú forti dovessero sottomettere se stessi alla ragione e fare ciò che da essa era imposto, anche se un elemento piú "femminile", relativo alla ricerca e all'indagine razionale, sopraggiungeva "(dal)la voce profetica (tes omphès): non potrebbe sembrare fuori luogo che l'avessero denominata "Omfale" (Omphàlen).

    Inoltre è possibile ricondurre, in modo non improprio, le dodici fatiche al dio, come fece anche Cleante; ma non è necessario (†?) rispettare in ogni caso 1'inventore di ingegnose argomentazioni.

    Cap. 32. E subito dopo, figlio mio, Apollo è il sole ed Artemide la luna: per questa ragione infatti li rappresentarono entrambi anche come arcieri, alludendo, per cosí dire, all' "emissione a distanza" dei loro raggi.

    Sono chiamati, l'uno [il sole], "Hèkatos" [per questo motivo] e l'altra, "Hekàte", per il fatto che da lontano (hèkathen ) emettono luce e la diffondono fino qui; e quindi, in modo analogo, li hanno denominati anche "lungisaettanti" (hekate-bòlous). Alcuni invece offrono una diversa etimologia di Hèkatos e di Hekàte, ritenendo che quelli che avevano attribuito loro questi nomi pregassero che essi rimanessero lontani (hekàs) e che la calamità proveniente da questi due non si appressasse a loro; sembra infatti che costoro a volte guastino l'atmosfera e siano causa degli stati pestilenziali. Per questo gli uomini di un tempo attribuivano a loro anche le morti rapide, ed il poeta, come se fosse un fatto ben noto, nel corso della pestilenza introduce Achille a dire che bisognerebbe cercare un profeta,

    "che possa dirci perché Febo Apollo s'adirò cosí".

    E a causa di questo motivo pensano che Artemide sia stata cosí denominata, per eufemismo, dall'atto di rendere "sani e salvi" (artemèis) - vale a dire, "in salute" - e che Apollo, dal momento che ci libera (apolýonta) dalle malattie o le respinge via (ap-elàunonta ) da noi [o perché le distrugge], abbia ottenuto questo nome in base alla concezione per cui fu anche chiamato "Guaritore" e sembrò essere un medico.

    Alcuni invece, muovendo da lí, affermano che egli sia stato chiamato Apollo dall'azione del distruggere (tou apollýnai), e che sia costui quello che distrugge (ton apollýnta) questo ordine universale, facendo evaporare incessantemente da tutte le parti il suo elemento liquido ed assegnandolo all'etere. Forse però potrebbe essere stato chiamato cosí anche dall'azione del distendere (tou haploùn) e dello sciogliere (lýein) la parte compatta della sostanza; oppure, come se egli "dipanasse" (haplòn) le tenebre.

    Inoltre, li rappresentarono opportunamente come fratelli, poiché si rassomigliano 1'uno con l'altra, si spostano con un moto del tutto simile, hanno nell'Universo una potenza approssimativamente equivalente, ed in modo simile fanno crescere gli esseri sulla terra.

    In seguito, nelle arti figurative, Apollo fu rappresentato maschio, dal momento che il fuoco è piú caldo e piú energico, mentre Artemide, femmina, poiché essa ha una potenza piú tenue e debole.

    Apollo ha l'età di un giovanotto, periodo della vita durante il quale gli uomini appaiono con un aspetto ancora piú bello di loro stessi: il sole infatti è bellissimo a vedersi e giovanissimo.

    In seguito, è chiamato Febo, perché è limpido e splendente; [nei suoi confronti impiegano altri epiteti, denominandolo "chioma d'oro" e "chioma intonsa", dal momento che ha il volto splendente come l'oro e si trova immune da lutto a causa della sua purezza]. Inoltre lo chiamarono "Delio" (Dèl-ion) e "Apportatore di luce" (Phan-àion) - dal fatto che, per mezzo di lui, gli enti si rendono manifesti (tou del-oùsthai) ed il cosmo è illuminato (photízesthai: phàin-esthai) - quando innalzarono un tempio ad Apollo "Anaphàios", cioè a colui che "fa apparire" (tou ana -phàin-ontos) ogni cosa. Ne conseguí anche il fatto che Delo (ten Del-on) ed Anafi (Anà-phen) fossero considerati luoghi a lui sacri.

