Mythos Libykòs / Fabula Libyca (Or. V)

    Dionis Chrysostomi - Traduzione italiana di Ezio Pellizer

    Una leggenda libica (Or. V)

    (5. 1.) [Affaticarsi a elaborare una favolosa leggenda di Libia, e consumare su argomenti di tal fatta la propria laboriosità nel comporre orazioni, non è impresa molto felice; ‡gli uomini infatti non sono inclini, per invidia, alle cose piú ragionevoli‡ [???]. Tuttavia non ci si deve astenere, per disprezzo, dall'esercitare la propria facondia anche su argomenti di questo genere.] Anzi, forse questi argomenti ci potrebbero procurare qualche vantaggio non trascurabile, se in qualche modo li sapremo trarre allo

    (5. 2.) scopo opportuno, e sapremo confrontarli con quegli argomenti che sono veritieri. Una tale capacità, un tale impegno mi sembrano simili alla pratica dei contadini con le piante, quando essa venga esercitata nel modo più opportuno: costoro infatti, inserendo talvolta ed innestando in piante selvatiche e senza frutto polloni di piante domestiche e fruttifere, sanno rendere utile ciò che era inutile, giovevole ciò che non dava alcun giovamento

    (5. 3). Allo stesso modo, se in mezzo a vani e inutili favoleggiamenti si inserisce un discorso utile e vantaggioso, questo non consente che quelli siano detti invano. Può darsi infatti, che i primi che misero insieme queste favole, l'abbiano fatto proprio per uno scopo come questo, significando per enigmi e metafore, nei confronti di chi fosse capace di intendere rettamente il loro senso nascosto

    (5. 4) E questo, come disse qualcuno, è il preambolo della legge. Resterebbe ora da formularla, questa legge [o il mito], e da cantarla, con quelle immagini che meglio possono adeguarsi alle passioni.

    (5. 5.) Si narra che una volta, nei tempi antichi, ci fosse una razza salvatica e crudele, che viveva soprattutto nelle zone desertiche della Libia. È una terra che ancor oggi, si ritiene comunemente, produce

    (5. 6.) animali delle piú svariate nature, serpenti ed altre fiere. Tra queste, v'è anche questa razza, che è argomento del discorso che ora farò: composita nell'aspetto del corpo, si può dire, da parti degli esseri che piú differiscono in natura: insomma, assolutamente straordinaria. E si narra che in cerca di cibo, questo genere di fiere giunse fino a questo mare

    (5. 7.) al golfo della Sirte. Cacciavano anche le altre specie animali, come i leoni, le pantere <...>, le cerve, gli asini selvatici e le pecore: ma sopra ogni altra cosa, si dilettavano nel dare la caccia agli uomini. E proprio per esser ghiotte di loro, si avvicinarono alle terre abitate, e giunsero fino

    (5. 8.) alla Sirte. È chiamata così un'ampia insenatura di mare che costeggia la maggior parte di quella regione, e che si percorre - a quanto si dice - in tre giorni di navigazione, se non si incontrano ostacoli.

    (5. 9.) Per coloro che vi sono spinti dentro, non è agevole uscirne con la loro nave: strettoie, e canali ramificati, e lunghe secche che si spingono molto al largo rendono questo tratto di mare estremamente difficile da navigare, o del tutto impossibile. Da quelle parti infatti il fondo del mare non è per nulla limpido, anzi il suolo che accoglie il flusso marino si presenta poroso, denso di sabbia e privo di qualsiasi consistenza

    (5. 10.) Per questa ragione, presumo, si spiegano le vaste spiagge e le dune sabbiose che vi si trovano, come avviene in terraferma un fenomeno analogo a causa dei venti; ma qui si formano piuttosto a causa della risacca. Anche le lande che circondano la Sirte si presentano molto simili: distese desertiche e interminabili spiagge

    (5. 11.) Ora se accade che dei naufraghi scampati dal mare vi prendano terra, o anche se qualcuno degli abitanti della Libia per qualche bisogna si trovi a percorrere queste terre, o vi si smarrisca, ecco che queste belve terribili si manifestano, e ne fanno preda

    (5. 12.) Questa è la loro natura, questo il loro aspetto: hanno un volto femminile, come è quello di una donna avvenente, il petto e i seni e il collo così belli, che non potrebbero esserlo di piú; quali non potrebbero essere quelli di una una vergine mortale, né quelli di una giovane sposa nel suo pieno fiore, né alcun pittore o scultore saprebbe imitare con l'arte. Splendido il colorito della pelle, e di loro occhi spirava un grande amabilità e desiderio d'amore, che s'insinuava nelle anime di quelli che appena le avessero guardate negli occhi.

    (5. 13.) Ma il resto dei loro corpi era duro e coperto di scaglie infrangibili, e la parte di sotto era un intero serpente, con all'estremità la testa di questo serpente, orribile a vedersi. Di queste fiere non si narra che avessero le ali, come avevano le Sfingi, e nemmeno che fossero come quelle dotate di voce umana. Non emettevano altro suono se non un sibilo acutissimo, come quello dei serpenti,

    (5. 14) esseri che procedono al suolo, i piú veloci, tanto che nessuno era in grado di sfuggir loro; e che si impadronissero degli altri animali con la forza, degli uomini invece con l'astuzia e l'inganno. Mostrando infatti fuor dalla sabbia il petto e i seni, e lanciando al tempo stesso sguardi seducenti, incantavano e incutevano uno straordinario desiderio di accoppiarsi con loro; e che alcuni si accostavano loro come si fa con le donne, e quelle rimanevano immobili, tenendo lo sguardo per lo piú rivolto in basso

    (5. 15.) imitando l'atteggiamento di una donna leggiadra; ma quando qualcuno si era fatto troppo vicino, lo afferravano. Avevano infatti delle zampe di belva, che tenevano nascoste fino al momento opportuno. E la loro parte serpentesca subito mordeva il malcapitato, uccidendolo col veleno. Cosí dunque, il serpente e l'altra belva divorano il cadavere.