    Inoltre, a causa della citata chiarificazione degli eventi, gli attribuirono anche l'arte mantica, ed essendo stato scoperto 1'oracolo a Delfi, ad Apollo attribuirono l'epiteto di "Pizio" (Pý-thion), dal fatto che gli uomini che si recavano là "venissero a sapere" (tou pynthànesthai) i fatti che riguardavano loro stessi. Il luogo fu chiamato anche "ombelico (ompha1òs) della terra", non perché fosse la parte piú centrale di essa, ma dal suono (tes omphès) che là viene emesso - suono che è una voce di natura divina.

    E dal momento che gli oracoli che egli dà sono ambigui (1o-xòn) e difficili, è stato denominato "Ambiguo" (Loxías); [oppure dall'obliquità (tes 1oxò-tetos) del moto che egli compie attraverso lo zodiaco.

    È stato rappresentato come cultore della musica (mousikòs) e suonatore di cetra, per il fatto di far vibrare armoniosamente ogni parte del cosmo e di farla risuonare in accordo con tutte le altre parti, ed infatti tra gli enti non è osservata nessuna dissonanza. Piuttosto si pensa anche che egli in modo eccellente mantenga, per cosi dire, "in ritmo" la simmetria delle stagioni, una in relazione all'altra, e che faccia in modo che i versi degli animali e parimenti i rumori degli altri corpi - quelli che si producono sotto l'aere per il fatto che sono utilmente resi secchi - si adattino meravigliosamente alle nostre orecchie.

    Questo è il motivo originario per cui fu chiamato anche "Guida delle Muse" (Mous-egètes) e loro "protettore", e si è ritenuto he lo stesso si divertisse con le Muse:

    "infatti, grazie alle Muse e ad Apollo che da lungi saetta,
    sulla terra gli uomini sono aedi e re
    "

    - afferma Esiodo.

    Per questo motivo infatti il cigno è a lui sacro, cioè per il fatto di essere il piú canterino ed allo stesso tempo il piú splendente tra gli uccelli, mentre il corvo gli è alieno, sia perché è ripugnante, sia per il suo colore.

    L'alloro (he dàphne), pur essendo un po' fosco (daphoinè), è la sua corona, dal momento che è una pianta rigogliosa e sempreverde. Inoltre esso è facile da bruciare ed è in un certo modo adatto per le purificazioni, cosicché non è strano che sia offerto alla divinità piú pura e piú atta a bruciare.

    Forse però anche il suo nome, il quale si avvicina in qualche modo al verbo rivelare (tòi dia-phàinein: dà-phne), lo fece sembrare adatto per le predizioni.

    Il tripode gli è stato donato a causa della perfezione del numero tre; ma può anche derivare dai tre circoli paralleli: infatti il sole, mentre compie il suo moto annuale, ne taglia uno, e poi tocca gli altri due.

    Inoltre, poiché durante le pestilenze di solito sembra che il bestiame giovane subisca dapprima dei danni e poi perisca [in modo pestilenziale] con una frequenza maggiore rispetto a quella della loro morte naturale, in relazione a questo fatto gli attribuirono anche la cura delle greggi (ton poimníon) e lo denominarono "protettore dei pastori" (nòmion), "Licio" e "uccisore di lupi".

    Inoltre fu chiamato opportunamente "protettore delle strade" (agu-ièus), dal momento che era stato collocato nelle strade (tais agu-i<àis). Infatti risplende (kat-augàzei) su di esse, e quando sorge le riempie di luce - come, in senso contrario, è stato detto nel verso:

    "il sole tramontò e tutte le strade (aguiài s'adombravano".

    Lo chiamarono anche "protettore degli incontri" (leskh-enòrion) a causa del fatto che, di giorno, gli uomini si intrattengono chiacchierando (tais lèskh-ais) e stando in reciproca compagnia, mentre di notte si riposano, ognuno per conto proprio.