    (5. 16) Ora questo mito, che non è una fola inventata per un bambinetto, perché non sia cattivo e intrattabile, ma per gli adulti, e per coloro che nutrono una stoltezza ben piú compiuta, una volta che io ora lo abbia recato fuor di metafora, potrebbe forse fornire una buona dimostrazione di quale sia la natura delle passioni. Le quali, pur essendo irrazionali e belluine, ma d'altro canto facendo apparire qualche piacere, trascinando gli stolti con l'inganno e l'incantamento, portano alla rovina nel modo piú penoso e miserevole.

    (5. 17) Di queste cose bisogna aver paura, tenendole sotto i nostri occhi, proprio come i bambini hanno timore di quei Babàu, quando sono presi da un desiderio inopportuno del cibo, del gioco, o di qualche altra cosa. Cosí è anche per noi: quando siamo presi dalla brama di sfarzo, o di ricchezze, o di sesso, o di gloria, o di altre forme di piaceri, dobbiamo temerle, e guardarci dall'essere afferrati da queste malandrine, per esserci troppo avvicinati ad esse, cosí da essere trascinati alla piú vergognosa rovina e distruzione.

    (5. 18.) Infatti, non è difficile volgere anche ciò che resta del mito in questa direzione, interpretandolo in senso adatto a un uomo petulante, che disponga di piú tempo per l'ozio di quanto dovrebbe. Poiché aggiungono anche, che uno dei re di Libia tentò di sterminare questa genía di belve, crucciato per la continua strage del suo popolo. Era accaduto che molte di queste strane fiere si erano insediate proprio lí, occupando una selva fitta e selvaggia, oltre la Sirti.

    (5. 19.) Cosí radunò un folto drappello di armati, e scoprí il loro nascondiglio; che non era difficile da scoprire, vuoi per i fischi sinistri dei serpenti, vuoi per un terribile puzzo che si levava da quei luoghi. Cosí fece circondare la selva da ogni lato, e ordinò che vi si desse fuoco. Quelle delle belve che vi furono sorprese, perirono cosí atrocemente coi loro piccoli, e subito la gente della Libia se la diede a gambe, fuggendo da quella regione di gran corsa, senza fermarsi né di giorno né di notte, finché non ritenne di aver messo abbastanza spazio tra sé e le fiere, e si fermò a metter le tende vicino a un fiume.

    (5. 20.) Ma quelle delle donne-serpente che si erano allontanate per la caccia, non appena si accorsero che le loro tane erano state devastate, inseguirono l'esercito libico fino al fiume e avendo sorpreso gli uni nel sonno, gli altri stremati dalla fatica, ne menarono grandissima strage.

    (5. 21.) In quell'occasione, dunque, rimase incompiuta per quel re di Libia l'impresa di sterminare completamente quella genía di orribili belve. Ma piú tardi, raccontano che Eracle, impegnato a ripulire la Terra intera dalle belve feroci e dai tiranni, giunse anche in quei luoghi, appiccò il fuoco all'intera regione, e di quelle belve uccise a colpi di clava quelle che fuggendo dalle fiamme venivano ad attaccarlo da vicino, e a colpi di freccia quelle che tentavano di scappare lontano.

    (5. 22.) Forse questo racconto favoloso contiene un senso nascosto, come un enigma, e vuol dire che accade alla maggior parte degli uomini, se qualcuno si sforza di purificare la propria anima - come fosse uno spazio inaccessibile e pieno di belve feroci - estirpando e distruggendo ogni specie di passioni, con la speranza di liberarsene e di sfuggire loro, ma non lo fa con la necessaria forza d'animo, ben presto viene mandato in rovina e distrutto dalle passioni rimaste. Eracle invece, il figlio di Alcmena e di Zeus, dice la storia, portò a termine l'impresa e mostrò quanto la sua capacità intellettiva fosse pura e gentile: ecco che cosa vuol significare la civilizzazione di quella terra.

    (5. 24.) Volete ora che aggiungiamo una piccola parte a questo racconto favoloso, per ingraziarci il pubblico dei giovani? La gente di laggiú infatti ci crede completamente, e lo ritiene veritiero a tal punto, che raccontano sia riapparso in tempi successivi un esemplare di questa razza ai delegati Greci che marciavano per consultare l'oracolo di Ammone, accompagnati da una folta schiera di cavalieri e arcieri.

    (5. 25.) E parve loro - cosí raccontano - di vedere una donna che giaceva su una spiaggia, con il capo coperto da una pelle, come usano le Libiche, che però mostrava il petto e i seni, e teneva il collo voltato all'indietro. Essi pensarono che si trattasse di prostituta di qualche villaggio vicino, e che fosse venuta lí per unirsi alla loro schiera.

    (5. 26.) Due giovani, colpiti dalla sua bellezza, le si avvicinarono, e uno dei due fu piú veloce dell'altro. Allora la fiera lo afferrò, lo trascinò in una buca nella sabbia, e lo divorò seduta stante.

    (5. 27.) L'altro giovane, quando le arrivò vicino, la vide e dette in un urlo terribile, chiamando cosí in soccorso il resto della gente. La belva allora gli si gettò contro, protendendo la parte che era un serpente, e dopo averlo ucciso se ne andò con un sibilo terrificante. Il cadavere del poveretto fu trovato marcio e madido di putredine. I Libî che facevano da guide per quel viaggio proibirono a chiunque di toccare quel corpo, dicendo che altrimenti sarebbero tutti morti [...].