    Lo chiamarono "Risanatore", sia - con un'espressione antifrastica e propiziatoria - affinché egli non inviasse malattie contro di loro e non contaminasse l'aria da loro respirata, sia anche perché, secondo loro, egli era realmente il responsabile della salute del corpo, attraverso la mitezza del clima.

    Cap. 33. Di conseguenza, a loro volta affermavano che Asclepio fosse suo figlio, il quale si credeva che avesse indicato agli uomini l'arte medica: era necessario infatti introdurre qualche elemento di natura divina anche in questo campo.

    Asclepio (ho Askl-epiòs) fu chiamato cosí dall'atto di "curare (tou i-àsthai) amorevolmente (eos)" e di far ritardare 1'irrigidimento (ten a-pò-sklesin) che si verifica con la morte.

    Per questo infatti gli accostano un serpente, dimostrando che quelli che ricorrono all'arte medica sperimentano qualcosa di simile a quello che accade a questo, in relazione al fatto di "ringiovanire - per cosí dire - dalle malattie" e di "spogliarsi della vecchiaia"; e, allo stesso tempo, perché il serpente è simbolo dell'attenzione, la quale è necessaria in grande misura per i trattamenti terapeutici.

    Anche il bastone sembra essere un simbolo di qualcosa del genere: infatti per mezzo di esso si rappresenta il fatto che, se noi non fossimo sostenuti da questi propositi, al punto da incorrere di continuo in uno stato di debolezza, vacillando, cadremmo in malattia persino piú velocemente del dovuto.

    Inoltre si narra che Chirone (ho Khèiron) abbia allevato Asclepio e l'abbia fatto esercitare nei principi dell'arte medica, perché essi volevano rendere noto che l'efficacia di quest'arte risiedeva nell'uso delle mani (ton kheiròn).

    È stata anche tramandata l'esistenza di una moglie di Asclepio: Epiona (Epiòne), il cui nome però non è stato accolto invano nel mito, dal momento che esso dimostra l'effetto lenitivo nei confronti dei disturbi, ottenuto con un medicamento calmante (epíou).

    Cap. 34. Artemide fu soprannominata "portatrice di luce" (phos-phòros) a causa del fatto che anch'essa emette una luce brillante ed illumina (pho-tízein) alquanto lo spazio circostante, soprattutto in caso di plenilunio; e "Dictinna" (dík-tynna), dall'atto di scagliare i raggi di luce (tas a-ktías) - "lanciare" (dík-ein)" infatti significa "scagliare" - oppure dal fatto che la sua potenza "penetra" (tou di-ik-nèisthai) in tutto ciò che si trova sulla terra, come se essa fosse "Di-ictinna" (di(i)ktýnnes)!

    Inoltre la presentarono come "cacciatrice", "annientatrice di fiere", "colei che colpisce i cervi", e "colei che si aggira sulle montagne", o desiderando di volgere contro le fiere il male proveniente da essa, oppure perchéessa è visibile soprattutto di notte, e durante la notte c'è una grande quiete dappertutto, proprio come nei boschi e negli spazi isolati, cosicché sembra che essa vada errando in certi luoghi come questi. E infatti, da altre fonti, a questo era già stato aggiunto il fatto che essa andasse a caccia (tou kyn-egetèin), dato che era un arciere. Con questo concorda anche il fatto che i cani (toùs kýnas) erano ritenuti a lei sacri, sia perché sono adatti per la caccia, sia perché la loro natura li porta a rimanere vigili di notte e ad abbaiare. Peraltro assomiglia ad una caccia anche il fatto che essa non cessi, a volte, di inseguire il sole, a volte, di sfuggirlo, né di rincorrere nello zodiaco le figure degli animali e di scontrarsi con esse rapidamente: anche la rapidit&agreva; infatti si addice alla caccia[; dal momento che, tra i corpi celesti, era essa quello piú vicino alla terra, alcuni affermavano che si aggirasse attorno alle cime delle montagne].

    Ecate, che non è diversa dalla luna, è stata rappresentata con un triplice aspetto (tri-morphos) a causa del fatto che la luna porta a compimento tre forme assai specifiche, dal momento che nasce a forma di falce, assume una forma di luna piena, e per terzo, ne assume [la raffigurano] un'altra, durante la quale il suo falcetto è stato completato, ma non è stato completato il disco.

    Da qui fu subito soprannominata "Trivia" (trio-dítis) e fu considerata guardiana dei trivi (ton triò-don), perché si trasforma in tre modi (tri-khòs) mentre procede attraverso i segni dello zodiaco.

    Inoltre, mentre il sole appare solamente durante il giorno, essa è vista di notte, quando fa buio, ed è anche vista mutare la sua forma: per questo la chiamarono "notturna", "nottambula", ed anche "ctonia", e cominciarono a venerarla assieme agli dèi inferi, portandole dentro vivande consacrate, Oltre a questo, fu inventato il fatto che essa contaminasse la terra, proprio come fanno i defunti, e che operasse assieme alle streghe ed introducesse sciagure nelle case, e poi, da ultimo, si compiacesse di lutti e stragi: da ciò taluni furono indotti a volersela rendere propizia, sia mediante insoliti riti sacrificali, sia sgozzando esseri umani. Le offrirono in sacrificio anche la triglia (ten tríglan), a causa del nome. Essa è anche "dedicataria delle statue sulle strade", per una ragione non diversa da quella per cui Apollo è considerato "protettore delle strade".

    Alla maggior parte della gente sembra che anche I1izia (Eil-èi-thyia) sia sempre la luna; essa gira (eil-oumène) e corre (thèousa) intorno alla terra senza posa. A lei le donne con le doglie del parto rivolgono preghiere, in modo che giunga in loro aiuto mite ed in qualità di "scioglitrice della cintura", cioè sciogliendo (lýousan) la strozzatura dell'utero, affinché il frutto del concepimento venga fuori piú facilmente e senza grandi sofferenze: essa infatti è chiamata anche Eleutò ("Liberatrice").

    Peraltro la tradizione ha attestato parecchie Ilizie, per la stessa ragione in base alla quale ci sono parecchi Amori: infatti i parti delle donne sono mutevoli, come i desideri degli amanti. Notoriamente la luna fa in modo che gli esseri concepiti siano portati al termine della gravidanza, ed è suo compito sia farli crescere, sia liberarli dalle gestanti, una volta che sono stati portati a maturazione.

    E non è sorprendente che essi abbiano congetturato che Artemide, in base ad un significato attribuito al suo nome, fosse una vergine, dal momento che era incontaminata e pura allo stesso modo del sole; in base ad un altro significato, che essa fosse una soccorritrice delle partorienti - perché dipendeva da lei il fatto che gli esseri partoriti fossero partoriti felicemente - ed ancora, in base ad un terzo significato, che essa avesse un qualcosa di terrificante e di ostile - idea che noi menzionavamo a proposito di Ecate.

    Cap. 35. Ed infine, l'aere (ton aèra), che accoglie le anime dei defunti, lo denominarono Ade (Hàiden) - come già dissi - a causa del suo essere invisibile (to a-eidès). E dal momento che per noi non è visibile ciò che si trova sottoterra, i piú sparsero voce che quelli che passavano all'altra vita se ne andassero laggiú.

    Ade è chiamato "Climeno" (Klý-menos) per il fatto di essere causa della facoltà di "udire" (tou klý-ein): infatti il suono è aria (aèr) che ha subito degli urti.

    Inoltre, per disperazione lo chiamarono "saggio" e "buon consigliere" (eu-boulèa), credendo che egli prendesse decisioni (bouleuòmenon) favorevoli (kalòs: eu) agli uomini con il renderli talvolta liberi dalle pene e dalle preoccupazioni.

    È anche designato con gli epiteti "polidette" (poly-dèk-tes), "polidegmo" e "poliarco" (polý-arkhos), perché egli accoglie molti uomini (polloùs dekhò-menos), e perché esercita la sua signoria (... pollòn àrkhon) su coloro che sono detti "la maggioranza" o "i molti".

    Il poeta lo denominò "colui che tiene ben chiuse le porte" (pyl-àr-ten), pensando che egli tenesse scrupolosamente le porte (tas pýlas) congiunte assieme (her-mosmènas) e non facesse risalire nessuno.

    Caronte (ho Khàr-on) fu chiamato cosí, forse per antifrasi, direttamente dalla "gioia" (tes khar-às); tuttavia è possibile che abbia la sua etimologia anche dal fatto di "essere in movimento" (tou khor-èin) [o dal fatto di "contenere" (tou kha-ndàno), o dall'atto del "gridare" (tou ke-khe-nènai)].

    Acheronte (ho Akhèron) [ed anche la palude dell'Acheronte] fu fatto derivare dalle pene (ton akhò) che sorgono in quelli che hanno concluso la propria esistenza.

    Invece è chiaro da dove il Cocito (ho Kokytòs) ed il Piriflegetonte ebbero la loro denominazione, perché, in tempi assai remoti, i Greci usavano bruciare i loro morti e innalzare lamenti (kokytòn), [per questa ragione li chiamavano anche "demoni" (dài-monas) dài-o), dal fatto di "essere consumati dal fuoco" (dài-o)].

    Il lago Averno (àor-nos), da un punto di vista piú fisico, ricevette il nome forse dall'aere (tou aèr-os). In verità gli antichi usavano talvolta chiamare aèr l'oscurità e la nebbia, a meno che proprio in questo modo non usassero riferirsi al colore verde-azzurro dell'aria, come anche a quello dei cosiddetti gladioli, con cui inghirlandano Plutone. Inoltre lo inghirlandano anche con del capelvenere (a-di-àntoi), in ricordo del fatto che quelli che muoiono inaridiscono e non trattengono piú l'elemento liquido (to di-eròn), ma sono privati dell'umidità, la quale è una concausa del trasudare e del prosperare.

    [Bisogna supporre che per questo motivo il mito avesse trattato anche dei corpi "senza umidità" (tous a-líbantas): essi si trovano nell'Ade a causa del fatto che i morti non sono partecipi (diàten a-methexían) dell'elemento umido (tes libàdos)].

    Inoltre, anche il narciso (ho nàrk-issos) sembrò adatto a quelli che erano trapassati, e i piú erano soliti affermare che esso fosse la corona delle Erinni, perché prestavano attenzione alla somiglianza del termine "intorpidimento" (tes n&agreva;rk-es) ed al fatto che chi stava morendo si trovasse in una condizione di, per cosí dire, "completo intorpidimento" (dia-narkàn).

    A questo punto, ragazzo mio, potresti già essere in grado di ricondurre ai principi esposti anche gli altri racconti riguardanti gli dèi che sembrano essere stati tramandati in forma di miti, nella convinzione che gli antichi non fossero gente qualunque, ma fossero capaci di comprendere la natura del cosmo, ed inclini a compiere speculazioni filosofiche riguardo ad essa, ricorrendo ad allegorie e a simbolismi.

    Questi principi sono stati enunciati dai venerandi filosofi per mezzo di trattazioni piú lunghe ed in modo piú esaustivo, mentre io ora ho voluto trasmetterli a te in forma compendiaria: infatti la loro utilità consiste anche nell'essere cosí pratici.

    Ma riguardo a quei miti, riguardo all'ossequio nei confronti degli dèi e riguardo agli atti che opportunamente si compiono in loro onore, tu accoglierai sia le tradizioni dei padri, sia la dottrina nella sua completezza, ma solo fino a qui: poiché ritengo che i giovani siano instradati ad essere devoti, ma non superstiziosi, e che siano istruiti ad offrire sacrifici, a pregare, a prostrarsi in adorazione, a compiere giuramenti in modo appropriato e con una moderazione che sia opportuna nelle occasioni che possono capitare.

    FINE

    Traduzione di Paolo Ciacchi